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Economia, Finanza, Politica, Lavoro

Il Punto

Con il suo Documento programmatico inviato alla Ue, il governo prova a definire una legge di bilancio che rassicuri i cittadini, Bruxelles, i mercati. Rassicurazioni utili ma non bastano per crescere. La coperta delle risorse è sempre troppo corta e manca il coraggio per ampliarla con tagli di spesa. Una quota delle coperture – qualcosa più di 3 miliardi – arriverà dalle misure contro l’evasione fiscale. Che sarebbero più efficaci se si aggiungesse una norma che superi gli ostacoli della legge sulla privacy nell’uso dell’anagrafe dei conti correnti e dei rapporti finanziari. E sempre che il fisco sappia effettivamente utilizzare questi big data. Nella manovra, anche un piano per “rammendare” le periferie, riqualificando edifici degradati per aumentare qualità e quantità dell’offerta abitativa e rifinanziando il fondo per l’affitto a favore delle famiglie in difficoltà. Ci vorrebbero anche – ma non ci sono – politiche sociali che coinvolgano i cittadini interessati. Mentre nella stessa manovra, sulla casa si trovano misure contraddittorie. Come l’aumento della cedolare secca dal 10 al 12,5 per cento per proprietari che affittino a canoni concordati. Il che riduce la convenienza a stipulare questi contratti.
Via libera all’assunzione a tempo indeterminato di oltre 48 mila insegnanti. Metà attraverso un concorso ordinario, metà riservata ai precari con almeno tre anni di servizio selezionati con una prova scritta e orale. Una toppa sulla carenza di docenti. Manca sempre un sistema di reclutamento professionale.
Quali sarebbero gli effetti di un blocco della fornitura di armi dall’Italia alla Turchia? A conti fatti inciderebbe poco così come un’eventuale ritorsione commerciale avrebbe conseguenze trascurabili. Pesano di più considerazioni politiche legate all’appartenenza alla Nato e alla nostra reputazione nel mondo.

Il podcast de lavoce.info
Il nuovo podcast lavoce in capitolo. Parliamo di “Ripensare il commercio internazionale” con Alessia Amighini.

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La manovra rassicura ma non basta per crescere

Con la sua prima legge di bilancio il governo giallorosso sfora un po’ sui conti per rassicurare i cittadini, mentre rinvia al futuro l’attuazione di più ambiziosi piani di investimento. Sperando in una riforma delle regole Ue.

Via gli aumenti Iva, giù (poco) il cuneo fiscale e più spesa pubblica futura

Come negli altri paesi dell’eurozona il governo italiano ha predisposto il suo Documento programmatico di bilancio per il 2020. È il documento ufficiale firmato dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri in cui sono indicate – oltre al quadro complessivo dell’andamento dell’economia e della finanza pubblica – le entrate e le spese aggiuntive delle pubbliche amministrazioni (stato ed enti locali) rispetto alla legislazione esistente.

I numeri del bilancio programmatico sono riassunti nella tabella qui sotto.

In sintesi, l’esecutivo giallorosso ha preparato una manovra (voce “manovra lorda” della tabella) che modifica la legislazione esistente immettendo nell’economia risorse per 30 miliardi (1,65 punti di Pil) nel 2020 e cifre un po’ inferiori nel 2021 e 2022.

Il grosso della manovra (lorda) è rappresentato dalla cosiddetta disattivazione delle clausole di salvaguardia, cioè l’annullamento dell’aumento dell’Iva e delle accise previste dal primo gennaio 2020 dal precedente governo. A questo scopo sono destinati 23,1 miliardi, 1,27 punti di Pil, il 77 per cento del totale delle risorse previste. Come detto più volte, non è proprio denaro fresco, è solo un pericolo scampato di recessione autoinflitta. La manovra predispone anche una sterilizzazione parziale, ma non totale, degli aumenti Iva previsti per il 2021 e il 2022. Vuol dire che l’anno prossimo saremo da capo con nuovi aumenti di imposte indirette da evitare.

Tolte quelle necessarie per evitare l’aumento dell’Iva, le altre risorse immesse nell’economia sono 6,9 miliardi. Di questi, 3,2 miliardi servono a ridurre il cuneo fiscale (3 miliardi sul 2020, operativo dal primo luglio 2020, poi su a 5 miliardi dal 2021) e il super-ticket sanitario (0,2 miliardi nel 2020, a salire a 0,5 negli anni successivi). Gli altri 3,7 miliardi vanno in maggiori spese: 0,9 miliardi sono destinati a rinnovare politiche esistenti (operazione “strade sicure”, emergenza sisma, rinnovo contratti pubblica amministrazione) con finanziamenti in scadenza. Poi ci sono 0,6 miliardi per assegni a supporto della natalità e contributi agli asili nido e 0,7 per un’ulteriore spinta agli investimenti infrastrutturali (infrastrutture “fisiche, energetiche e sociali”, compreso un piano periferie). Tutte queste voci cresceranno nel 2021 e 2022. Le maggiori uscite salgono a 13,8 miliardi nel 2022.

