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Rom bulgari in Italia: una migrazione silenziosa

12.07.2015

Nel mese di aprile 2015 è stato pubblicato dalla Fondazione Migrantes, edita dalla Tau, il libro di Maria Rosaria Chirico dal titolo "Una Migrazione silenziosa. Rom bulgari in Italia", frutto di una ricerca sul campo durata circa tre anni. Obiettivo principale dello studio effettuato è stato quello di dare voce e visibilità ai rom bulgari, una migrazione silenziosa, fortemente mimetizzata e sinora sconosciuta, che secondo una stima riguarda almeno 10.000 persone. Proponiamo una sintesi ed alcuni estratti della ricerca per gentile concessione dell'autrice, che ringraziamo per la disponibilità. [Bulgaria-Italia]


Nel corso dell'indagine, sono stati intervistati complessivamente 130 persone di cui 100 con interviste semi-strutturate e 30 con metodo biografico presenti nelle 4 aree territoriali di Roma, Catanzaro, Vibo Valentia e Reggio Calabria, luoghi in cui si è svolta la ricerca. Due le regioni coinvolte il Lazio e la Calabria. L'indagine, di taglio etnografico, documentata anche fotograficamente, racconta non tanto il fenomeno ma affronta il tema da diverse e più ampie angolazioni con uno sguardo più ampio al vissuto, ai modelli relazionali e al faticoso percorso di cittadinanza di tante persone che per la prima volta, rompono il silenzio per renderci partecipi della loro cultura, di percorsi di riscatto così come di storie legate al Paese di origine e alle nuove condizioni di vita e di lavoro nel contesto di accoglienza. Ne viene fuori il ritratto di una comunità dignitosa, creativa ed operosa che, seppure vive misere condizioni non risulta essere miserabile perché ha la capacità di "aspirare a un futuro" e di trovare dentro di se la forza della speranza."

Lo studio tenta anche di decostruire stereotipi e luoghi comuni e di raccontare, attraverso la voce degli stessi protagonisti, come si attivino sempre più dei processi virtuosi nel variegato e complesso mondo dei rom, sinti e caminanti di cui essi fanno parte. Esiste infatti una realtà di persone coraggiose e ottimiste che, lontano dalle strumentalizzazioni politiche e dalla retorica, in silenzio, si mettono in cammino e con fatica cercano di costruire il proprio destino. Perché nonostante lo stigma, la crisi e tante paure c'è chi va avanti e crede che il futuro possa anche cambiare.

Roma

Nella città di Roma, dove sono state affrontate le maggiori criticità, l'autrice è riuscita a conoscere i rom bulgari seguendo anche un universo contiguo che vive ai margini, separato da una linea sottile: quello di altri gruppi rom che vivono negli insediamenti spontanei, dei migranti, dei rifugiati, dei giovani disoccupati, dei senzatetto e senza diritti, di coloro che sono stati espulsi dal mondo del lavoro e che nell'arco di qualche anno si sono impoveriti al punto tale da perdere anche la casa. Mondi diversi ma simbiotici, quello dei rom e dei gagè, che si assomigliano per il loro status di esclusi, ma anche per la loro grande vitalità. Ciononostante queste realtà, accomunate dalla povertà, pur guardandosi con diffidenza e senso di superiorità, interagiscono in maniera dinamica, riuscendo a intrattenere rapporti di mutuo aiuto e relazioni di grande intensità.

Arrivati in Italia, già a partire dalla fine degli anni novanta, i rom bulgari hanno preferito dirigersi soprattutto verso i piccoli paesi del Sud, dove in tanti hanno deciso di rimanere in maniera stabile, e di progettare il loro futuro.
Nella città di Roma, i rom bulgari intervistati, noti sostanzialmente a qualche operatore di Roma Capitale per via degli sgomberi, vivono negli insediamenti spontanei (nessuno in quelli tollerati o gestisti dal Comune) prevalentemente in ruderi abbandonati, in tende montate su strutture di canna, senza luce, acqua o servizi, ai margine della grande periferia, sotto ponti, viadotti o in campagne lontane dai centri abitati, "nascosti" ed esclusi dalla più elementari forme di convivenza civile e sociale se non quella con altri gruppi svantaggiati oppure con rom romeni e bosniaci.

Per ascoltare la loro voce l'autrice si è recata in quei luoghi senza decoro di Roma città accogliente e solidale per conoscerli e ascoltare le loro voci: voci troppo lontane, troppo "distanti" per poter essere udite dalla politiche e dalle istituzioni...

Trovarli è stata un'impresa ardua e difficoltosa così come lunghe e complesse sono state le modalità per conquistare la loro fiducia… A Roma le condizioni di vita sono drammatiche e svolgono prevalentemente lavori aleatori e tutte quelle attività di sopravvivenza svolte dai rom autoctoni di altra nazionalità. Gli sgomberi selvaggi, cui sono soggetti rendono ancora più drammatiche le condizioni di vita...



