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Perché è così alta la mortalità da coronavirus in Lombardia

In Lombardia il numero di morti causati dal Covid-19 è altissimo rispetto ai contagiati ufficiali. Le spiegazioni ipotizzate sono diverse. Una è la carenza di posti in terapia intensiva. Ecco i risultati di una simulazione con il modello di contagio Seir.

Lo strano caso della Lombardia

Il numero di morti causati dal Covid-19 in Lombardia è altissimo (7.199 al 31 marzo) rispetto al numero di contagiati ufficiali secondo la Protezione civile (43.208 alla stessa data). Stando a questi numeri il tasso di letalità del virus Sars-CoV-2 nella regione sarebbe pari al 16,6 per cento, mentre nel resto del mondo è inferiore al 5 per cento.

Le spiegazioni proposte per l’anomalia sono due. La prima fa riferimento a caratteristiche specifiche della popolazione lombarda e più in generale italiana: frazione elevata di anziani, maggiore frequenza di contatto fisico nelle interazioni sociali, co-residenza di anziani e giovani nella tipologia italiana di famiglia allargata. La seconda fa riferimento alla possibilità che il numero di contagiati ufficiali registrati dalla Protezione civile sia stato largamente sottostimato, dato che i tamponi sono stati fatti solo ai pazienti con sintomi relativamente gravi. Secondo l’amministratore delegato del milanese Centro Medico Santagostino, Luca Foresti, questa spiegazione suggerirebbe che i contagiati reali siano, a livello nazionale, addirittura più di 11 milioni.

Purtroppo, c’è anche una terza spiegazione molto meno favorevole, ossia che l’alto numero di morti per Covid-19 in Lombardia sia dovuto alla carenza di posti in terapia intensiva rispetto alla domanda. La figura 1 mostra perché questa ipotesi è plausibile.

Figura 1 – Letalità causata dal Covid-19 in Lombardia

In assenza di vincoli, la frazione di pazienti Covid-19 ospedalizzati che ha bisogno di terapia intensiva dovrebbe essere costante al variare del numero di pazienti. Se su 100 persone ricoverate in ospedale perché infette, 15 hanno bisogno della terapia intensiva, su 1.000 saranno 150 ad avere la stessa necessità e così via. La figura 1 mostra che il rapporto ha invece un andamento decrescente per la Lombardia nei giorni dall’8 al 31 marzo e questo perché il numero di pazienti ospedalizzati (al denominatore) è più che quadruplicato, passando da 2.802 a 11.883, mentre il numero di pazienti in terapia intensiva (al numeratore) è “solo” poco più che triplicato, passando 400 a 1.324.

Il risultato indica quanto sia importante tenere presente il vincolo rappresentato dall’offerta di cure mediche, in particolare quelle in terapia intensiva, nei modelli di previsione di ciò che accadrà nelle prossime settimane e soprattutto nei modelli che vogliono valutare gli effetti delle diverse ipotesi di riduzione graduale dell’obbligo di distanziamento sociale. Anche perché è elevato il rischio di un secondo picco di contagi nei prossimi mesi, come avvenne per l’influenza “spagnola” del 1918-1920.

Il modello aggiornato

Abbiamo integrato il modello matematico di contagio Seir (Susceptible, Exposed, Infected, Removed), che in questi giorni tutti abbiamo imparato a conoscere, estendendolo per rendere la mortalità dipendente dal vincolo imposto dalla capienza dei reparti di terapia intensiva. In questo modo, il tasso di letalità del virus diventa endogeno rispetto al numero di infetti quando il vincolo è attivo. Per gli altri parametri del modello utilizziamo i valori standard adottati in altri esercizi simili per il Covid-19: in particolare, R0 (il parametro di riproduzione netta del virus) pari a 2,2 e tasso di letalità in assenza di vincoli pari a 1,38.

I risultati sono illustrati nella figura 2, che riporta la mortalità osservata e quella simulata dal nostro modello in due scenari.

Figura 2 – Evoluzione dei decessi osservati in Lombardia e di quelli simulati con o senza vincolo attivo di insufficienza dei posti in terapia intensiva

Il primo scenario impone la presenza del vincolo di disponibilità dei posti in terapia intensiva, che quindi non possono crescere in modo da soddisfare la domanda. Il secondo ipotizza invece una capacità di 3 mila posti in terapia intensiva per l’intera regione, quindi un numero ragionevolmente superiore a quello che sarebbe stato necessario per soddisfare la domanda. Con il vincolo attivo, il modello simula molto bene il numero elevato e crescente della mortalità osservata. Il secondo scenario, invece, mostra che il numero di decessi avrebbe potuto essere largamente inferiore. La differenza verticale tra i due misura il numero considerevole di vite umane che avremmo potuto salvare se il vincolo dei posti in terapia intensiva non fosse stato rilevante.

Il mod

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Decessi da Covid, facciamo chiarezza sui dati Istat

I dati resi disponibili dall’istituto di statistica riguardano solo i comuni in cui l’aumento della mortalità è stato più significativo. Cambiando approccio si ottengono numeri non così distanti da quelli forniti dal ministero della Salute.