Coperture a metà, poca spending review e nuove detrazioni

Le coperture previste (minori spese e maggiori entrate) per finanziare la manovra ammontano a 12,6 miliardi (cioè 0,75 punti di Pil), il 42 per cento del totale delle risorse che dovrebbero essere reperite per non aumentare il deficit. D’altronde, aumentare un po’ il deficit è dopo tutto uno degli obiettivi del governo che – senza sforare troppo rispetto ai vincoli europei – vuole dare una spinta all’economia. La tabella dice che la spinta – il maggior deficit – è di 16,3 miliardi, cioè lo 0,9 per cento del Pil e che le coperture vengono per 10,9 miliardi da maggiori entrate (soprattutto dalla lotta all’evasione fiscale, la ragione d’essere del governo giallorosso secondo il presidente del Consiglio Giuseppe Conte) e solo per 2,7 miliardi da minori spese. A subire tagli di bilancio saranno i ministeri centrali, mentre tra le voci di minore spesa c’è anche una (limitata) rimodulazione delle detrazioni e deduzioni, soprattutto quelle che oggi incoraggiano i “mali”, cioè sussidi inquinanti e per carburanti inquinanti. Al netto delle altre misure che vanno sotto l’accattivante denominazione di green new deal, il risultato della manovra sarà molto probabilmente quello di infittire ancora di più la giungla delle detrazioni e deduzioni, anziché produrre lo sfoltimento di cui, invariabilmente, si parla nelle settimane precedenti ogni manovra. Il problema è semplice: la riduzione di detrazioni e deduzioni è contabilizzata come calo di spesa ma nella maggior parte dei casi (per esempio: detrazioni per i mutui o per le spese sanitarie) sarebbe percepita dai destinatari come un aumento di tasse. E così il giorno buono per tagliarle non è mai oggi ma domani.

Una manovra per rassicurare, che rinvia la crescita a un futuro da definire

Forse c’è poco da fare. Dopo un lungo periodo di crisi, tre anni di ripresa graduale e l’ultimo di stagnazione, la

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Contro l’evasione serve più coraggio

Sull’evasione la manovra del governo Conte bis è in netta discontinuità con quella del Conte 1. Ma restano i dubbi sulla possibilità concreta di realizzare gli obiettivi previsti. Tutto ruota ancora attorno alla questione dell’utilizzo effettivo dei dati.

Discontinuità con il governo Conte 1

Il Documento programmatico di bilancio per il 2020 (Draft Budgetary Plan-Dbp) che è stato reso pubblico dal governo contiene una serie di misure che hanno l’obiettivo di ridurre l’evasione fiscale. In attesa di disporre dei testi delle norme – che saranno contenute in parte nel decreto fiscale e in parte nella legge di bilancio – e delle relazioni tecniche, si può dire che, a livello di gettito previsto, l’insieme degli interventi dovrebbe assicurare risorse aggiuntive per circa 3,2 miliardi nel 2020, suddivise come indicato nella tabella 1.

Tabella 1

A queste dovrebbe aggiungersi una norma volta a superare gli ostacoli posti dalla legge sulla privacy e dalla sua interpretazione, consentendo così di utilizzare finalmente l’anagrafe dei conti correnti e dei rapporti finanziari per effettuare l’analisi del rischio fiscale: garantirà un gettito quasi nullo nel primo anno e uno più significativo negli anni successivi.

Il Documento contiene anche le norme dedicate all’incentivazione dell’uso della moneta elettronica, compreso il cosiddetto cashback, il cui impatto è nullo per il 2020 e negativo (per circa 3 miliardi) a partire dal 2021.

Da questi elementi è possibile dedurre che sull’evasione la manovra del governo Conte bis si pone in netta discontinuità con quella del Conte 1, che era caratterizzata dal ricorso ai condoni, a loro volta ispirati a quelli introdotti dalla seconda legge di bilancio del governo Renzi. La manovra sembra invece in continuità con quanto fatto nel 2011 e nel 2015 sia negli strumenti (l’anagrafe dei conti, il contrasto alle indebite compensazioni) sia in quella che possiamo definire come la filosofia di fondo dell’intervento.

È una filosofia caratterizzata da tre obiettivi che emergono con una certa chiarezza: i) spingere le amministrazioni finanziarie a utilizzare i dati esistenti, cominciando a farlo subito in settori dove le patologie emergono proprio grazie all’analisi dei dati; ii) aumentare la tracciabilità e quindi l’ammontare dei dati disponibili; iii) rimuovere alcuni ostacoli che fino a oggi hanno contribuito a limitare l’uso effettivo dei dati.

Necessaria una rivoluzione culturale

Si tratta certamente di obiettivi condivisibili, ma due osservazioni critiche emergono circa l’efficacia delle misure adottate rispetto al primo e al terzo obiettivo.

Sull’utilizzo dei dati esistenti si poteva osare di più, ad esempio attribuendo all’Agenzia delle entrate l’obiettivo di arrivare, con tempistiche precise, a realizzare il progetto di precompilazione delle dichiarazioni Iva – di cui si è spesso parlato negli anni scorsi – utilizzando i dati della fatturazione elettronica e della trasmissione elettronica dei corrispettivi.

Inoltre, si poteva prevedere che, alla luce dei nuovi dati disponibili dalle Fats (Foreign Affiliate Statistics) e provenienti dalla rendicondazione dei dati nazionali paese per paese, l’Agenzia rivedesse i criteri di accesso e le modalità di gestione del regime dell’adesione cooperativa, che dovrebbe rappresentare lo strumento primario per il contrasto dell’evasione e dell’elusione da parte delle multinazionali.

