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Perché non mi piace il termine "Balcani occidentali"

25.05.2018

Un'etichetta nata 15 anni fa ma che non ha certo aiutato - semmai ha rallentato - il percorso verso l'integrazione Ue del sud-est Europa. Un commento

All'inizio di quest'anno, l'Unione europea ha pubblicato la sua Strategia per i Balcani occidentali, che ribadisce una "credibile prospettiva di allargamento" per i sei restanti paesi della regione. Alcuni hanno interpretato la strategia come un "passo avanti", altri come un "secchio di acqua fredda" per la regione, ma nessuno si è lasciato infastidire dal termine "Balcani occidentali". Oggi questo neologismo quindicenne, coniato nel vertice UE-Balcani occidentali del 2003 a Salonicco, è usato con tale disinvoltura da stranieri e locali che ha da tempo perso le sue virgolette.

Recentemente, ho avuto la seguente conversazione con un mio amico americano:

"Voglio visitare i Balcani occidentali quest'estate! Da dove pensi che dovrei cominciare?", mi ha chiesto.

"Bruxelles", non ho potuto fare a meno di rispondere.

Da antico difensore del compromesso sulla controversia sul nome con la Grecia nel mio paese natio, la Macedonia, non sarò certo io a fare storie sulla terminologia. Ma qui la questione va oltre le parole. L'eventuale adozione di un nuovo nome (per uso internazionale) da parte della Macedonia non avrebbe effetti reali nel peggiore dei casi, mentre nella migliore delle ipotesi avrebbe importanti implicazioni positive di accelerazione dell'integrazione europea del paese. La perpetuazione del costrutto "Balcani occidentali", invece, ha avuto l'esatto opposto (e immediato) effetto politico: ha trasformato una serie di paesi con le proprie sfide (a volte distinte) in una scatola mentale artificialmente omogenea e politicamente marcata.

Nell'ultimo decennio e mezzo, l'etichetta dei Balcani occidentali ha avuto quattro sfortunati effetti. Ha perpetuato l'onnipresente stereotipo dell'arretratezza balcanica, restaurato il vecchio stereotipo di "Balcani" come "occidentalità" in attesa, messo le nazioni dei Balcani (occidentali) una contro l'altra e, cosa più importante, ha ritardato l'integrazione europea della regione che era stata presumibilmente creata per accelerare.

I Balcani: il peggior incubo di tutti

Un saggista tedesco scrisse una volta che "se i Balcani non fossero esistiti, sarebbero stati inventati". Dal momento che praticamente nessuno dei presunti "popoli balcanici" si identifica come "balcanico", i Balcani sono davvero - e sono sempre stati - inventati.

Nel suo racconto, altrimenti illuminante, degli stereotipi occidentali sui Balcani come "cortile brutale e incivile dell'Europa", Maria Todorova articola la propria eterna lotta per imparare come "amare i Balcani senza esserne orgogliosa o vergognarmene". Todorova dimostra magistralmente che ciò che si immagina di solito come "balcanico" è più spesso radicato nelle fantasie esterne che nella realtà culturale. Eppure, riassumendo queste fantasie come "balcanismo" da contrapporre ai "veri" Balcani, Todorova sottintende che esiste una vera "balcanità", semplicemente distorta dallo stereotipo.

Questa implicazione però è in contrasto con un'altra astuta osservazione di Todorova, secondo cui tutte le popolazioni che abitano nella penisola balcanica hanno interiorizzato il "balcanismo", accettando - e persino sviluppando - alcuni degli stereotipi negativi esterni sulle loro culture. Milica Bakić-Hayden ha dimostrato che questa interiorizzazione, anziché aiutare le persone a riflettere in modo critico sul proprio stile di vita (per assicurarsi che non ci sia alcuna verità dietro gli stereotipi!), opera in realtà come un'ammissione della "arretratezza dei Balcani" e, successivamente, come una lotta senza fine per raffigurarsi come il meno balcanici possibile.

Quindi, se "balcanico" non è altro che un'etichetta tossica per le nazioni "balcaniche" da rinnegare con indignazione, allora non ci sono sicuramente "Balcani" di cui essere orgogliosi o vergognarsi in primo luogo: qualsiasi uso della parola "Balcani" è insignificante nel migliore dei casi e inestricabile dallo stereotipo negativo nel peggiore.