Una questione di campioni

L’Istat ieri ha reso disponibili i dati sui decessi al dettaglio comunale tratti dall’Anagrafe nazionale della popolazione residente (Anpr) che include a oggi 5.866 comuni. Nella sua nota esplicativa, l’Istat spiega che i dati si riferiscono a 1.084 comuni: sono quelli “con un numero di decessi che, nel periodo dal 1° gennaio al 21 marzo 2020, è risultato superiore o uguale a 10 unità e che nel mese di marzo del 2020 hanno presentato, rispetto alla corrispondente media del quinquennio 2015-2019, un incremento della mortalità pari ad almeno il 20 per cento”.
La tabella 1 riporta il numero di decessi negli anni dal 2015 al 2020 separatamente per le settimane dal 1° gennaio al 22 febbraio (riga 1) e per le settimane dal 23 febbraio al 21 marzo (riga 2). Tenendo conto dell’andamento osservato nelle settimane dal 1° gennaio al 22 febbraio, risulta in modo macroscopico un aumento dei decessi nelle quattro settimane dell’epidemia di Covid-19, nell’ordine di almeno 10 mila decessi in più rispetto a quanto osservato negli anni precedenti.
Un numero di decessi nettamente superiore ai 4.825 attribuiti a Covid-19, comunicati a quella data dal ministero della Salute.

Tabella 1. Decessi osservati dal 2015 al 2020 distintamente per le settimane dal 1° gennaio al 22 febbraio e dal 23 febbraio al 21 marzo.

Elaborazioni dell’autore. Il campione ristretto include solo i comuni che nelle settimane dal 1/1 al 22/2 hanno registrato una variazione dei decessi rispetto alla media degli anni precedenti almeno pari al 20 per cento.

Ci sono però almeno un paio di ragioni per interpretare con molta cautela lo scostamento tra il dato ufficiale del ministero e la stima che proviene dai dati Istat.
Innanzitutto, in linea di principio la selezione del campione operata dall’Istat dà luogo a una sovrastima sistematica della variazione dei decessi osservata nelle quattro settimane “calde” del 2020 rispetto alle corrispondenti settimane degli anni precedenti. Infatti, anche se – in ipotesi – l’effetto dell’epidemia sui decessi fosse nullo, questa regola di selezione includerebbe nel campione solo i comuni che per effetto delle oscillazioni casuali del fenomeno in quelle quattro settimane hanno registrato una variazione positiva pari ad almeno il 20 per cento sulla media degli anni precedenti. Ed escluderebbe invece dal campione tutti i comuni con variazioni dovute al caso inferiori a quella soglia.
Che questa distorsione sia effettivamente rilevante è un problema empirico, non teorico. Per avere un’idea, almeno approssimativa, dell’entità di questa distorsione abbiamo applicato la stessa regola di selezione usata dall’Istat al dato relativo al numero di decessi nelle prime sette settimane del 2020. Abbiamo cioè escluso dal campione i comuni che in quelle settimane hanno registrato un aumento nel numero di decessi inferiore al 20 per cento rispetto alla media degli anni precedenti. Nel sottoinsieme di comuni così ottenuto l’andamento dei decessi nei sei anni considerati è riportato nella terza riga della Tabella 1. Si nota che solo per effetto del modo in cui è stato selezionato questo sottoinsieme di comuni, nelle prime sette settimane del 2020 il numero dei decessi risulta superiore circa del 40 per cento a quello delle corrispondenti settimane degli anni precedenti.

Conclusioni

Montando i vari pezzi assieme, si ricava che dei circa 10 mila decessi in più rispetto agli anni precedenti osservati nelle settimane dal 23 febbraio al 21 marzo del 2020, 4 mila circa potrebbero essere dovuti al modo in cui l’Istat ha selezionato il campione. Secondo questi calcoli, i rimanenti 6 mila decessi sarebbero effettivamente da attribuire a Covid-19: in tal caso lo scostamento tra il dato ufficiale del Ministero e la stima basata sui dati Istat si ridurrebbe a circa mille unità.
A complicare – anche se forse in modo non rilevante – il confronto tra le due stime, c’è da tenere anche in considerazione che il dato ufficiale del ministero include anche i decessi avvenuti nei comuni esclusi dal campione Istat. In questo senso la stima basata su quest’ultimo è potenzialmente distorta al ribasso. Anche se, stante la regola di selezione adottata dall’Istat, è plausibile che si tratti di una sottostima dall’entità contenuta.
Come si evince dai due grafici qui sotto, poi, anche se il dato comunicato dal ministero fosse inferiore a quello corrett

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Quanto pesa lo shock Covid-19 sulle famiglie

Quali saranno gli effetti economici dello shock da coronavirus sulle famiglie con lavoratori autonomi? Spesso dispongono di risparmi per rispondere agli imprevisti. E dunque per superare la crisi potrebbero bastare prestiti ponte e mutui a lungo termine.

