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Bulgaria: Il gasdotto che riavvicina Mosca e Sofia

27.09.2018

Il mese di maggio è stato caratterizzato da un importante riavvicinamento tra la Bulgaria e la Russia, basato su alcuni importanti incontri politici a cui hanno preso parte i rispettivi entourage dei due governi nel territorio della Federazione Russa. Si tratta di un riavvicinamento avente una forte portata simbolica per l'UE in quanto la Bulgaria guidava la presidenza del Consiglio dell'Unione Europea sino alla scadenza del mandato fissato al 30 Giugno. Di conseguenza, sono sorti dubbi e sospetti verso una possibile deriva bulgara nei confronti del "vecchio alleato sovietico", soprattutto dopo che la piena adesione al blocco occidentale con l'ingresso nella NATO e nell'Unione Europea ha causato tensioni nei rapporti russo-bulgari. Si tratta di un atteggiamento per certi versi comprensibile, sopratutto quando incontri diplomatici e la questione energetica del gas si intrecciano in un unico filo.

I meeting di Mosca e Sochi

Il 21 maggio, il giorno seguente e il 30 maggio, il presidente bulgaro Rumen Radev, il premier bulgaro Boyko Borissov e le loro rispettive controparti russe Vladimir Putin e Dmitry Medvedev si sono incontrati a Mosca e a Sochi. Si tratta del tentativo, di entrambe le parti, di instaurare legami bilaterali aventi natura economica, commerciale e culturale in cui sono stati discussi principalmente gli sviluppi futuri delle relazioni russo-bulgare in materia di cooperazione politica, economica, umanitaria nonché questioni prettamente internazionali come le lotta al terrorismo. Tuttavia, gli spunti più interessanti di riflessione provengono dalle discussioni legate alla cooperazione energetica e nel settore del gas, il quale detiene un peso importante a livello nazionale, regionale e europeo poiché è proprio la Russia il suo principale esportatore nel Vecchio Continente e la possibilità che esso sia usato come strumento di pressione politica giace alla base di tante agende politiche dei vari stati membri.

Le aspirazioni bulgare

Il risultato più importante ottenuto dal governo bulgaro è stato l'accordo che sancisce il passaggio del gas russo proveniente dal gasdotto Turkish Stream, stabilente così una seconda linea di distribuzione che passa attraverso il territorio nazionale ed è in grado di aggirare l'Ucraina e il suo ruolo di smistamento. Infatti, Kiev, con 89 bcm di gas all'anno, detiene il 55% della distribuzione in Europa ma non può più essere considerato un partner affidabile dal Cremlino, a seguito delle crisi del gas tra Russia e Ucraina che si sono verificate nel 2006, nel 2009 e l'Euromaidan nel 2014. Tali eventi sono stati capaci di minare seriamente l'equilibrio geopolitico dello spazio pan-europeo e di mutare profondamente i rapporti tra Russia e Occidente. Di conseguenza, Mosca sta cercando negli ultimi anni di investire in nuovi progetti infrastrutturali, come il Nord Stream 2 o la sopracitata Turskish Stream, in grado di assicurare l'approvvigionamento di gas senza eventuali rischi di crisi politiche, mancati pagamenti, problemi di trasporto legati a cattiva manutenzione e gestione degli impianti.

La Bulgaria, con il consenso turco, sembra voler cogliere l'occasione di diventare un nuovo possibile centro di distribuzione nell'area balcanica in quanto, qualora l'accordo venisse implementato, transiteranno in tutto circa 34-35 bcm di gas russo all'anno proveniente dalla Turchia. Borissov ha affermato che: "Questo è una quantità importante, per la quale bisogna trovare una formula per la sua distribuzione nel sistema europeo. Quindi, i nostri colleghi hanno preso l'impegno, assieme alla Commissione Europea per trovare una formula accettabile".

Si tratta di un ammontare importante considerando che il consumo annuale di gas da parte di Sofia si attesta attorno ai 3,4 bcm secondo le stime Gazprom del 2016, quindi circa 31 bcm saranno destinati totalmente alla distribuzione nel continente europeo. Non bisogna dimenticare che la dipendenza bulgara dal gas russo si aggira intorno al 100%, in quanto la Bulgaria non detiene risorse naturali e, qualora il progetto stabilito dovesse essere messo in pratica, potrebbe avere un impatto importante nella politica energetica dell'UE chiamata "Unione dell'Energia".

Un nuovo ostacolo alla politica energetica dell'UE?

L'Unione dell'Energia è la politica energetica dell'UE basata su cinque pilastri: sicurezza energetica e solidarietà, sviluppo del mercato interno energetico, decarbonificazione, moderazione della domanda, innovazione e competizione. Un ruolo fondamentale viene attribuito alla politica di diversificazione dell'approvvigionamento del gas, che mira a svincolare l'UE dalla grande dipendenza energetica nei confronti della Russia tramite il finanziamento e supporto di numerosi progetti infrastrutturali chiamati "Progetti di Comune Interesse" (PCI), rivolti a stringere accordi energetici con fornitori differenti.

Inoltre, altri membri dell'area balcanica stanno puntando ad avere un ruolo chiave nello sfruttamento delle proprie risorse di gas naturale e nella possibilità di distribuirle attraverso gasdotti che partono dal loro territorio, creando così una possibile rivalità regionale per l'approvvigionamento del gas lungo lo spazio paneuropeo. Alcuni stati membri, quali la Croazia o la Romania, detengono risorse naturali proprie e l'Unione Europea mira a sfruttare tali risorse tramite i PCI, allentando così la forte dipendenza dell'Unione dal gas russo. Di conseguenza, i tentativi di Sofia, tramite il riavvicinamento con la Russia, di diventare un possibile centro regionale di distribuzione del gas sembrerebbero collidere con gli obbiettivi energetici a lungo termine dell'Unione citati in precedenza e molto dipenderà da come l'operato di Borissov intenda gestire una politica che ricorda il vecchio proverbio di voler "tenere il piede in due scarpe".


Autore: Fabio Pruner
Fonte: East Journal


Per approfondire: Notizie di Economia



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