Il miglior esempio della connotazione inestricabilmente negativa della parola "Balcani" sta nel suo uso per quanto riguarda le guerre jugoslave degli anni '90. Mentre queste guerre hanno avuto luogo (in parte) sul territorio della penisola balcanica, c'è una chiara ragione pratica per non chiamarle "balcaniche" ed evitare confusione con le guerre balcaniche del primo Novecento. A differenza delle guerre precedenti la Prima guerra mondiale, che travolsero anche paesi "balcanici" non jugoslavi come Bulgaria, Romania e Albania, le guerre jugoslave negli anni '90 furono un prodotto diretto del collasso dello stato jugoslavo e possono quindi essere chiamate solo "jugoslave".

L'uso limitato del termine "Balcani" durante l'era jugoslava indica che l'Occidente ha impiegato solo un paio d'anni a spostare mentalmente - e relegare - le persone che vivono in questo spazio da "jugoslavi" a "balcanici". Per adattarsi al profilo barbarico dei fanatici della guerra, i discendenti del formidabile stato di Tito hanno dovuto essere ribattezzati "Balcani" da un giorno all'altro.

Ad oggi, i principali media occidentali come BBC e CNN fanno riferimento ai conflitti jugoslavi come "guerre balcaniche". L'etichetta "balcanico" è a disposizione ogni volta che si vuole denigrare qualcuno, anche collegandolo a contesti in cui non è mai stato usato prima. Il termine ha da tempo oltrepassato i confini della penisola balcanica e per vivere di vita propria: persino i tedeschi a volte liquidano i propri vicini austriaci come - ebbene sì - "balcanici".

E se questo non basta ancora a provare la connotazione intrinsecamente negativa dell'etichetta, basti ricordare che la parola "balcanizzazione" è una parola inglese di uso comune (sinonimo di "frammentazione") disponibile per l'uso in contesti non balcanici. Quando papa Francesco ha usato questo termine dopo il referendum sulla Brexit per mettere in guardia contro la "balcanizzazione" della stessa UE, l'ironia non sarebbe potuta essere più grande.

Balcani (occidentali) = "occidentali" in attesa

Chiaramente, nessuno vuole essere balcanico. Ma che dire di "Balcani occidentali"? L'UE ha ripulito la vecchia etichetta balcanica della sua connotazione intrinsecamente negativa? Ad esempio, "Balcani occidentali" propone sicuramente un diverso tipo di "balcanità" rispetto a quello ritratto nei primi anni '90, quando l'etichetta ha raggiunto il proprio minimo storico (nella sua storia sempre negativa) con le guerre nell'ex Jugoslavia. Se i Balcani venivano visti come "incapaci di cambiare", condannati a vivere in una "capsula temporale in cui la gente imperversava e versava sangue, sperimentando visioni ed estasi", i Balcani occidentali sono definiti oggi proprio dalla loro prospettiva di cambiamento (attraverso l'integrazione europea).

Si potrebbe persino essere tentati di vedere l'improvvisa fusione degli antipodi "occidentali" e "Balcani" come la ben intenzionata creazione di un seme per far crescere i paesi: una dimostrazione della fiducia dell'UE nei suoi aspiranti membri per riconciliare la loro balcanità con le loro aspirazioni di occidentalizzazione.

Eppure, con ogni probabilità Todorova non sarebbe solo cauta nell'accogliere i "Balcani occidentali" come un cambiamento positivo nella percezione, ma rifiuterebbe di vederlo come un cambiamento. In effetti, ciò che distingue l'opera fondamentale di Todorova dall'Orientalismo di Edward Said è esattamente la nozione che i Balcani (diversamente dall'Oriente, che è visto come "[un] mondo anti-occidentale, separato da esso da un abisso incolmabile") sono visti come "un ponte semi-sviluppato e semi-civilizzato tra fasi di crescita".

Ciò rende i Balcani meno un "Altro" e più un "Sé incompleto": una nozione perfettamente replicata nella categoria fluida dei "Balcani occidentali", la cui appartenenza è definita dal processo di adesione all'UE e termina il secondo dopo che l'adesione all'UE è stata completata. Pertanto, la variante "Balcani occidentali" è, in realtà, solo una moderna articolazione del vecchio stereotipo balcanico: un'entità senza volto il cui unico scopo è raggiungere l'Occidente come segno di civiltà.

La nozione di integrazione europea come marchio di civiltà è stata ripetuta quasi parola per parola in una recente dichiarazione dell'Alto Commissario dell'Unione europea Federica Mogherini.