L’effetto sulle famiglie

Il blocco produttivo disposto dal governo con il decreto del 23 marzo 2020 avrà un impatto economico rilevante su imprese e famiglie. Fabiano Schivardi ha analizzato quello per le imprese, noi ci concentriamo sulle famiglie: quanto è grande la perdita di reddito rispetto ai loro introiti? Come è distribuita? Quali famiglie sono più attrezzate a farvi fronte utilizzando i propri risparmi? Qual è la dimensione dell’aiuto finanziario che consentirebbe di assorbire meglio la perdita sofferta?
La quantificazione che faremo della dimensione dello shock non tiene conto di possibili effetti a cascata su altri settori produttivi, né di possibili rimbalzi della domanda una volta che il blocco sia rimosso. Quindi, molto probabilmente ne rappresenta una sottostima. Nondimeno, crediamo che possa aiutare a calibrare le misure di sostegno che il governo ha messo e, ancor più, dovrà mettere in campo. La calibrazione, a sua volta, è importante per due ragioni: a) per indirizzare gli aiuti pubblici lì dove sono maggiormente necessari, in modo da gravare il meno possibile sul bilancio dello stato e contenendo così lo stock di debito che la crisi lascerà in eredità; b) per mitigare gli effetti recessivi dal lato della domanda. Le famiglie che subiscono cali di reddito elevati e difettano di risorse proprie hanno infatti una propensione al consumo più elevata.
Utilizzando l’Indagine della Banca d’Italia sui redditi e la ricchezza delle famiglie (quella del 2016, l’ultima disponibile), si può calcolare che le famiglie più direttamente colpite dalla chiusura dell’attività – quelle cioè in cui almeno uno dei percettori di reddito lavora in una delle branche di cui il governo ha disposto la chiusura – sono circa il 25 per cento del totale (includendo le disposizioni dei due decreti, 23 marzo e 11 marzo). Di queste, il 72 per cento ha solo redditi da lavoro dipendente, il 21 per cento solo da lavoro autonomo (in entrambi i casi, non necessariamente tutti nei settori bloccati).
Nel seguito, prendendo per buono l’impegno del governo a evitare licenziamenti e a sostenere il reddito, assumeremo che i lavoratori dipendenti siano completamente schermati dalla perdita. Si tratta di un’ipotesi estrema, fatta per concentrare l’analisi sul segmento di famiglie – quelle in cui almeno uno dei percettori è un lavoratore autonomo – che è verosimilmente più esposto allo shock derivante dal blocco produttivo (qui esaminiamo anche la perdita dei lavoratori dipendenti).

Autonomi davanti agli imprevisti

La figura 1 mostra la distribuzione della quota del reddito disponibile perso come conseguenza del blocco delle attività nei settori Nace che approssimano quelli coinvolti dal decreto del governo, nell’ipotesi che la sua durata sia di 30 giorni lavorativi (sarà il periodo ipotizzato anche nel seguito, molto vicino a quello implicito nella proroga al 15 aprile); consideriamo le sole famiglie in cui almeno uno dei percettori è un lavoratore autonomo nei settori esposti al blocco.
La perdita media è pari al 6,7 per cento del reddito disponibile, circa 2.435 euro; un quarto delle famiglie ha una perdita inferiore al 3,3 per cento del reddito e, sempre per un quarto, almeno uno dei percettori è un lavoratore dipendente (che per ipotesi non subisce alcuna perdita di reddito).

Figura 1 – Perdita di reddito dovuta al blocco: stop licenziamenti dipendenti (quota del reddito disponibile pre-blocco)

Fonte: Elaborazioni sui dati dell’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane, 2016, Banca d’Italia  

Attraverso una domanda del questionario dell’Indagine, che chiede alle famiglie di indicare l’ammontare di risparmio precauzionale che ritengono sarebbe sufficiente ad affrontare i “normali” imprevisti (anche se non necessariamente lo hanno accumulato), possiamo calcolare la distribuzione dell’imprevisto che la pandemia ha generato sui redditi.  

Figura 2 Chi è colto di sorpresa (quota della perdita di reddito coperta dal risparmio per normali imprevisti)

Fonte: Elaborazioni sui dati dell’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane, 2016, Banca d’Italia  

La figura 2 mostra che per l’89 per cento delle famiglie con almeno un lavoratore autonomo il risparmio precauzionale “normale” è inferiore alla perdita di reddito dovuta al blocco; per il 76 per cento la perdita di reddito è il doppio del risparmi

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Se i social network aiutano a capire l’epidemia

I virus si diffondono attraverso reti sociali. Studiando questi processi possiamo mettere a punto strumenti di contrasto al contagio complementari a quelli sanitari. Per esempio una app che sia una sorta di radar delle infezioni.

Covid-19, un virus sociale

I virus sono microrganismi sociali. Si diffondono attraverso processi di replicazione, diffusione e contagio cioè attraverso reti sociali. Per capire come Covid-19 si muova nelle reti delle nostre comunità, bisogna capirne le modalità e i processi di diffusione.
Le modalità di diffusione derivano dalle caratteristiche biologiche del virus, ma hanno effetti rilevanti sui processi di diffusione sociale. Di Covid-19 ad oggi sappiamo che si diffonde tra le persone attraverso contatto diretto (la co-presenza fisica e simultanea di due o più persone nello stesso spazio) e indiretto (attraverso superfici o negli spazi chiusi tramite aerosol). Le modalità di contagio influenzano i due processi di diffusione che si possono ipotizzare sulla base delle evidenze oggi a disposizione. Il primo è la diffusione allinterno delle comunità(attraverso processi di contagio in comunità chiusenetwork closure (Figura 1). In contesti ad alta densità di contatti, il virus si diffonde perché gli infetti contagiano i non infetti attraverso contatto ravvicinato. Questo primo meccanismo giustifica limposizione di misure di distanziamento sociale. Il secondo meccanismo di network è la diffusione tra le comunitàin termini di reti aperte network openness (Figura 2). Alcune persone creano ponti tra comunità altrimenti distanti tra loro, diffondendo in questo caso il virus.
Studiare questi processi di network aiuta a formulare alcune indicazioni che potrebbero essere utili per affrontare la crisi oggi e il domani dellemergenza, soprattutto se dovesse perdurare nel tempo, rendendo restrizioni alla circolazione e alla vita sociale non sostenibili.