Ma la criticità più importante riguarda (ancora) l’uso effettivo dei dati. Se la norma sulla privacy verrà approvata e sarà efficace (il che è tutto da dimostrare, stanti i precedenti), rimarrebbe la necessità di ripensare il modello organizzativo della filiera dei dati fiscali e di dotare l’amministrazione finanziaria delle risorse umane e materiali per utilizzare i dati in modo massiccio e preventivo, anziché per casi individuali e in una logica di mero accertamento, come avvenuto finora. Una rivoluzione culturale e organizzativa che ha mosso i primi passi in questi anni, ma che ora richiede un salto di qualità netto e deciso. Si tende troppo facilmente a pensare che i problemi si risolvano scrivendo una norma, quando invece, specie in campo fiscale, è almeno altrettanto importante ciò che accade dopo che la norma è stata approvata.

C’è da sperare che questo governo se ne preoccupi subito, cominciando con l’attribuzione delle deleghe in campo fiscale, indispensabili per avviare la fase attuativa della manovra.

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Periferie: si fa presto a dire rinascita

La manovra di bilancio per il 2020 prevede risorse per la riqualificazione di edifici e aree degradate. Ma i semplici interventi urbanistico-edilizi non bastano. Vanno attuate politiche sociali che mirino a dare ascolto e risposte ai bisogni degli abitanti.

Pregi e limiti della “rinascita urbana”

Tra gli interventi previsti nella manovra di bilancio per il 2020 c’è anche un piano casa (denominato Rinascita urbana) per rilanciare gli investimenti nelle zone urbane. Prevede sostanzialmente due tipi di interventi: la riqualificazione e il recupero di edifici (a partire da quelli di edilizia pubblica e popolare) e di aree degradate, anche con la partecipazione di soggetti privati, per aumentare sia la quantità sia la qualità dell’offerta abitativa, e il rifinanziamento del fondo per l’affitto, per aiutare le famiglie in difficoltà e a rischio di morosità.

È sicuramente positivo che la questione dell’abitare sia entrata nell’agenda politica e non solo per sostenere l’abitazione di proprietà, come ormai avviene sistematicamente da anni. Se è vero che oltre il 70 per cento degli italiani vive in una casa di proprietà, l’affitto è concentrato tra i più poveri, le famiglie giovani e gli stranieri, gravando a volte fino al 35 per cento su bilanci risicati.

È positivo, e urgente, anche che si intervenga su aree e situazioni edilizie degradate non solo per l’incuria degli abitanti, ma per la negligenza dei soggetti pubblici che ne sono proprietari e, prima ancora, per il modo in cui molte di queste aree sono state pensate e create: agglomerati di grandi casermoni (si pensi a Corviale a Roma) senza servizi, collegati alla città da un sistema di trasporti largamente inefficiente, con il risultato di un doppio isolamento, sociale e spaziale.

Dare risposte ai bisogni degli abitanti

Temo, tuttavia, che non basti riqualificare gli edifici secondo le più aggiornate norme energetiche, creare spazi comuni e migliorare un po’ i trasporti, per rendere più vivibili quei quartieri. Non basta neppure che in questi quartieri si insedino imprese con progetti avveniristici che attraggono visitatori da altri quartieri e città, se rimangono come astronavi in un terreno alieno. Per questo Lavazza, insediatasi in uno dei quartieri tradizionalmente più problematici di Torino, dopo averne trasformato il profilo urbanistico con il suo palazzo modernissimo, ha iniziato a farsi coinvolgere in progetti del e con il quartiere e i suoi abitanti.

Come hanno capito alcuni paesi europei, le politiche della casa, soprattutto quando sono rivolte alle persone e ai contesti più deprivilegiati, non possono essere solo politiche urbanistico-edilizie. Devono essere intese e praticate come politiche sociali, miranti al coinvolgimento e inclusione degli abitanti nella risposta ai loro bisogni. Sono necessari servizi di qualità, ma è anche necessario favorire relazioni di scambio, di auto-mutuo aiuto, di corresponsabilità. Molto di più, e di diverso, della “messa in sicurezza” delle periferie cui alludeva il Programma straordinario di intervento per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie del 2016, che ha messo a disposizione delle città metropolitane fondi a questo scopo. Per fortuna, una seppur piccola parte dei fondi è stata destinata a progetti di costruzione di comunità. Ma rischiano di rimanere esperienze estemporanee, legate al tempo del finanziamento, se non diventano una dimensione strutturale dei programmi di rigenerazione urbana e di riqualificazione delle periferie. E la compartecipazione dei privati deve essere sollecitata non solo per la parte edilizia, ma anche per quella sociale, tanto più se si tratta di soggetti che operano in quei territori.

Proprio le esperienze italiane e straniere di lavoro nelle aree urbane degradate segnalano anche un altro nodo cruciale dei progetti di riqualificazione urbana e di politiche abitative per i gruppi più svantaggiati: non si può più procedere, come è stato fatto in passato, con la costruzione massiccia di abitazioni spesso di bassa qualità che consumano territorio mentre creano ghetti. Occorrerebbe, invece, nel medio-lungo periodo “smontare” questi agglomerati, riducendone, non aumentandone, l’intensità abitativa, utilizzando anche altre aree ed edifici dismessi per insediamenti più piccoli. Ciò ridurrebbe il rischio che i sociologi chiamano degli “effetti del vicinato”: del vivere, andare a scuola, frequentare solo persone in condizioni di svantaggio, con un impoverimento del capitale sociale e quindi anche delle opportunità.