Calabria

Al contrario, a Sud, in Calabria, nelle cittadine delle province oggetto d'indagine, i rom bulgari portano avanti il loro progetto migratorio in un contesto a loro più congeniale perché verosimilmente più somigliante alle dimensioni e ai rapporti del loro contesto d'appartenenza. Trattasi di cittadine e in taluni casi anche di piccoli e poverissimi paesi a misura d'uomo, accoglienti e naturalmente inclusivi dove i rom bulgari, tendenzialmente imparentati, vivono nelle case, in condominio con i gagè. Sono molto apprezzati dai loro vicini di casa gagè (non rom) con i quali intrattengono relazioni, rapporti umani significativi di lavoro e di vicinato.

Lavorano prevalentemente in agricoltura ma anche in tanti altri settori dove sono molto apprezzati da tanti imprenditori i quali affermano di "non aver ancora chiuso grazie al lavoro di queste persone "..altri settori sono quello agroalimentare, edile, turistico e di cura alla persona…. Ma ci sono anche dei bravi artigiani molto apprezzati e ricercati: marmisti, decoratori, piastrellisti, falegnami. Una presenza che, nonostante la disattenzione o l'indifferenza politica ed istituzionale che, poco o nulla ha fatto in questi anni per agevolare un più compiuto processo di interazione e inclusione sociale, sta cambiando il volto di tante cittadine e la mente di tante persone, rom e gagè, (rom e non rom) e la Calabria, a parte lo sfruttamento lavorativo, si rivela una terra "inclusiva e solidale" in cui, in maniera più o meno complice e consapevole, si sperimentano nuove forme di contaminazioni e di convivenza sociale: una maniera umana e più solidale di vivere "l'alterità". Ovviamente riuscire a vivere in una situazione più protetta, quale può essere quella di una vera e propria casa, consente anche a questi nuovi cittadini una maggiore mimetizzazione nel territorio, una minore visibilità e quindi una maggiore facilità nell'inserimento in attività lavorative. Queste due variabili, casa e lavoro, costituiscono il principale elemento in grado di contribuire all'inserimento dei vari gruppi nella società di accoglienza: tante le persone che aspirano a condizioni lavorative più stabili e tutelate e a condizioni abitative di dimensioni più ampie, in grado di accogliere gli altri membri della famiglia rimasti in Bulgaria. È anche questo un indicatore del processo di stabilizzazione nel territorio.

Criticità

Ho iniziato questo studio consapevole delle difficoltà a cui sarei andata incontro per la carenza di studi, di dati e di informazioni ed a causa dei forti processi mimetici messi in atto dai rom bulgari per proteggersi dalle discriminazioni. Trovarli è stata un'impresa difficilissima e ancor di più conquistare la loro fiducia. Infatti, muovendomi all'interno di una realtà caratterizzata da forti atteggiamenti di chiusura o da famiglie che risiedono su suoli non autorizzati (campi abusivi a Roma) o nelle case (in Calabria) è stato estremamente difficile individuare le persone, creare una relazione e conquistare la loro fiducia.

Sono stata in molteplici luoghi "senza decoro". Luoghi in cui, anche se la sofferenza sociale viene spesso offesa dall'indifferenza o da nuove ferite istituzionali, è possibile trovare anche dignità, ironia, capacità di aspirare a un futuro e soprattutto speranza: quella speranza rimasta intatta in fondo al vaso di Pandora, quale valore e forza sociale che illumina il cammino e consente la sopravvivenza umana (Illich, 2012).

Là, dove le condizioni di vita continuano a essere moralmente offese, loro oppongono una tenace e paziente resistenza pacifica, portata avanti, molto spesso, con l'arma del silenzio, dell'ironia e della creatività. Quella stessa creatività e indole pacifica che ha permesso a questo popolo antico di non entrare mai in conflitto con nessuno Stato, di sopravvivere nei secoli a inimmaginabili soprusi e a feroci persecuzioni, primi fra tutti la schiavitù e il porrajmos (sterminio nazista).

In tanti hanno deciso di percorrere la strada dell'autonomia per sottrarsi alla pratica del controllo sociale e alla perdita della dignità. Non è un caso che essi non siano presenti in nessuno degli insediamenti autorizzati della Capitale: i cosiddetti villaggi della "Speranza" e della "Solidarietà" in cui mi sono recata a cercarli. Piuttosto, con le proprie forze o con l'aiuto di parenti ed amici, hanno preferito andare a vivere in casa e, una minoranza negli insediamenti spontanei.