Una app come radar delle infezioni

Per mappare e possibilmente contenere il contagio, è necessario sapere non soltanto il numero di morti e casi gravi/ospedalizzati, ma è ancora più importante conoscere e monitorare tempestivamente il denominatore dellequazione di ogni contagio: Il numero di contagiati. Il fatto che il virus si diffonda a velocità elevata e che vi siano persone con sintomi lievi rende questa operazione particolarmente complessa. Allo stesso tempo è una operazione imprescindibile, perché se non si ha un quadro epidemiologico chiaro di quanti siano contagiati, dove vivono e chi frequentano, si rischia che, una volta allentate le misure restrittive, il contagio possa ripartire, come sembra stia accadendo in parte a Singapore. Per provare a conoscere il denominatore, sono possibili due strade. La prima, richiesta a gran voce da molti virologi, è il campionamento a tappeto della popolazione attraverso tamponi, in modo da intercettare il numero maggiore possibile di contagiati, sintomatici o no, e così facendo isolare/mettere in quarantena tutti coloro che risultino positivi, e con essi i loro contatti diretti, in modo da spezzare metaforicamente la catena del contagio. È il metodo adottato dalla Korea del Sud e dalla regione Veneto con risultati interessanti. È un metodoperò, che presenta alcuni limiti rilevanti, a partire dal fatto che il tampone negativo oggi non esclude che possa essere positivo domani. In un contagio prolungato, fotografie isolate nel tempo non catturano adeguatamente levolversi di una situazione di per sé fluida. Inoltre, vincoli di risorse rendono la somministrazione di tamponi a una fetta rilevante di popolazione non praticabile.
Seguendo lesempio olandese proposto dallistituto nazionale di salute pubblica (Rivm), si potrebbe alternativamente creare una piattaforma online o addirittura una app che possa servire da radar delle infezioni. Prendendo in considerazione, su base volontaria, un campione statisticamente rappresentativo della popolazione di decine o centinaia di migliaia di persone, monitorandone su base quotidiana o settimanale eventuali disturbi fisici potenzialmente correlati al virus (come misurazione della temperatura, presenza di tosse, problemi respiratori) e chiedendo al contempo – sempre su base volontaria e nel rispetto delle normative sulla privacy – informazioni sui contatti diretti di questi partecipanti campionati, si potrebbe creare un radar sostenibile nel tempo e completamente informatizzato in grado di rappresentare un termometro dinamico dellinfezione. Questo sistema sarebbe facile da realizzare, si fonderebbe su un patto di fiducia e collaborazione tra c

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Nella finanza non ripetiamo gli errori del dopo-crisi 2008

Se il dopo-pandemia dovrà essere affrontato con un vero spirito di ricostruzione, teniamo conto delle lezioni della crisi finanziaria del 2008. Il sistema mondiale è oggi più robusto, ma solo in parte. Rivela anche presenza di doping.

Il problema di fondo di come finanziare la risposta economica alla pandemia è che non sono state rimosse le cause di fondo della crisi del 2008. La risposta a un evento catastrofico generato da eccesso di debiti privati e pubblici (ma con l’unica eccezione dell’Italia soprattutto dei primi) e da rischi enormi accumulati dal sistema finanziario per puro azzardo, è stata di irrobustire le banche e nello stesso tempo consentire alle banche centrali di immettere liquidità in dosi massicce, abbassando i tassi di interesse fino al mondo surreale inferiore allo zero. Il debito è risultato molto più sostenibile ed è addirittura cresciuto ulteriormente, superando ogni record storico. In altre parole, un’indigestione è stata curata con una dieta di cotechino e polenta taragna.

Indebitarsi a basso costo

Cosa significa tutto questo? In primo luogo, che la tesi secondo cui il sistema finanziario mondiale oggi è robusto è solo una mezza verità (e dunque una mezza bugia): vale per le banche ma non per il resto del sistema finanziario globale. È bene ricordare i titoli di coda del film La grande scommessa (una spietata analisi degli eccessi speculativi che hanno determinato la crisi) in cui si dice che nel 2015 avevano cominciato a circolare titoli definiti Clo (Collateralised loan obligation) che altro non erano se non la reincarnazione dei titoli Cdo, cioè i più tossici inventati da Wall Street. E guarda caso non passa giorno che la stampa internazionale non lanci segnali di allarme per il debito accumulato dalle imprese di tutti i paesi con l’emissione di bond sia perché gran parte delle emissioni veniva da aziende appena al di sopra del livello junk, cioè spazzatura (qualcuno ricorda i mutui subprime?) sia appunto per le incognite del rischio effettivo contenuto nelle obbligazioni Clo.
Questo significa che ancora una volta dovranno essere le banche centrali a intervenire e infatti stanno iniziando a comprare anche titoli emessi da imprese, come previsto nel caso della Bce dal programma Pepp: un nome che sarebbe piaciuto a Gianni Brera, ma che invece significa Pandemic Emergency Purchase Programme. Con uno svantaggio, sia detto di passata, per l’Italia perché noi abbiamo meno imprese di dimensioni tali da poter accedere direttamente ai mercati.
Ma il problema fondamentale è che se non usiamo questa crisi per mettere mano una volta per tutte ai problemi interni al sistema finanziario continueremo a perpetuare le distorsioni economiche che hanno determinato la crisi del 2008 e rendono socialmente meno sostenibile quella del Covid.
Vasto programma, diceva il generale De Gaulle dell’idea di eliminare i cretini. Ma un punto ineludibile dell’agenda politica. Due esempi per tutti. Possibile che l’Europa continui ad essere sorda rispetto all’idea di tassare le transazioni finanziarie? È stato detto fino alla nausea che è un tipo di imposta che deve essere introdotto a livello sovranazionale, che ha un potenziale di gettito enorme anche con aliquote irrisorie e che potrebbe essere destinato a scopi comuni. Quale migliore occasione, adesso che non ci sono più i veti britannici, per almeno rispolverare il dibattito e fare uno straccio di studio di fattibilità?