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Cinque punti fermi per costruire un buon piano casa

Il governo intende stanziare un miliardo per un nuovo piano casa. Non è molto. Per fronteggiare l’emergenza e il disagio abitativo delle famiglie più deboli si dovrebbe infatti far ricorso a un ventaglio di misure, che rispondano alle diverse difficoltà.

Un miliardo di stanziamento

Il governo ha annunciato lo stanziamento di un miliardo di euro per finanziare un piano casa. Occorre aspettare di conoscere i particolari per valutare gli effetti che potrà produrre. Tuttavia, le risorse previste non sembrano adeguate a porre rimedio al cronico problema della casa, aggravato dal sostanziale disinteresse non solo del governo gialloverde, ma anche di quelli che l’avevano preceduto.

La questione delle abitazioni merita, invece, una grande attenzione. Una politica che si proponesse di contribuire a fronteggiare l’emergenza e il disagio abitativo delle famiglie che non sono in grado di risolvere da sole il problema dovrebbe attivare un ventaglio di misure, tenendo conto dei diversi gradi di difficoltà sui quali intervenire

Una spinta gentile per i canoni concordati

Il disagio delle famiglie che vivono in affitto può essere affrontato usando la leva fiscale per spingere i proprietari a incrementare l’offerta di abitazioni da affittare con contratti a canoni concordati, cioè più bassi di quelli di mercato. Solo il proprietario che affitta a canone concordato dovrebbe poter scegliere di tassare il ricavato con la cedolare secca anziché con l’Irpef, con un vantaggio fiscale crescente al crescere del reddito.

Per indirizzare i proprietari verso questa tipologia contrattuale, il governo dovrebbe: a) escludere dall’applicazione della cedolare secca i contratti a canone di mercato; b) rendere permanente l’aliquota del 10 per cento della cedolare secca applicata ai canoni concordati, mentre a partire dal 2020 è previsto che torni al 15 per cento. Al contrario, sembra però che il nuovo governo si appresti a portare l’aliquota al 12,5 per cento, riducendone l’attuale convenienza rispetto all’aliquota del 21 per cento che è possibile applicare ai canoni di mercato; c) estendere l’applicazione della cedolare secca al 10 per cento anche nei comuni non classificati tra quelli alta tensione abitativa, ma nei quali le associazioni degli inquilini e dei proprietari sottoscrivano gli accordi territoriali sui canoni concordati; d) estendere la possibilità di applicare la cedolare anche alle abitazioni i cui proprietari non sono persone fisiche.

Un sussidio agli inquilini delle abitazioni private

Occorre ripristinare, con un adeguato finanziamento, l’operatività del fondo sociale per l’affitto, i cui effetti sarebbero immediati. La misura, istituita venti anni fa, consente di dare un contributo monetario agli inquilini di alloggi di proprietà privata con redditi medio-bassi. Non turba il funzionamento del mercato della locazione, sul quale il livello dei canoni è determinato dall’equilibrio tra la domanda e l’offerta. La sua dotazione finanziaria è sempre stata insufficiente rispetto al fabbisogno e negli ultimi anni è stata ulteriormente ridotta o cassata del tutto.

Rilanciare l’edilizia agevolata

Una politica per la casa dovrebbe prevedere misure per il rilancio dell’edilizia agevolata, che è un modo per coniugare l’iniziativa privata con il perseguimento di obiettivi sociali. I programmi promossi dal settore pubblico per la costruzione di nuovi alloggi o la ristrutturazione di quelli esistenti sono realizzate dalle imprese e dalle cooperative che operano nel settore edilizio e della casa con loro capitali ma abbattendo i costi con un contributo pubblico. L’importo del finanziamento pubblico è trasferito agli acquirenti delle abitazioni o agli affittuari con uno sconto rispettivamente sui prezzi di vendita e sui canoni delle abitazioni.

Riscoprire i Peep

Quest’agevolazione deve essere combinata con quella, ben più rilevante, derivante dal fatto che l’edilizia agevolata è sempre anche edilizia convenzionata. Con la sottoscrizione di una convenzione con il comune, il costruttore o la cooperativa, che costruisce o ristruttura le case, accetta di venderle o affittarle a prezzi e canoni più bassi rispetto a quelli di mercato, anche di oltre un terzo. Questo è possibile soprattutto perché i terreni sui quali gli alloggi sono costruiti sono messi a disposizione dai comuni – che ne sono direttamente proprietari o li reperiscono attraverso negoziazioni con i loro proprietari – a prezzi calmierati. In questo modo, furono realizzati i Peep, cioè i piani di edilizia economica popolare.

Fare un censimento del numero di alloggi costruiti con questo strumento (la cui normat

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Scuola, arriva una raffica di assunzioni

Il primo atto di politica scolastica del nuovo governo è un decreto legge per l’assunzione di oltre 48 mila docenti precari. Migliora alcuni aspetti della misura annunciata dal precedente esecutivo, ma ne lascia intatto l’impianto generale.

