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Viva la Bulgaria! – un documentario sul neofascismo a Sofia

23.02.2018

Viva la Bulgaria! (Da živee Bālgarija, 2017) è un documentario severo sull'avanzare del neofascismo in Bulgaria

Ringraziamo Andrea Ferrario per la gentile concessione di questo articolo originariamente pubblicato su PoloniCult. Segnaliamo, sempre dello stesso autore, anche questa interessante cronologia ragionata del cinema del socialismo reale, pubblicata su "Cinema Globale", blog sul cinema considerato nelle sue dimensioni politiche, sociali e storiche, nonché come prodotto dell'industria culturale. [Bulgaria-Italia].

Dalla primavera scorsa in Bulgaria la destra neofascista è al governo in coalizione con il partito di centrodestra Gerb del premier Bojko Borisov. Dopo le elezioni parlamentari del marzo 2017 i Patrioti Uniti, un'alleanza di tre partiti dell'estrema destra razzista (Ataka, Patriotičen Front e Vmro), pur avendo registrato un calo nei voti attestandosi al 9%, è entrata per la prima volta nella maggioranza di governo con un ruolo molto rilevante. Ai "Patrioti" sono stati infatti assegnati due poltrone di vicepremier e tre importanti ministeri: difesa, economia e ambiente. Si tratta di un risultato che corona una lunga storia della destra radicale bulgara che va dalla dittatura degli anni '30 del secolo scorso, fino alla rinascita nella seconda metà degli anni '80 sotto l'ala protettrice del regime comunista e alla forte crescita negli anni duemila. A partire dal 1° gennaio di quest'anno, con l'inizio del semestre in cui Sofia ha la presidenza di turno dell'Ue, i neofascisti bulgari si trovano addirittura al timone dell'Unione. Era inevitabile quindi che anche il cinema bulgaro affrontasse il fenomeno. Il mese scorso, durante il Sofia Film Festival, c'è stata la prima del documentario Viva la Bulgaria! ("Da živee Bālgarija"), diretto da Adela Peeva, una regista bulgara attiva da alcuni decenni e nota internazionalmente soprattutto per un altro documentario che ha riscosso un notevole successo nel circuito dei festival, "Di chi è questa canzone?" ("Čija e tazi pesen?", 2003).

Peeva in "Viva la Bulgaria!" ha fatto due scelte filmiche che incidono profondamente, nel bene e nel male, sull'esito ultimo del documentario. Ha optato innanzitutto per un'esposizione in crescendo, che parte da fenomeni locali all'apparenza del tutto innocenti fino ad arrivare al dilagare dell'estrema destra nell'Unione Europea. E in secondo luogo ha scelto di puntare l'obiettivo non sulle attività dei neofascisti nelle principali città bulgare, oppure sulle bande di estremisti di destra che danno caccia ai profughi al confine con Grecia e Turchia, bensì su un sonnolento centro urbano di provincia, Stara Zagora. È su questa città di 150.000 abitanti che si concentra il documentario, inframmezzando solo incidentalmente alcune riprese di manifestazioni dell'ultradestra in centri maggiori come Sofia e Plovdiv. Viva la Bulgaria! prende avvio dalle immagini di un ensemble di musica popolare e del suo infervorato direttore che ne vanta lo spirito patriottico con tale entusiasmo che a un certo punto pronuncia per un lapsus la parola "nazismo" al posto di "nazionalismo". Poi si passa alle riprese, in alcuni punti agghiaccianti nonostante l'atmosfera di quotidiana normalità, di una scuola media nella quale dei ragazzini, sotto l'occhio benevolente dell'insegnante, pontificano sulla pericolosità della "razza zingara" di fronte ad alcune compagne di nazionalità rom e poi intonano una canzone patriottica battendo il passo come soldati che marciano. Sempre seguendo una struttura in crescendo, il film ritrae poi nell'ordine un intellettuale di provincia e le sue iniziative apparentemente solo patriottiche, in realtà xenofobe e condotte in collaborazione con la destra radicale, una setta religiosa che predica la superiorità della nazione bulgara in quanto nazione eletta da Dio, un giovane militante neofascista antisemita, le iniziative per l'annuale appuntamento della "marcia di Lukov" organizzata per celebrare Hristo Lukov, un generale e criminale filonazista degli anni '40, e infine la rete di contatti tra i neofascisti bulgari e quelli di altri paesi europei. Il documentario in chiusura, sulle note dell'Inno alla gioia, mostra lo scorrere di immagini di manifestazioni filonaziste in varie città europee e termina con un'immagine a tutto schermo della bandiera stellata dell'Unione Europea. Il messaggio è chiaro: l'Europa è minacciata da una rinascita del fascismo.