Capitalismo dopato

E ancora. Le imprese nel mondo, a cominciare dagli Stati Uniti, hanno registrato profitti record ma sono oggi più indebitate di prima e come si è detto hanno attinto a piene mani al mercato obbligazionario, che era diventato come il paese dei Balocchi in cui l’aranciata sgorga dalle fontanelle. Come mai? Semplicemente perché si sono indebitate per ricomprare sul mercato le loro azioni, con il risultato di indebolire l’azienda patrimonialmente, ma di arricchire gli azionisti e con loro i manager i cui bonus sono legati alle quotazioni azionarie. Un’operazione allegramente portata avanti prima e dopo la crisi del 2008, che l’Economist (non Lotta Comunista) ha definito “capitalismo dopato”. Con il risultato che gran parte dei miliardi che Trump ha messo a disposizione del settore produttivo andranno a imprese che anche nei tempi recenti si sono distinte in queste operazioni. Un altro foglio sovversivo, il New York Times, ha denunciato che le società alberghiere e le compagnie aeree americane hanno fatto acquisti di azioni proprie anche nell’ultimo anno per miliardi di dollari. Risorse sparite dalle aziende per darle agli azionisti (e ai manager) e oggi riconsegnate in confezione regalo dallo zio Sam.
Insomma, le c

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Un’occasione per sconfiggere il virus del pregiudizio

Lascerà senz’altro molti strascichi l’emergenza coronavirus. Ma ci fa scoprire una volta di più che i nostri destini di abitanti del pianeta sono strettamente intrecciati. La solidarietà dimostrata da altri paesi è forse il seme di un mondo migliore.

Chiusure e aperture

L’emergenza coronavirus non passerà senza lasciare strascichi, al momento imprevedibili nella loro portata. Uno di questi riguarderà la gestione dei confini nazionali. Con le decisioni assunte negli ultimi giorni da diversi governi, gli accordi di Schengen sono di fatto saltati. Ogni paese si barrica nel suo spazio nazionale e ricomincia a vedere il vicino come una potenziale minaccia. La crisi nelle relazioni europee ci consegna però anche una serie di insegnamenti.

Il primo suona così: l’apertura verso l’esterno comporta dei rischi, ma la chiusura provoca danni di gran lunga peggiori. Stiamo provando che cosa significa assecondare le spinte isolazioniste, rimpiangere un passato (in realtà mai esistito) di comunità asserragliate e autosufficienti. Chiudere i confini è di fatto impossibile, se non per un’emergenza straordinaria come questa. E tra l’altro non è servito a evitare l’ingresso del virus. Il nostro benessere e la nostra capacità di progredire dipendono da un’apertura, certo giudiziosa e governata, verso gli scambi e i rapporti con il mondo esterno.

Il secondo insegnamento riguarda la bilateralità, delle chiusure come delle aperture. Se noi sigilliamo le frontiere o sospendiamo i voli, anche altri lo faranno nei nostri confronti. Molti hanno avvertito come una sorta di sopruso i blocchi degli ingressi attuati da tanti governi del Sud e dell’Est del mondo verso i cittadini italiani, abituati da anni a circolare senza impedimenti, quando invece noi richiediamo visti e permessi ai cittadini di quegli stessi paesi quando vogliono entrare in Italia. Gli squilibri alla fine sono venuti al pettine. Forse dovremo impegnarci a ripensarli. Nell’ultimo decennio i nostri governi hanno tolto l’obbligo del visto per ingressi turistici ai cittadini di tutti i paesi dell’area balcanica, al Brasile, più di recente all’Ucraina e alla Moldova. Dovremmo domandarci come proseguire su questa strada.

L’importanza della solidarietà

Su questo punto si innesca una terza riflessione. La tendenza a dividere il mondo in amici ed estranei, se non nemici, si è scontrata con la dura lezione del coronavirus. L’idea che i viaggi internazionali di alcuni siano innocui e gli spostamenti di altri siano perniciosi contiene qualcosa di irrazionale, da pensiero magico. Anche se per una sorta di riflesso condizionato di scuola pavloviana continuiamo a guardare con sospetto i migranti poveri, o supposti tali (come nel caso dei cinesi, in realtà cittadini di una potenza economica), a evitarli o a metterli in quarantena se arrivano dal mare, il temibile contagio sta diffondendosi in Europa e attraverso l’Atlantico mediante ogni sorta di contatto interpersonale. Viaggi d’affari, turismo, visite ai familiari all’estero comportano una circolazione di persone molto maggiore delle migrazioni. In tempi normali nessuno ci fa caso, ma neppure in questo tempo sospeso ce ne rendiamo conto davvero. Istintivamente, associamo il pericolo alla mobilità dei poveri.