48 mila contratti a tempo indeterminato

Il Consiglio dei ministri del 10 ottobre ha approvato un decreto legge che dà il via libera all’assunzione a tempo indeterminato di oltre 48 mila docenti della scuola statale. Il provvedimento merita attenzione sia per le sue dimensioni complessive, sia perché si tratta della prima importante decisione di politica scolastica dell’esecutivo giallorosso. Ed è una decisione che interviene su una misura annunciata dal precedente governo, migliorandone alcuni aspetti, ma lasciando intatto l’impianto generale. Ma il decreto merita attenzione soprattutto perché affronta, senza però trovare una risposta strutturale, un problema serissimo: quello dell’enorme difficoltà della scuola statale di reclutare il personale docente di ruolo che le serve per assicurare il regolare svolgimento delle lezioni.

Due concorsi: uno straordinario, uno ordinario

L’assunzione di 16.959 maestri e maestre dell’infanzia e della primaria era già stata autorizzata dal precedente governo, dunque il nuovo provvedimento interessa le scuole secondarie di I e di II grado. Da una prima porta d’accesso potranno entrare 24 mila precari non abilitati che abbiano maturato almeno tre anni di servizio, anche non consecutivi, dal 2011/2012 al 2018/2019. I candidati – se ne prevedono circa 50 mila – dovranno superare una prova scritta a computer con quesiti a risposta multipla (il punteggio minimo per superarla è di 7 decimi) e una prova orale di abilitazione. Per i posti di sostegno ai disabili la partecipazione al concorso è subordinata al possesso della specifica specializzazione: è un passo in avanti in un paese in cui un terzo dei docenti in questo ambito non è qualificato; occorrerebbe però che le università attivassero un maggior numero di corsi di specializzazione nel sostegno a livello locale A chi supera il concorso straordinario saranno anche richiesti i 24 crediti formativi universitari in discipline psico-pedagogiche, retaggio del sistema di formazione iniziale previsto dalla Buona scuola e successivamente soppresso dalla legge di bilancio 2019. Una volta soddisfatti questi requisiti i vincitori potranno salire in cattedra, a partire dal prossimo anno scolastico. Ma anche coloro che non risulteranno vincitori, se avranno superato la prova scritta e ottenuto un contratto di supplenza annuale, potranno conseguire un’abilitazione che consentirà loro l’accesso al ruolo negli anni successivi, a condizione di aver ottenuto almeno 7/10 sia al concorso sia alla verifica finale dopo un anno (è una novità rispetto al progetto del precedente ministro, Marco Bussetti).

La seconda porta di ingresso consiste invece in un concorso ordinario per 24.536 posti. Potranno partecipare i laureati delle diverse discipline compatibili con le classi di concorso messe a bando: la platea è dunque potenzialmente molto ampia e, come avvenuto in passato, si renderà necessaria una prova preselettiva per restringerla; seguiranno lo scritto e l’orale. I tempi normalmente richiesti per lo svolgimento delle tre prove – anche senza contare possibili rallentamenti e l’abituale strascico di ricorsi – sono difficilmente compatibili con un’immissione in ruolo dei vincitori già dal prossimo anno: se ne parlerà quindi a partire dal 2021-2022. I vincitori di entrambi i concorsi dovranno fermarsi nella stessa scuola per almeno cinque anni, novità introdotta nel 2018 e riaffermata nel decreto, per non creare discontinuità didattiche che penalizzano gli studenti. Ovviamente, bisognerà evitare che, come in passato, la norma venga disattesa attraverso le numerose riassegnazioni dei docenti alle località d’origine da parte dei giudici o del ministero dell’Istruzione università e ricerca.

Ai due grandi concorsi destinati ai docenti se ne affianca uno più ristretto, ma non privo di conseguenze per il buon funzionamento del sistema scolastico: il Miur è infatti autorizzato a bandire un concorso pubblico, per titoli ed esami, per il reclutamento di 59 nuovi dirigenti tecnici. Si tratta di figure chiave per la scuola italiana: sono i cosiddetti “ispettori”, il cui organico cronicamente sottodimensionato (190 le posizioni previste dalla pianta organica ma attualmente sono in servizio solo 50 dirigenti tecnici) rende di difficile praticabilità la valutazione delle scuole e dei dirigenti scolastici.

Qual è il giudizio?

Il decr

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Quanto serve bloccare l’export di armi alla Turchia

Chiudere le esportazioni di armi verso la Turchia non comporterebbe grossi problemi per la nostra economia. Al di là degli aspetti contabili, andrebbe poi valutato il costo reputazionale per l’Italia della prosecuzione del commercio militare con Ankara. 

Pochi effetti sull’economia italiana

L’offensiva lanciata in questi giorni da Recep Erdogan contro i curdi ha aperto il dibattito sull’opportunità di interrompere le esportazioni di armamenti verso la Turchia. Secondo quanto riportato da diversi mezzi di informazione, il nostro ministro degli Esteri sarebbe orientato a interrompere i contratti futuri e a compiere un’istruttoria su quelli in corso. Con maggiore determinazione, invece, le associazioni della società civile e diversi osservatori propongono una chiusura delle forniture e dei contratti già stipulati. Ma quali sarebbero gli effetti di una simile decisione sul settore militare e più in generale sull’economia italiana?