Quella di Peeva è chiaramente una denuncia del pericolo rappresentato dalla crescita dell'estrema destra europea, e in questo il suo intento è apprezzabile, ma il messaggio ultimo che invia è problematico. "Viva la Bulgaria!" è molto efficace nel ritrarre una quotidianità di "ordinario fascismo", un ritratto quasi antropologico reso particolarmente incisivo dalla scelta di evitare ogni commento in voce over e di lasciare parlare liberamente gli intervistati. I protagonisti del documentario sono tutte persone ordinarie. Emblematica a tale proposito è la figura del leader di un piccolo gruppo dell'estrema destra xenofoba di Stara Zagora, un giovane dall'aspetto di bravo ragazzo impegnato nelle attività di un gruppo filodrammatico locale. Ma anche le insegnanti della scuola che avallano le idee razziste espresse dagli alunni sono donne bonarie, sinceramente convinte di fare onestamente il loro difficile lavoro, nonostante gli evidenti limiti culturali. L'idea che Peeva in ultimo trasmette, scegliendo queste modalità di rappresentazione e una struttura in crescendo che culmina nella finale bandiera dell'Ue, è però che la minaccia dell'estrema destra provenga esclusivamente dal basso, da un popolo sempliciotto, privo di un'adeguata e moderna cultura.

Si potrebbe logicamente trarne la conclusione che tutto sarebbe risolvibile con un'adeguata opera educativa (o repressiva) messa in atto dall'alto da parte degli illuminati burocrati europei. In realtà il documentario non si pone nemmeno per un istante la domanda di come e perché queste persone aderiscano a tali idee. Né tantomeno affronta il contesto reale dell'ascesa dell'estrema destra in Bulgaria, che ha le sue radici storiche nelle politiche delle élite politico-economiche della dittatura d'anteguerra e in quelle del regime comunista, che tra gli anni '70 e '80 ha cercato di mascherare i propri fallimenti promuovendo l'ultranazionalismo e allevando al suo interno una schiera di politici e intellettuali su posizioni reazionarie. Un'eredità che è stata fatta propria dalle classi dominanti del dopo 1989 e si è resa ancora più palese dopo l'inizio della crisi economica nel 2008. In Bulgaria, per esempio, sono noti a tutti i legami che vi sono tra il governo, gli apparati di sicurezza, l'oligarchia economica e le tifoserie del calcio, intorno alle quali verte il mondo neofascista. Idee razziste di estrema destra vengono propugnate ossessivamente ogni giorno da media strettamente controllati dagli stessi potentati. Sono chiaramente un mezzo per mantenere la coesione sociale in un paese in cui le acute iniquità economiche e lo sfruttamento senza limiti causano risentimento e frammentazione. Di tutto questo in "Viva la Bulgaria!" non c'è alcuna traccia e tutto sembra ridursi a un confronto tra "popolo incolto" e Unione europea. In realtà il caso della Bulgaria è una dimostrazione di come Bruxelles, in modo non dissimile dalle oligarchie dei singoli stati, abbia come priorità non tanto la lotta contro l'estrema destra o le politiche liberticide, quanto piuttosto la conservazione dello status quo e della coesione interna dell'Unione. Bojko Borisov, il premier e uomo forte della Bulgaria più volte denunciato da voci indipendenti per i suoi legami con la criminalità organizzata, è un filoeuropeo di prim'ordine, e come tale è molto benaccetto a Bruxelles, nonostante il fatto che sotto la sua ala in Bulgaria dilaghino il neofascismo e il razzismo, che nel paese non vi sia alcuna garanzia di autonomia del sistema giudiziario, e che democrazia e libertà siano ridotte al lumicino. Un caso simile alla Bulgaria è quello della Serbia di Aleksandar Vučić, anch'egli dal curriculum analogo a quello di Borisov, ma amato dai burocrati dell'Ue per il solo fatto che è filoeuropeo. Ai governi di Ungheria e Polonia viene invece riservato da parte di Bruxelles un trattamento diverso (ben meritato, s'intenda), non tanto per le loro politiche interne, ma per la retorica euroscettica che adottano.

Insomma, nonostante le buone intenzioni e l'impostazione realistica, "Viva la Bulgaria!" non riesce in ultimo a fornire un quadro realista, inviando così un messaggio edulcorato che nella sostanza lascia totalmente fuori dall'obiettivo chi muove le fila del neofascismo bulgaro, cioè i massimi vertici politici ed economici del paese. Un limite forse dovuto, tra le altre cose, anche al fatto che il documentario è stato realizzato con finanziamenti istituzionali, in particolare della televisione statale bulgara controllata dal governo.


Autore: Andrea Ferrario
Fonte: PoloniCult




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