Un ultimo e più positivo spunto si riferisce alla globalizzazione della solidarietà. La pandemia fa scoprire una volta di più che i nostri destini di abitanti del mondo sono strettamente intrecciati. Nessuno si salverà da solo. L’invio da parte della Cina di dieci tonnellate di materiale sanitario, con medici e infermieri al seguito, ci ha giustamente impressionato, come pure l’arrivo di personale medico da Cuba e dall’Albania. Chi è stato ostracizzato e discriminato è venuto in nostro soccorso. Gli immigrati già insediati si stanno comportando con grande disciplina e rispetto delle regole, malgrado le condizioni abitative inadeguate in cui parecchi vivono. È un piccolo seme di un mondo migliore. Spero che i soccorritori arrivati da lontano contribuiscano a sconfiggere anche un altro temibile virus: quello del pregiudizio.

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Vite salvate dagli open data

La battaglia contro il coronavirus si combatte anche attraverso analisi statistiche della dinamica dell’epidemia, sulla base delle quali prendere decisioni di politica sanitaria o economica. È indispensabile però che siano resi disponibili dati adeguati.

L’epidemia e il ruolo della statistica

La battaglia alla pandemia Covid-19 si combatte e si vince in molti luoghi: negli ospedali, ovviamente, nei laboratori medici e farmaceutici, nelle fabbriche di materiale per la protezione degli operatori della sanità, nei comuni in lockdown e così via. La battaglia si combatte anche fornendo dati all’opinione pubblica e alla stampa, attraverso una comunicazione onesta ed efficace, che trasmetta la gravità della situazione senza generare panico. A questo devono mirare, in Italia, le quotidiane comunicazioni da parte della Protezione civile e dell’Istituto superiore di sanità.

Ma la battaglia si combatte anche attraverso analisi statistiche della dinamica dell’epidemia, sulla base delle quali prendere decisioni, siano esse di politica sanitaria o di politica economica, fondate su solida e tempestiva evidenza. Queste analisi statistiche, che devono anche indicare i margini di incertezza implicati, necessitano di dati molto più accurati e dettagliati di quelli giornalmente diffusi all’opinione pubblica e alla stampa. I gruppi di lavoro di supporto al governo hanno avuto a disposizione – presumiamo – tutti i dati possibili. Questo ha permesso – speriamo – di dare sostegno alle drastiche e importantissime decisioni prese. Ma se così è, una minima parte di questi dati è stata finora distribuita alla comunità scientifica.

La comunità scientifica – epidemiologi e virologi innanzitutto, ma anche matematici, statistici, informatici e scienziati sociali di ogni tipo (economisti, sociologi, demografi, politologi, giuristi e via dicendo) – ha competenze in principio utilissime allo scopo di combattere l’epidemia. Sono però competenze gettate alle ortiche senza dati accurati per calibrare modelli e stimare parametri e senza stimolare l’interazione tra le varie discipline.

In alcuni casi, come in quello della Lombardia, dati accurati hanno permesso di aiutare la regione nelle proprie decisioni e di pubblicare velocemente contributi scientifici utili anche al resto del mondo. Moltissimo, però, deve ancora essere fatto, in Italia e altrove, per produrre e rendere disponibili all’intera comunità scientifica i dati necessari.

Ad esempio, come lamentato su queste colonne anche da Giorgio Alleva e Alberto Zuliani, sarebbe fondamentale oggi realizzare anche in Italia analisi campionarie dello sviluppo dell’epidemia. Sarebbe anche utilissimo rendere disponibili microdati individuali riguardo alle caratteristiche demografiche e mediche dei testati, dei contagiati e dei deceduti. Analisi campionarie e microdati individuali sono necessari per stimare con una certa precisione i parametri che controllano la dinamica del contagio e quindi per prevedere gli effetti e l’efficacia di vari possibili interventi a riduzione dei contatti sociali o per identificare strategie di test ottimali.

La stessa recente analisi del MRC Centre for Global Infectious Disease Analysis dell’Imperial College London, un centro di epidemiologia all’avanguardia nel mondo, è basata su dati aggregati e produce di conseguenza previsioni molto imprecise (con largo margine di errore statistico).

Una più esatta stima dei parametri che controllano la dinamica del contagio è necessaria anche per prevedere gli effetti economici delle restrizioni ai movimenti degli individui e all’attività produttiva delle imprese. In brevissimo tempo dallo sviluppo dell’epidemia sono apparsi nella letteratura vari importanti contributi (disponibili qui e qui), che mirano ad esempio alla combinazione di modelli epidemiologici ed economici, con l’uso di tecniche statistiche sofisticate, per prevedere la dinamica del contagio e dei costi economici delle misure che si sono e possono essere intraprese per contenerlo . Ma la sofisticazione teorica dei modelli e dell’analisi statistica nulla può contro dati inadeguati e le analisi e le previsioni che si ottengono sono estremamente imprecise.

Il buon esempio del Canada

Esempi di attenzione virtuosa del sistema politico alla produzione e distribuzione di dati di qualità però esistono. Il Canada, ad esempio, ha avuto un approccio di questo tipo, diffondendo microdati a livello individuale e resi anonimi su ciascun singolo caso confermato di Covid-19. Ad esempio, il caso identificato con il numero 1 nel database si riferisce a una donna, in e

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Perché va coordinata la risposta al Covid-19*

Nel contrastare la diffusione della pandemia, i risultati migliori sotto il profilo sanitario ed economico si ottengono con politiche coordinate tra i vari stati. Altrimenti c’è il rischio che tra le vittime del coronavirus si debba contare la Ue.