Secondo i dati elaborati dal Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) – la cui metodologia si basa sul calcolo di un costo medio di produzione dei diversi tipi di armamenti – le esportazioni di armi verso la Turchia nel periodo 2010-2018 dovrebbero pesare intorno all’11 per cento del totale del nostro export militare. Pertanto, un embargo nei confronti della Turchia non dovrebbe avere un impatto sostanziale, soprattutto in virtù del fatto che la gran parte di questi contratti riguardano la produzione di elicotteri Mangusta assemblati in Turchia su licenza Leonardo.

La situazione è più chiara se guardiamo ai numeri contenuti nelle relazioni annuali al Parlamento. Le autorizzazioni all’export concesse nel periodo 2012-2018 per la Turchia ammontano a poco meno di 998 milioni di euro. Peraltro, solo nel 2018 sono risultate una quota significativa del totale: 28 per cento circa contro un 2,8 per cento nel 2017 e uno 0,91 per cento nel 2016. Dunque, l’impatto di un’eventuale interruzione dell’interscambio militare con la Turchia non sarebbe nullo, ma non sarebbe neanche sostanziale.

La domanda successiva è se imprese di altri settori risentirebbero di un’eventuale interruzione dell’export di armi dall’Italia alla Turchia. Non esistono studi che abbiano evidenziato un impatto negativo di sanzioni limitate a singoli prodotti o settori sulla totalità dei flussi commerciali tra paesi. In linea generale, infatti, l’evidenza empirica sugli embarghi suggerisce che le relazioni commerciali non sono significativamente alterate se le sanzioni sono applicate a singoli beni o settori economici. Le sanzioni, infatti, influenzano negativamente la totalità dei flussi commerciali solo se coprono un gran numero di beni e se sono applicate dal numero maggiore possibile di paesi. In altre parole, impedire le esportazioni di armi non dovrebbe impedire gli scambi in altri settori, ma è pur vero che un embargo sugli armamenti può essere interpretato come segnale di una molto più ampia opposizione politica verso il paese sotto sanzione. In questo caso, per valutare gli effetti sull’economia del paese che impone le restrizioni all’export è cruciale considerare l’interdipendenza tra i due stati. Secondo i dati forniti dall’Istat, in termini di valore, l’export italiano verso la Turchia ammontava nel 2018 solo al 2 per cento del totale. A dispetto della crescita del valore delle esportazioni degli ultimi anni (+ 4,8 per cento in media dal 2013 al 2018), la Turchia non è in alcun modo uno dei principali mercati di sbocco per le imprese Italiane. Anche se l’embargo sulle armi provocasse ripercussioni negative sull’insieme dell’interscambio tra Italia e Turchia, le conseguenze sulla nostra economia non sarebbero significative. In sintesi, gli effetti economici delle proposte di interrompere la fornitura di armi alla Turchia non sono particolarmente rilevanti né per il comparto militare né per l’economia italiana nel suo complesso.

Rischio reputazionale

È poi evidente che eventuali benefici o nocumenti vadano valutati anche sulla base di considerazioni più ampie. In primo luogo, non si può prescindere da alcune riflessioni strategiche che riguardano, in particolare, l’appartenenza dell’Italia alla Nato e la posizione assunta dalla Turchia in seno all’alleanza.

Da diversi mesi, in seguito all’acquisizione del sistema missilistico russo S-400, Ankara non è più parte del programma F35. Secondo alcuni osservatori, si è trattato di un passo decisivo di Erdogan verso la rottura con la Nato per abbracciare come partner principale la Russia di Vladimir Putin. L’interpretazione si basa sull’idea tradiziona

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Turchia-Ue, un patto pagato dai profughi. E dai curdi

L’Unione Europea ha arginato l’arrivo di rifugiati delegando i controlli di frontiera ai paesi di transito, prima alla Turchia e poi alla Libia. Ora le minacce di Erdogan dimostrano la fragilità di questi accordi. E i costi umani e politici che nascondono.

Il ricatto della Turchia

Dopo aver lanciato l’operazione Primavera di pace contro i curdi siriani, il presidente turco Recep Erdogan ha dichiarato: “Paesi dell’Unione Europea, se provate a chiamare la nostra operazione un’invasione allora la risposta è semplice: apriremo i nostri confini e vi manderemo 3,6 milioni di rifugiati!”. In effetti, la Turchia è il paese che ospita il maggior numero di rifugiati al mondo, un record che detiene da cinque anni. E ne ospita un numero così elevato perché il 18 marzo 2016 ha firmato un accordo con l’Unione Europea, a seguito del quale si è impegnata a chiudere la rotta del Mediterraneo Orientale (dalla Turchia alla Grecia) in cambio di 6 miliardi di euro di trasferimenti dalla Ue.

Esternalizzare i controlli di frontiera

Questo si chiama “esternalizzazione dei controlli di frontiera” e la dichiarazione di Erdogan esprime con immediatezza tutta la fragilità e l’instabilità di questo tipo di accordi. Le sue parole ricordano minacce simili espresse da Mu’ammar Gheddafi contro l’Italia in passato. Niente di nuovo sotto il sole, dunque.

