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Venez, Nord-est della Bulgaria [foto: La Stampa]
Venez, Nord-est della Bulgaria [foto: La Stampa]

Bulgaria, nel villaggio dei musulmani che teme il ritorno dei nazionalisti

23.03.2017

A quattro giorni dalle elezioni parlamentari cresce la retorica anti profughi e anti-Islam

«Siamo musulmani tradizionali ed europeisti, l'islam importato dai migranti è una novità che non solo non ci rappresenta ma annuncia guai». L'avvocato Behra Zyulkyar professa la sua fede in Bruxelles davanti alla bandiera blu a dodici stelle del municipio di Samuil, il piccolo Comune a maggioranza turca del quale è vicesindaco.

Siamo nella regione di Razgrad, a Nord-Ovest di Varna: villaggi poverissimi, pecore, strade deserte costeggiate da boschi di betulle e contadini curvi sui campi come in un quadro di Millet. Qui, oltre che sulle alture meridionali dei Rodopi, vive una fetta consistente dell'islam bulgaro, quell'8% della popolazione composto in gran parte da convertiti d'epoca ottomana, i pomacchi.

L'avvicinarsi delle parlamentari del 26 marzo ha messo le ali alla retorica anti-profughi e anti-musulmana al punto che durante una visita sul fronte Sud il ministro della difesa Yanev ha promesso un'ulteriore stretta sui confini. Samuil, 1.500 anime sparpagliate intorno alla statua di re Samuele, è distante dalla frontiera. Se mai qualcuno dei circa 7 mila rifugiati ufficialmente nel Paese ottenesse il permesso di restare non verrebbe quassù. Ma la paura oscura la realtà e i più anziani ricordano ancora il delirio assimilazionista di fine Anni 80, quando il regime esangue lanciò una feroce campagna contro rom e musulmani forzandoli a prendere nomi slavi o trasferirsi in Turchia. Questa zona, dove i seguaci dell'islam sfiorano il 75%, fu particolarmente colpita, e chi è tornato approfittando della fine del comunismo fa quadrato: il partito preferito è la sigla che tappezza i muri, l'europeista Dps, una delle due forze politiche di riferimento della principale minoranza etnica. L'altra, il movimento Dost, è ritenuto più vicino a Erdogan.

«I nazionalisti per ora non ci fanno paura, purché gli arabi, con la loro religione radicale, non gli diano il pretesto» dice Saleh davanti alla moschea dal minareto azzurro. La religione dei siriani e degli iracheni è la sua, la stessa. Ma l'uomo dai baffoni grigi indica i capelli delle clienti dell'unico bazar: a Samuil neppure le nonne portano il velo, al massimo un foulard fiorato alla Kusturica.

«In vista del voto i media stanno calcando la mano sulle differenze etnico-confessionali, associano i migranti all'Isis, l'aria è pesante, ci sono stati un paio di attacchi neonazi ai centri di accoglienza» spiega Maria Sanuilova dell'Organizzazione Internazionale per Migrazioni di Sofia. I piccoli centri resistono al populismo meno delle grandi città: padre Paolo Cortesi, parroco cattolico di Belene, è stato costretto a lasciare il paese dopo le minacce ricevute per aver ospitato una famiglia siriana regolare.

Hitrino, sulla strada che da Samuil scende verso Varna, accoglie il visitatore con la puzza di bruciato rimasta nell'aria dal tremendo incidente ferroviario del 10 dicembre scorso, quando di fronte alla morte e alle macerie l'organizzazione degli ebrei bulgari Shalom promosse una racconta fondi per gli abitanti, in gran parte musulmani. Tra gli edifici a ridosso della stazione solo la moschea è rimasta in piedi.

«Dobbiamo ricostruire e non c'interessano le sirene del settarismo» taglia corto un'impiegata comunale. Sulla piazza due gruppi siedono sulle panchine ai lati della statua di Koca Yusuf, campione di «wrestling» vissuto nella seconda metà del 1800. Da un lato i muratori cristiani con le bottiglie di birra, dall'altro il caffè turco. «Prima che i comunisti ci mettessero gli uni contro gli altri non avevamo mai avuto problemi e ora siamo tornati fratelli» concordano. Guai a parlargli del nuovo vento nazionalista e di chi, come già successo in passato, ha ripreso in mano il vecchio romanzo storico di Anton Donchev «Tempi di divisioni» per leggervi l'inconciliabilità tra bulgari e musulmani. Qui a Hitrino la risposta, sebbene meno articolata, è la stessa di Kamel, maestro nel vicino villaggio di Venez, un migliaio di persone, due moschee, la sindaca musulmana: «Va tutto bene. I nazionalisti e i profughi con il loro islam estremista si servono a vicenda. Noi bulgari turchi non cadiamo nella trappola».

E dopo le elezioni? Erdijan Sebaytin, capolista del Dps, conclude il comizio davanti ai fedelissimi di Slaveikovo, piccolo centro musulmano a 60 km da Varna: «Domenica andremo bene perché Erdogan ha parlato male di noi e ci fa gioco. Ma la situazione è esplosiva. Siamo schiacciati tra i nazionalisti locali e gli aspiranti dittatori, Erdogan e Putin. Se passa la retorica anti-islam ci finiamo dentro tutti. L'unica speranza è tenerci stretta l'Europa».


Autore: Francesca Paci, inviata a Samuil (Bulgaria)
Fonte: La Stampa


Per approfondire: Speciale Elezioni Politiche 2017



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