"Il percorso di integrazione dell'Unione europea [è] un po' [come] un videogioco. Ogni volta che riesci ad ottenere punteggi su un livello, arrivi al livello successivo e hai nuovi compiti. L'importante è non arrivare al "game-over", ma ottenere punti extra e arrivare al livello più alto".

Pertanto, i Balcani sono un'entità virtuale che esiste solo nel "videogioco" dell'integrazione europea. Chiaramente, l'unico effetto dell'aggiunta "occidentale" - piuttosto che ripulire l'etichetta balcanica della sua connotazione tossica - è stata l'attualizzazione formale della vecchia immagine dei Balcani come limbo transitorio. Questa presunta transitorietà ha a sua volta scatenato una guerra fra poveri tra i paesi dei Balcani occidentali con un unico obiettivo: superare la propria balcanità più velocemente di tutti gli altri.

"No, sei più balcanico tu!"

"Nessuno vuole essere parte dei Balcani: per i croati i Balcani cominciano in Bosnia, per i bosniaci i Balcani cominciano in Serbia e in Serbia cominciano in Romania". Questa affermazione, dolorosamente accurata, sulla riproduzione dello stereotipo balcanico da parte delle nazioni "balcaniche" non è opera di uno studioso, ma di un quattordicenne di Zagabria. Le reali intenzioni dell'UE dietro la creazione dei "Balcani occidentali" sono irrilevanti. I concetti devono essere coniati con attenzione per la loro intertestualità, o l'insieme di significati esistenti che il nuovo concetto può ragionevolmente pretendere di evocare. Dal momento che l'etichetta dei Balcani è sempre stata rifiutata e rifilata con indignazione ai vicini, l'UE non può certo aspettarsi che questi paesi abbraccino i "Balcani occidentali" come un'opportunità collettiva di "occidentalizzazione" (progresso), piuttosto che per il progresso di alcuni a spese dell'ulteriore "balcanizzazione" (regressione) di altri.

Con la sua durata fissa, la categoria "Balcani occidentali" pone un evidente ostacolo alla cooperazione regionale. Nel 2013, dopo l'adesione all'UE (ed essersi lasciata alle spalle i "Balcani occidentali"), la Croazia è stata improvvisamente esclusa dalle critiche ufficiali per insufficiente riconciliazione postbellica, e persino i seminari regionali per la riconciliazione giovanile hanno deciso che gli studenti croati non avevano più bisogno di imparare a riconciliarsi. Con questo in mente, l'unica cosa sorprendente della liquidazione del recente verdetto contro i criminali di guerra croati-bosniaci come "ingiustizia morale" da parte del primo ministro croato (dichiaratamente moderato) Andrej Plenković è stata che abbia sorpreso qualcuno. L'appartenenza all'UE non è certo una bacchetta magica che può spazzare via il negazionismo nelle società del dopoguerra. La Croazia avrà ufficialmente "lasciato" i Balcani (occidentali), ma i "Balcani" hanno lasciato la Croazia? E che aspetto ha una laurea in Studi sui Balcani occidentali? Si abbassano i voti agli studenti che scrivono saggi sulla riconciliazione postbellica in Croazia dopo la sua presunta dipartita dai Balcani (occidentali) nel 2013?

Infine, sembra che il peggior incubo di Todorova sia diventato realtà: le nazioni dei "Balcani (occidentali)" non stanno solo riproducendo "il balcanismo" proiettandolo su altri, ma anche interiorizzandolo. "Stabilitocrazia" è un termine comunemente usato dagli studiosi per descrivere la proliferazione di regimi autoritari nei "Balcani occidentali" che sono stati tollerati dall'UE per il bene della stabilità. Ciò che non è stato preso in considerazione è che l'UE potrebbe con la terminologia aver facilitato la stabilitocrazia ancor più di quanto non l'abbia facilitata con le sue (in)azioni. L'aspettativa di costante, rapido e sempre insufficiente miglioramento di sé insita nell'etichetta dei Balcani (occidentali) ha creato un pubblico "dei Balcani occidentali" fortemente convinto di avere esattamente il tipo di governo che "merita".

Ad esempio, l'unica spiegazione della sempre crescente popolarità del presidente serbo Aleksandar Vučić nonostante - o grazie a - quelle che sarebbero altrimenti dichiarazioni di suicidio politico, come "la ragione per cui la Serbia rimane così indietro è che i serbi sono lamentosi", è che i serbi devono aver perso il loro ultimo brandello di autostima. È sicuramente il più grande sogno di tutti i dittatori: essere in una posizione di impunità così illimitata da poter tranquillamente attribuire i propri fallimenti alla presunta pigrizia delle stesse persone che votano per loro.