Nonostante il numero mondiale di profughi continui a salire, l’Unione Europea è riuscita ad arginare la cosiddetta crisi dei rifugiati in Europa – culminata nel 2015 con oltre 1,3 milioni di domande di asilo presentate in paesi Ue – proprio delegando i controlli di frontiera ai paesi di transito: alla Turchia nel 2016 e alla Libia nel corso del 2017.

Così, nel 2018 e 2019 i paesi europei hanno vissuto un periodo di relativa calma nell’arrivo di migranti. La figura 1 riporta il numero di sbarchi mensili da gennaio 2018 a settembre 2019 lungo le tre principali rotte di ingresso in Europa: Mediterraneo Orientale (Grecia), Centrale (Italia) e Occidentale (Spagna). Nel pieno della crisi dell’autunno del 2015, le tre rotte ricevevano in totale tra i 130 e i 220 mila ingressi di immigrati irregolari ogni mese (la maggior parte dei quali in Grecia). Dall’inizio del 2018, invece, non si raggiungono i 20 mila mensili. Ci sono differenze importanti tra le tre rotte: la Spagna non registrava numeri così alti da anni, mentre per le altre due siamo ritornati ai valori pre-crisi. In particolare, per l’Italia la linea è piatta e ben al di sotto delle altre due per quasi tutto il periodo.

Figura 1 – Arrivi di migranti in Italia, Grecia e Spagna (dati mensili)

Fonte: Unhcr – United Nations High Commissioner for Refugees

Nel corso del 2019, però, c’è una novità importante. Gli sbarchi crescono su tutte le tre rotte. Cosa sta succedendo? Erdogan ha già “riaperto i cancelli”? Difficile dirlo. Nonostante gli allarmismi nostrani, il numero di sbarchi in Italia è comunque inferiore rispetto agli altri due paesi. A settembre 2019 ci sono stati 2.350 arrivi sulle coste italiane, contro i 3.427 della Spagna e i 12.017 della Grecia.

Il coinvolgimento della Libia nel controllo del Mediterraneo

Ma come e quando si sono ridotti gli sbarchi in Italia? Per rispondere, guardiamo ai dati sugli arrivi giornalieri sulle coste italiane a partire dal 1° gennaio 2016 (figura 2). La riduzione più drastica si è verificata sotto il governo Gentiloni. Nei primi sei mesi di quell’esecutivo (dicembre 2016-giugno 2017) si registrava una media di 460 sbarchi al giorno, scesa a 190 nel semestre successivo (luglio-dicembre 2017) e a 90 nel suo ultimo semestre. La diminuzione è frutto di un intenso lavoro condotto dal governo Gentiloni sul coinvolgimento della Libia nel presidio delle sue acque territoriali fatto di accordi più o meno espliciti: dal Memorandum d’intesa firmato dallo stesso presidente del Consiglio con al-Sarraj nel febbraio del 2017 al “summit riservato” del ministro dell’Interno Marco Minniti con il generale Haftar a fine agosto 2017. Ma è anche frutto di fornitura di motovedette, supporto logistico alle operazioni in mare e formazione (nel doppio senso di creazione e addestramento) della cosiddetta guardia costiera libica. Tutto questo accompagnato da un intervento europeo che, con la missione Sophia, ha iniziato ad addestrare la guardia costiera libica già dall’ottobre 2016.

Figura 2 – Arrivi di migranti in Italia (dati giornalieri)

Fonte: Unhcr – United Nations High Commissioner for Refugees

L’ulteriore riduzione dei flussi in arrivo in Italia dalle coste nordafricane durante il periodo del governo Conte 1 – con una media di circa 30 sbarchi al giorno tra giugno 2018 e agosto 2019 –

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Mezzanotte di fuoco per la Brexit

Il 31 ottobre è la data fatidica per la Brexit. Il duello finale sarà all’ultimo sangue. Perché se sarà “no-deal” e uscita dalla Ue, Johnson vincerà le successive elezioni politiche. Ma lo scenario cambia se sarà costretto a chiedere un’estensione all’Europa.

Verso il duello finale

La saga della Brexit sta arrivando alla resa dei conti. Preceduto da imboscate e colpi di scena – come la legge Benn, che obbliga il primo ministro a chiedere un’estensione della permanenza nella Ue se il 19 ottobre non c’è accordo per l’uscita, o la sentenza della Corte costituzionale che dichiara illegale la chiusura del Parlamento, o la drammatica riapertura dei negoziati “in clausura” con Bruxelles – il duello finale sarà all’ultimo sangue. Entrambe le posizioni, pro-Brexit e pro-Europa, si sono estremizzate: il “no deal”, che implicherebbe l’azzeramento di ogni relazione commerciale per beni servizi persone e capitali e che durante la campagna referendaria non veniva neppure contemplato, è ora visto da molti come l’ipotesi ideale cui mirare. Tra i pro-europei, la posizione più estrema è quella dei Lib-Dem, che hanno dichiarato di voler spazzar via il referendum e rescindere unilateralmente l’articolo 50 qualora ottengano una maggioranza parlamentare.

Nessuna delle due posizioni, però, ha una maggioranza, né in Parlamento né nell’elettorato.

