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A Mondragone fa comodo sfruttare i bulgari invisibili

29.06.2020

Con il Covid è emersa una realtà che il potere ha occultato con grande cinismo

La crisi connessa al Covid 19 mostra i problemi della nostra società in maniera limpida, li rende visibili con più facilità. Purtroppo, non è sufficiente a renderli più comprensibili e non basta per poterli, poi, affrontare. Questo vale sicuramente per la situazione che si è verificata a Mondragone, nelle cinque palazzine dette ex Cirio.

Questi palazzi non sono stati luoghi produttivi. Essi si chiamano ex Cirio perché furono costruiti alla fine degli anni '70 su un'area di proprietà della Cirio, dopo la chiusura della fabbrica di pomodori che si trovava nelle vicinanze. Ad un certo punto, circa dieci anni fa, in questi palazzi ha cominciato a vivere, oltre a diverse famiglie italiane, un insieme di persone provenienti dalla Bulgaria. Si pensi che questo gruppo nazionale, nel frattempo, è diventato quello più numeroso tra gli stranieri residenti a Mondragone. Nel 2005, i bulgari ufficialmente residenti nel comune casertano erano nove, su un totale di 884 stranieri, pari al 3% del totale della popolazione. Nel 2011, la presenza dei bulgari è diventata di 211 persone, mentre gli stranieri erano passati ad essere il 5,8% dei residenti. Nel 2016, le persone di cittadinanza bulgara sono diventate il primo gruppo tra gli stranieri, con 547 presenti, divenute 1.064 nel 2019, secondo l'ultimo dato Istat disponibile.

A Mondragone risiedono quasi 4 mila stranieri, provenienti quasi tutti da paesi dell'Europa orientale. Sono occupati specialmente nei lavori domestici, in parte nella ristorazione e nelle attività balneari, ed altri in agricoltura. È il caso, quest'ultimo, soprattutto delle lavoratrici e dei lavoratori bulgari.
Le notizie disponibili parlano di persone che lavorano in gravi situazioni di sfruttamento. Con paghe che non superano i 4 euro l'ora e che per le donne sono anche inferiori. Da alcuni attivisti, come Giuliano Granato di Potere al popolo di Napoli, si denuncia anche la messa al lavoro di alcuni minori per paghe inferiori ad un euro. Questa denuncia richiama una serie di inchieste giornalistiche e di magistratura del passato. Nel mese di ottobre 2018, il quotidiano Avvenire pubblicò la notizia dello sfruttamento sessuale di minorenni bulgari di 15 anni nella cittadina casertana. Aggiungendo, nello stesso articolo, che nel frattempo stava "salendo la tensione contro i rom bulgari", dopo che il proprietario di un appartamento nell'ex Cirio aveva sfrattato una famiglia bulgara in difficoltà economiche lanciandone gli effetti personali dal balcone.

In precedenza, nel 2012, le cronache avevano raccontato di neonati di giovani e giovanissime donne bulgare venduti a otto coppie residenti nei comuni dell'area domiziana, attraverso l'intermediazione di un'associazione di italiani e bulgari, i cui componenti erano stati arrestati dai carabinieri di Mondragone.
L'inchiesta di Avvenire fu ripresa nel 2019 da alcuni approfondimenti fatti da giornalisti della Rai, ma poco o nulla è cambiato nella zona. Lo sfruttamento lavorativo ma anche le difficilissime condizioni di vita di una parte dei minori bulgari erano, quindi, note a tutti nella zona, a tutte le istituzioni pubbliche sicuramente. Così come erano conosciute le condizioni di vita nelle palazzine ex Cirio, compresa la situazione degli affitti in nero di 100 euro a persona al mese, a vantaggio di proprietari del territorio, denunciata dallo stesso Avvenire. Ed è altrettanto noto l'abbandono scolastico di una parte dei minori che vivono in queste palazzine.

Una situazione di sfruttamento generalizzato: dei minori, sul lavoro, per l'accesso alla casa. A queste condizioni sono sottoposti da anni i braccianti bulgari di Mondragone: in una situazione che, purtroppo, non è unica in Italia. Antonio Ciniero, ricercatore di Sociologia delle migrazioni a Lecce, racconta da anni le condizioni di grave sfruttamento a cui è sottoposta la manodopera bulgara, in particolare delle donne, nell'agricoltura italiana. In una pubblicazione del 2019, dal titolo "Analisi dei processi di esclusione/inclusione sociale dei gruppi rom. Un caso studio", Ciniero scriveva che "le regioni maggiormente interessate dalla presenza di braccianti rom bulgari sono, oltre alla Puglia, la Campania (in particolare la provincia di Caserta), la Calabria (soprattutto la zona di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria) e la zona del Metapontino. Nel lavoro agricolo stagionale, tra i bulgari sono spesso impiegati membri di uno stesso nucleo famigliare, comprese le donne e i figli adolescenti. Non sono rari i casi in cui i braccianti portano con sé, nella migrazione, anche bambini e neonati. La situazione sociale e sanitaria di queste famiglie è particolarmente critica e somma forti tassi di sfruttamento lavorativo, precarietà abitativa, forme di esclusione sociale estrema a grandi difficoltà di accesso ai servizi, compresi quelli sanitari".

È di questa condizione di grave sfruttamento nell'agricoltura italiana, meridionale in particolare, che dovremmo occuparci. Certo, i contagi vanno contenuti. Le misure di confinamento sono, evidentemente, necessarie. Il problema serio è che una volta evitata la diffusione del virus, tutto ritorna come prima. Così come è serio il fatto che non si sia pensato di intervenire prima in un contesto come quello descritto a Mondragone. E qui la domanda che si pone è ovvia: perché nessuna istituzione è intervenuta?

Forse, fin quando non ci sono proteste o focolai pericolosi tutto può continuare nella sua normalità, comprese le condizioni di grave sfruttamento dei e delle braccianti e compreso lo sfruttamento sessuale dei minori? E, poi, una volta scongiurato il pericolo, la cosiddetta normalità, quella fatta di sfruttamento grave, fitti in nero e soggezione sessuale dei minori, può riprendere, tranquillamente?

Dal Quotidiano del Sud di Salerno - L'Altravoce della tua Città


Autore: Gennaro Avallone
Fonte: Salerno Sera




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