Dopotutto, anche l'UE ha riconosciuto implicitamente l'aspettativa di una mentalità subalterna da parte dei paesi dei Balcani occidentali. Il costante discorso sulla "resilienza" della regione è stato interpretato dagli studiosi come una sorta di lapsus freudiano. L'apparente compiacimento per la resilienza di questi paesi è, in realtà, una minacciosa rivelazione che l'integrazione europea dei "Balcani occidentali" si riduce alla loro pazienza di fronte alla fatica da allargamento di Bruxelles, piuttosto che sui reali progressi dei loro processi di riforma.

Bloccati nella sala d'attesa

Se incolpare l'etichetta "Balcani occidentali" per il complesso di inferiorità osservato in Serbia potrebbe sembrare azzardato, la correlazione tra il perpetuarsi di questa etichetta e il ritmo atrocemente lento dell'integrazione europea della regione è ovvia. In realtà, molto prima del 2003, l'UE ha cercato di isolare (comprensibilmente) la regione devastata dalla guerra dal resto dell'ex blocco comunista: il Patto di stabilità per l'Europa sud-orientale del 1999 comprendeva ognuna delle otto nazioni (tranne Montenegro e Kosovo, non ancora indipendenti) che sarebbero diventate i "Balcani occidentali" solo quattro anni dopo.

Pertanto, viene la tentazione di chiedersi perché il termine "Europa sud-orientale" sia stato ritenuto meno sostenibile di "Balcani occidentali". Gli otto paesi in questione sono tutti situati nell'Europa sud-orientale, e la precedente adesione di Bulgaria e Romania non avrebbe invalidato questa categoria più di quanto l'adesione della Croazia nel 2011 abbia invalidato quella di "Balcani occidentali". Semmai, "Europa sud-orientale" sarebbe stata una designazione geografica neutra e funzionale, libera dal peso stereotipato dell'etichetta balcanica.

Eppure, tra il 1999 e il 2018, "l'Europa sud-orientale" si è inequivocabilmente persa nei corridoi burocratici di Bruxelles. L'allargamento del Big Bang a dieci paesi (per lo più ex-comunisti) nel 2004 viene spesso riconosciuto come il padrino di alcuni dei partiti euroscettici oggi ben consolidati nell'Europa occidentale. A pensarci bene, potrebbe anche essere stato il tacito padrino dell'etichetta "Balcani occidentali". Ai due paesi non "Balcani occidentali" dell'Europa orientale rimasti esclusi dall'allargamento del 2004, Romania e Bulgaria, non poteva essere permesso di rimanere in una categoria senza nome con i cinque paesi futuri "Balcani occidentali": ciò avrebbe implicato che nessuno di questi sette paesi fosse fondamentalmente diverso dai paesi che avevano aderito nel 2004.

Ciò avrebbe quindi implicato che l'allargamento del Big Bang sarebbe presto dovuto essere completato con l'ammissione di altrettanti paesi ex comunisti che nel 2004: solo meno sviluppati, più instabili e con una crescente emigrazione. Così, con un tratto di penna, la creazione dell'etichetta "Balcani occidentali" ha rinviato indefinitamente l'ammissione di questi paesi, privandoli del loro carattere "(sud)-est europeo", e riportandoli nell'alveo della fin troppo familiare "balcanità".

Nel 2018, è ancora improbabile che il mio amico americano trovi il termine "Balcani occidentali" negli opuscoli di viaggio locali. Tuttavia, ciò che troverà fra le popolazioni dei "Balcani occidentali" è un graduale, ma incontrovertibile crollo nel gradimento dell'UE: ora poco più della metà della popolazione considera l'appartenenza all'UE come una "buona cosa". L'etichetta "Balcani occidentali" si è sfacciatamente dimostrata una doppia sconfitta. A quindici anni dal suo conio, ha chiaramente fallito nel contrastare l'euroscetticismo all'interno dell'UE. E nei "Balcani occidentali", anni di riforme cosmetiche hanno reso l'"occidentale" e il "balcanico" sempre più inconciliabili. La condizione di limbo di questi paesi, così saldamente perpetuata dall'etichetta di Balcani occidentali, potrebbe benissimo essere diventata una triste profezia che si autoavvera.

L'articolo è stato pubblicato il 22 maggio su OBC


Autore: Kristijan Fidanovski
Fonte: Osservatorio Balcani e Caucaso




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