Quindi sia i brexitisti sia i pro-Europa si spostano lievi lievi verso posizioni meno estreme: i primi, guidati da Boris Johnson, che per ora gode di un carisma populista simile a quello di Donald Trump, propongono una nuova versione dell’accordo negoziato da Theresa May, con forti concessioni al gruppo di tory che vede la Brexit come la scusa per de-regolamentare l’economia (dal clima, ai diritti dei lavoratori, alla qualità del cibo) e concessioni cosmetiche agli irlandesi, che sembrano ormai disposti ad accettare uno status giuridico diverso tra Irlanda del Nord e resto del Regno Unito, anatema fino a poco fa. I pro-Europa sono non solo privi di leader, ma anche irriducibilmente divisi. Il capo dell’opposizione, il leader laburista Jeremy Corbyn, rimane a favore della Brexit, contro la quasi totalità del partito e dei sindacati. Continua testardo a rifiutare compromessi, sia quando respinge la proposta di condizionare l’appoggio a un’eventuale proposta di trattato a un secondo referendum (prima le elezioni anticipate, poi, il referendum, ripete), sia quando lega il sostegno dei laburisti a un governo di opposizione alla condizione che sia lui il primo ministro, ben sapendo che gli ex-deputati tory e i liberal democratici, disposti a votare per “saggi anziani” super partes, quali l’ex cancelliere dello scacchiere Ken Clarke o l’ex ministra degli esteri laburista Margaret Beckett, non potrebbero mai appoggiare l’attuale leader laburista.

Le intenzioni di voto

Nelle ultime due elezioni politiche i sondaggi si sono rivelati sbagliati: nel 2015 predicevano un parlamento senza maggioranza, mentre invece David Cameron riuscì a ottenerla. Nel 2017 indicavano un’incoronazione per Theresa May, che fu umiliata dalle urne. Parte della difficoltà è dovuta al fatto che lo spostamento da un partito all’altro non è uniforme sul territorio nazionale: gli elettori che cambiano voto lo fanno per motivi diversi in diverse aree geografiche del paese: a Londra e Manchester, i tory socialmente progressisti votano Lib-Dem o Labour, mentre nelle piccole città, da Mansfield a Ashfield, è la classe operaia tradizionale, bianca e chauvinista, che si ribella contro l’élite liberale, e se proprio non riesce a votare tory, ha certo meno remore a votare il partito di Nigel Farage, prima l’Ukip poi il Brexit party.

La domanda tradizionale dei sondaggi tradizionali “se l’elezione per il Parlamento fosse oggi, per chi voteresti?” permette di confrontare cambiamenti temporali nell’appoggio ai partiti. La figura 1 illustra la persistente debolezza dei laburisti, che di rado superano il 25 per cento delle intenzioni di voto. Il motivo è l’emorragia di voti pro-Europa verso partiti non ambigui nella loro opposizione alla Brexit (per fare un esempio, in casa De Fraja, alle Europee, il Labour ha perso cinque voti su cinque).

Figura 1 – Aggregazione dei sondaggi settimanali: partendo dall’alto i partiti sono Conservative, Labour, Liberal-Democratici, il partito Brexit, i Verdi, Ukip (in viola), e Change UK (un gruppo formato da undici deputati laburisti e tory, molti dei quali sono ora nei Lib-Dem). I partiti regionali (nazionalisti scozzesi e gallesi) sono esclusi.

Fonte: BritainElect

La figura 1, però, maschera una

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Il Punto

Mentre massacra i curdi, il presidente turco Erdogan presenta il conto dell’ambiguo patto fatto con la Ue: stia zitta o le arriveranno 3,6 milioni di rifugiati oggi “ospitati” nei campi turchi. Un accordo simile l’Italia aveva fatto con i libici in piena guerra civile. Sono non-rimedi fragili e fatti per nascondere i problemi, facendone pagare il costo solo ai profughi.
Tempo quasi scaduto per la Brexit con accordo, salvo un possibile rinvio. In Parlamento nessuno ha la maggioranza: né i duri e puri del “no deal” né chi vuole l’uscita negoziata né i pro-Ue che reclamano un altro referendum. Mentre conservatori e laburisti – divisi al loro interno – vedono preoccupati il rischio di nuove elezioni.
A gennaio sarà la volta buona per l’entrata in vigore della web tax italiana? Il governo la promette e prevede, con ottimismo, di incassare 600 milioni dalle grandi multinazionali di internet. Ma dimentica che servono decreti attuativi per chiarire chi deve pagare e chi no. Ad esempio come nella normativa francese.
Quest’anno il Nobel per l’Economia è andato a Esther Duflo (più giovane e seconda donna premiata nella storia), Abhijit Banerjee, e Michael Kremer. Tre studiosi che hanno rivoluzionato la ricerca sulla povertà nel mondo con innovativi metodi sperimentali che permettono di individuare i modi migliori per combatterla.
In Germania, Francia e Usa la produttività è cresciuta mentre in Italia, Spagna e Portogallo si rimaneva al palo. Gli insuccessi del Sud Europa sono spiegati dalla limitata penetrazione dell’informatica nelle imprese e dalla persistenza di pratiche manageriali troppo tradizionali. Più spesso in aziende familiari.

Il podcast de lavoce.info
Il nuovo podcast lavoce in capitolo. Parliamo di “Ripensare il commercio internazionale” con Alessia Amighini.

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