Paesi in ordine sparso

I governi mondiali affrontano la pandemia di Covid-19 in modo diverso. Le differenti scelte riflettono alcune fisiologiche incertezze della ricerca scientifica sulle caratteristiche di malattie sconosciute, incorporano però anche i cosiddetti “framing effects” (effetti di incorniciamento) di cui scrivono Amos Tversky e Daniel Kahneman le risposte che vengono date a un problema sono in parte determinate dal modo in cui viene concettualizzato.

Nel caso del coronavirus, gli effetti di framing possono essere dannosi. Nel dibattito pubblico sul contrasto al Covid-19 sembra talvolta che la scelta sia tra rinunciare alle misure di contenimento, preservando così l’economia pur con un certo numero di decessi inevitabili, e imporre quarantene diffuse che salvano vite ma distruggono l’attività produttiva. La dicotomia è fuorviante. Senza misure di contenimento coordinate tra paesi si potrebbe arrivare al peggiore dei due mondi: perdite che si sarebbero potute evitare sia in termini di vite umane sia di Pil.

La mancanza di coordinamento potrebbe anche condurre a un’erosione della fiducia tra paesi, riducendo l’apertura economica internazionale molto di più e molto più a lungo rispetto a quanto accadrebbe in caso di temporanee e concordate contrazioni della mobilità e dell’attività produttiva.

Gli scenari

Per quanto l’evidenza medica sul Covid-19 cresca molto rapidamente, c’è ancora molta incertezza sulle sue caratteristiche. Si può tuttavia tentare di formulare qualche scenario sulla possibile diffusione del virus guardando alla ricerca scientifica sui casi di epidemie precedenti e ai dati relativi ai primi focolai. Le traiettorie di contagio dipenderanno in modo cruciale dall’estensione, dalla tempistica e dall’efficacia delle misure di contenimento introdotte dai governi.

Consideriamo anzitutto due scenari estremi.

Una teorica quarantena simultanea, in cui i contatti sociali sono completamente eliminati, porterebbe le nuove infezioni a zero e il virus si estinguerebbe in poche settimane. In una versione meno drastica, i contatti sociali vengono ridotti, fermando le attività non essenziali. La diffusione del virus rallenta in proporzione all’effettiva diminuzione nei contatti, facendo così calare anche i rischi di sovraccarico del sistema sanitario; “richiami” della quarantena potrebbero essere necessari in caso di significativa ripresa dei contagi. In qualsiasi versione di una quarantena, la contrazione del Pil sarebbe significativa, ancorché temporanea.

Nello scenario senza misure di contenimento, invece, tra il 40 e il 70 per cento della popolazione globale potrebbe contrarre il virus. Se fosse il 50 per cento, nella sola Europa si avrebbero 370 milioni di infezioni e 3,7 milioni di morti – partendo da una stima prudente (l’1 per cento) della letalità – circa la metà di tutti i decessi in Europa nel 2018. Al conto delle vittime dirette si dovrebbero aggiungere coloro che, colpiti dal Covid-19 o da altre patologie, non riuscirebbero a ottenere la necessaria assistenza in un sistema sanitario congestionato. Il fattore di amplificazione delle perdite potrebbe essere elevato. Anche a questo scenario si accompagnerebbe una importante contrazione del Pil, difficile da quantificare, ma con ogni probabilità meno limitata nel tempo.

L’incertezza, la quarantena e le ragioni del coordinamento

Le effettive politiche di contenimento adottate dai governi si situano – e si situeranno – tra questi due estremi. Sarebbe tuttavia erroneo ritenere che ci sia un continuum di combinazioni possibili, tutte con lo stesso doloroso saggio di scambio tra vite e prodotto interno lordo. Minimi scostamenti dalla quarantena teorica, quella con azzeramento dei contatti sociali, potrebbero essere compatibili con una riduzione del contagio. Dopo una certa soglia di interazioni tra persone – il livello critico che, purtroppo, non conosciamo – si precipiterebbe però verso il secondo scenario sanitario, senza peraltro aver evitato i costi della quarantena.

L’incoerenza e l’imprevedibilità delle scelte politiche, sia nel tempo sia nello spazio, comportano un grave rischio. Prendiamo ancora l’Europa come esempio. In tempi normali, le persone circolano liberamente all’interno dell’Unione Europea e sono numerosi anche gli spostamenti tra paesi Ue ed extra-Ue. Uno st

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Ricadute sociali

Un’occasione per sconfiggere il virus del pregiudizio
Maurizio Ambrosini
1 aprile
Lascerà senz’altro molti strascichi l’emergenza coronavirus. Ma ci fa scoprire una volta di più che i nostri destini di abitanti del pianeta sono strettamente intrecciati. La solidarietà dimostrata da altri paesi è forse il seme di un mondo migliore.

Cosa pensano gli italiani dell’autoisolamento
Guglielmo Briscese, Nicola Lacetera, Mario Macis e Mirco Tonin
30 marzo
La maggior parte degli italiani si aspetta una proroga oltre il 3 aprile delle misure di isolamento sociale. È anche pronta a mantenere o aumentare gli sforzi. Ma se la data supera le previsioni di ciascuno cala la volontà di rispettare le restrizioni.

Rischio esclusione sociale per gli anziani senza rete
Gabriele Cerati, Alessandra Gaia ed Emanuela Sala
27 marzo
In Italia sono pochi gli anziani che utilizzano pc, Internet e social network. Una fascia particolarmente fragile di popolazione si trova così a rischio di esclusione sociale. Le istituzioni dovrebbero favorire la loro alfabetizzazione informatica.

