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Morozov: attenti ai big data, non capiscono le ansie della gente

30.09.2016 - Roma

Il critico dei miti digitali a Ferrara: non credete alla falsa trasparenza

E' nato in Bielorussia, ha studiato in Bulgaria, è uno dei più convinti critici della Silicon Valley, e scrive contro Google e le politiche di monopolio americane sul New Yorker, sul Guardian, sul Financial Times e su Foreign Policy. Ieri era a Boston - il suo rapporto con l'università di Harvard è di lunga data - e domani sarà a Ferrara al Festival di Internazionale per un dibattito dal titolo "Privacy diritti e libertà ai tempi dei big data". Evgeny Morozov, classe 1984, è uno degli intellettuali più interessanti dell'era digitale, in Italia sono stati pubblicati "To Save Everithing, Click Here" (tradotto da Mondadori con "Internet non salverà il mondo"), e "Silicon Valley: i signori del silicio" (Codice Edizioni).

Morozov, non crede che la logica della guerra fredda sia ancora alla base dei rapporti di forza globali, anche se adesso non ci sono più Usa e Urss ma Google e Baidoo?

«L'opposizione che io vedo oggi è tra i cittadini e la plutocrazia delle grandi corporation, opposizione che si costruisce su un sistema di relazioni - in particolare per ciò che concerne il sistema di difesa - che è parte del risultato della guerra fredda. Il tratto che colpisce oggi è che le paure sembrano le stesse che dominavano l'Unione Sovietica negli anni Settanta».

Nel dibattito tra Hillary Clinton e Donald Trump si è toccato anche il tema della sicurezza digitale. Hillary ha accusato il suo avversario di aver invitato i russi a spiare il sistema digitale americano. Crede che gli americani abbiano ancora paura di vecchi fantasmi?

«Ciò che sta accadendo in America è allo stesso tempo l'intenzione di demonizzare Putin e il Cremlino, e di associare Trump a questa demonizzazione. La paura sulla sicurezza o insicurezza della nazione è secondaria nella serie di obiettivi perseguiti dai sostenitori di Hillary Clinton, che coglie l'opportunità di usare queste intrusioni per rappresentare Trump come agente di poteri stranieri, facendone un impresentabile anche davanti agli altri leader del mondo».

Secondo lei fact checking e big data sono in grado di influenzare gli elettori americani?

«Credo che Trump abbia capito che i media americani hanno una sorta di protocollo che è impossibile da violare, a meno che tu non conosca perfettamente le regole. In quanto outsider non aveva nessuna possibilità di vincere il duello tv. E' uno spettacolo abbastanza interessante, Trump è indifferente al fact checking, e ha un universo intellettuale molto diverso dal resto dei media (o ritiene di averlo). Non credo che i media abbiano capito che Trump sta guidando una rivolta contro chi comanda, e anche se nessuno degli attacchi che Trump fa i media o i media fanno a Trump andranno a favore di Trump, questo è uno degli esempi in cui i big data sono del tutto inutili, perché non sono in grado di registrare il fatto che l'elettorato di Trump è preoccupato. E' stato lo stesso per Brexit, dove la popolazione ha mandato un messaggio ai leader, e i media - che lavoravano per i leader - non lo hanno capito. In definitiva è un voto di protesta e il voto di protesta non può essere intercettato dai data né dal fact checking».

Tra Snowden e Assange, lei chi preferisce?

«Sostengo entrambi, per me Assange un attore più politico rispetto a Snowden, che resta un americano che è stato al servizio di Cia e Nsa. Assange muove una critica al capitalismo più radicale, chiama in causa l'intelligenza del potere, decostruisce i grandi gruppi, e si può concordare o no con i suoi temi, ma non si può disconoscere che le istituzioni, grazie al suo lavoro, hanno mostrato un volto che non immaginavamo».

Il mito della trasparenza come condizione della democrazia sarebbe dunque una forma occulta di dittatura. Ma meno trasparenza significa più democrazia?

«Sì, il tema della trasparenza e della democrazia è un dibattito teorico che ho affrontato nel mio libro To Save Everything, Click Here, tuttavia oggi penso che la realtà delle nostre istituzioni e del loro funzionamento è molto differente dalle teorie che vengono dal mondo accademico, e che la dimostrabilità di una teoria digitale è tale nella misura in cui si applica e permette di comprendere la realtà empirica. In questo senso la mia posizione si è un po' evoluta: non penso a questo punto che noi dovremmo fare affidamento su quelle teorie che legittimano una gestione del tutto rimessa nelle mani dei politici, perché l'esperienza pratica dice che se i politici sono lasciati soli, cominciano a partecipare alle lobby, diventano avvocati delle agende delle varie compagnie, portano avanti i loro interessi, cominciano a dedicarsi alla manipolazione del denaro pubblico, e non sono sicuro che le teorie politiche prodotte negli ultimi vent'anni siano adeguate a capire la crisi profonda in cui sono cadute le istituzioni democratiche. E poi bisogna intendersi su che cos'è trasparenza: c'è una trasparenza radicale, che è quella di Wikileaks, che mostra ad esempio come il Pentagono stia rendendo accettabile a tutti l'uso dei droni, e poi c'è una falsa trasparenza, quella degli open data, dove le grandi compagnie insistono perché i governi usino gli open data per strutturare le loro politiche economiche, e li rendano a loro volta disponibili per altre aziende. Ecco, le politiche economiche costruite sugli open data mi preoccupano molto di più delle rivelazioni di Wikileaks».

Come vede il futuro politico dell'America?

«Non sono ottimista, e a essere sincero non lo sono neanche sull'Europa. Credo che dopo il voto, indipendentemente da chi vincerà, lo spread con il resto del mondo, e in particolare con l'Europa, sia destinato ad aumentare».


Autore: Francesca Sforza
Fonte: La Stampa




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