Carceri italiane, un sistema malato da tempo
Simone Lonati
13 marzo
I provvedimenti dell’amministrazione penitenziaria per far fronte all’emergenza sanitaria di questi giorni hanno scatenato rivolte in molte carceri. Ma la situazione di oggi mette a nudo problematiche antiche, che ora richiedono soluzioni urgenti.

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Le politiche e le risorse messe in campo

Perché va coordinata la risposta al Covid-19
Claudia Biancotti, Alessandro Borin, Federico Cingano, Pietro Tommasino e Giovanni Veronese
1 aprile
Nel contrastare la diffusione della pandemia, i risultati migliori sotto il profilo sanitario ed economico si ottengono con politiche coordinate tra i vari stati. Altrimenti c’è il rischio che tra le vittime del coronavirus si debba contare la Ue.

Nella finanza non ripetiamo gli errori del dopo-crisi 2008
Marco Onado
1 aprile
Se il dopo-pandemia dovrà essere affrontato con un vero spirito di ricostruzione, teniamo conto delle lezioni della crisi finanziaria del 2008. Il sistema mondiale è oggi più robusto, ma solo in parte. Rivela anche presenza di doping.

Nuovo credito dai dividendi congelati delle banche
Giampaolo Gabbi
31 marzo
L’ammontare di nuovo credito reso disponibile dal blocco della distribuzione dei dividenti delle banche non riuscirebbe a sostenere un’economia bloccata. Vanno aggiunte altre misure che stabilizzino le aspettative su perdite attese e inattese.

Tre opzioni per sostenere l’economia
Tommaso Monacelli
31 marzo
I coronabond andrebbero introdotti non perché la pandemia sia uno shock simmetrico, ma per creare una unione fiscale in Europa. Difficile però che si realizzino. E tra ricorso al Mes e nuovo debito italiano non è per niente ovvio che cosa sia preferibile.

Coronabond, titoli di cittadinanza europea
Andrea Boitani e Roberto Tamborini
31 marzo
L’emissione di coronabonds è la strada giusta per recuperare risorse sufficienti ad affrontare la crisi economica generata in tutta Europa dalla pandemia. Qui la proposta per un intervento adeguato e capace di superare le obiezioni dei paesi del Nord

Europa in mezzo al guado
Angelo Baglioni e Massimo Bordignon
27 marzo
In Europa si continua a rimpallare una decisione sulla risposta comune alla crisi creata dal coronavirus. Ma quali sono le diverse opzioni? Dai corona-bond al prestito del Mes fino a un intervento della Bei i vantaggi e svantaggi delle diverse soluzioni.

Eurobond perpetui contro il Covid-19
Francesco Giavazzi e Guido Tabellini
27 marzo
Lo shock da coronavirus richiede un’importante risposta fiscale. Il costo del suo finanziamento dovrà essere distribuito su più generazioni. Lo si può fare attraverso bond perpetui o a lunghissima scadenza, garantiti dalla Bce. Ma bisogna agire subito.

Coronavirus, così si attrezzano i paesi
Andrea Garnero e Stefano Scarpetta
27 marzo
Ovviamente, la prima cosa da fare è fermare la diffusione del virus. Sono però necessarie anche misure su ampia scala che rendano sostenibile il periodo di blocco dell’economia, per lavoratori e imprese. Ecco come hanno agito finora gli stati.

Come evitare il contagio finanziario alle imprese
Fabiano Schivardi
24 marzo
Di fronte alla crisi provocata dal coronavirus l’obiettivo fondamentale della politica economica è evitare i fallimenti delle imprese. Una simulazione sui bilanci 2018 ci dà un’idea di quando e dove intervenire e dell’ammontare di risorse necessarie.

Liquidità in dollari, ossigeno per l’economia mondiale
Rony Hamaui
24 marzo
Come in ogni momento di crisi, anche in questi giorni la domanda di attività in dollari, considerati moneta rifugio, è aumentata. Ecco perché le principali banche centrali del mondo si sono coordinate per garantire liquidità nella valuta americana.

Soldi dagli elicotteri: si può fare?
Tommaso Monacelli
20 marzo
Per fronteggiare l’inevitabile recessione causata dalla pandemia si parla molto di “helicopter money”. Ma non sarebbe immaginabile, e sarebbe anzi controproducente, che diventasse uno strumento ordinario della politica monetaria.

Madame Lagaffe prova a rimediare
Angelo Baglioni
20 marzo
La Bce vara un piano straordinario da 750 miliardi. Funzionerà? Dipende dalla composizione degli acquisti di titoli di stato: dovrebbe andare incontro ai paesi con debiti più alti. Ma la vera svolta sarebbe svincolare il programma Omt dall’accesso al Mes.

Per le banche la minaccia può diventare un’opportunità
Andrea Boitani, Luke Jonathan Brucato e Marco Giannantonio
20 marzo
Con l’epidemia di Covid-19, la recessione è alle porte. Ci saranno contraccolpi anche per il settore bancario. Sarebbe forse il momento di abbinare alla pressione regolamentare una visione più ampia, che dia maggiore flessibilità alle banche.

Cura Italia: bene ma fino a un certo punto
Chiara Saraceno
20 marzo
Il decreto del governo cerca di garantire un ombrello protettivo del reddito a un grande numero di lavoratori e di favorire la concili

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