Le persone che ho conosciuto, comprese coloro che vivono in luoghi (esclusivamente campi abusivi) che non onorano il nostro Paese, pur sperimentando condizioni di vita disagiate, non sono dei vinti o dei perdenti. Così come il generale silenzio che contraddistingue questa migrazione non è espressione di sottomissione ma si configura come una modalità collettiva con la quale si difendono pacificamente, per non essere sottoposti a discriminazione, per conquistarsi una casa o per mantenere il lavoro e delle relazioni normali.

In tante circostanze la maggior parte riesce a mantenere una condizione dignitosa. Penso, all'atmosfera gioiosa e conviviale vissuta nel corso di tanti incontri, alla gentilezza e disinteressata ospitalità con la quale sono stata accolta nell'intimità delle loro belle case, così come in povere dimore, all'interno di una tenda o di un rudere abbandonato. Luoghi in cui sembra impossibile immaginare una quotidianità eppure, spesso, così funzionali e straordinariamente puliti. Un'accoglienza spesso attenta ai minimi particolari.



Le testimonianze dei rom bulgari in Italia

Ascoltando le loro voci ho potuto raccogliere anche memorie, speranze, sogni in parte realizzati, ancora incompiuti o già spezzati in un tempo in cui ogni progetto andrebbe protetto e sostenuto come Tonca la romnì (donna) di origine turca che, mentre si racconta, accarezza con lo sguardo la chiave di casa. La sua prima vera casa, dopo la difficile condizione di vita nelle baraccopoli del Paese dove è nata e cresciuta ed in seguito nel campo di San Severo, in Puglia. Un diritto conquistato in autonomia e in solitudine con sacrifici e tenacia in una realtà (un paesino della Calabria) di fatto distante e lontana dalle leggi europee e dalle grandi promesse della politica e delle istituzioni.
Nei luoghi in cui mi sono recata, a Roma come in Calabria, ho incontrato un grande coraggio ad affrontare la vita e una grande solidarietà anche tra gruppi sociali di diversa provenienza. In tanti sono preoccupati per la crisi, per i loro figli e pensano alla loro terra con un sentimento di nostalgia, ma guardano al loro progetto migratorio e al futuro anche in maniera fiduciosa, plurale e con una visione internazionale che non necessita di radicamento, cercando forza e fiducia dentro sé stessi e nelle tante persone sensibili che li hanno aiutati, con i quali intrattengono relazioni e sperimentato anche rapporti di affetto o di autentica amicizia, spesso coltivati nella loro espressione più alta.

Paradigmatica, a Roma, è la storia di Anna, Boris e il loro bambino di 9 anni, Dimitri, ospitati amorosamente per otto mesi da una coppia di signori napoletani, dai loro figli e nipotini, in una dependance attigua alla loro casa con giardino nel quartiere San Lorenzo, dove hanno vissuto come in famiglia senza pagare alcuna spesa, sino a quando sono riusciti a trovare un alloggio. O in Calabria, la complicità e l'aiuto di tanti amici, vicini di casa e datori di lavoro, alcuni dei quali si sono recati in Bulgaria ancora prima che il Paese entrasse in Europa, pur di poterli aiutare.
Per i gruppi di nazionalità bulgara i legami familiari sociali e simbolici sono molto forti e rappresentano la base più solida su cui poggia l'organizzazione sociale. La famiglia, intesa sia come famiglia nucleare che ne suo significato più ampio ossia come famiglia estesa, seppure interessata da una profonda disgregazione anche per i rom bulgari, rimane il valore centrale e continua ad essere decisiva nelle scelte di vita. Linfa vitale da cui, sia uomini che donne, traggono forza e motivazione per affrontare le maggiori difficoltà e i cambiamenti che accompagnano il viaggio e il percorso migratorio.

Questa potrebbe essere, infatti, una delle motivazioni per cui in tanti hanno scelto di fermarsi in piccoli e poverissimi paesi del Sud, là dove le reti familiari esprimono ancora valori e sentimenti con cui riescono a identificarsi o a interagire empaticamente. Instancabili lavoratori, dotati di svariati talenti, quando gli si dà l'opportunità sono come delle api operaie, con una forte propensione alla mobilità tra tanti settori produttivi. Una comunità pacifica e laboriosa, quindi, che nonostante la mancanza di formazione e la carenza di mezzi riesce a far fronte ai problemi in maniera concreta e positiva. Come ho potuto sperimentare nel corso della ricerca sono molto dignitosi e orgogliosi, e raramente chiedono aiuto anzi ostentano un benessere che spesso non corrisponde a realtà.

La situazione lavorativa

Il lavoro che spesso non c'è, a prescindere dalle domande strutturate nell' intervista, è stato il tema centrale delle conversazioni di questa ricerca. E la frase "naj buti, naj love, naj habe…"("niente lavoro, niente soldi, niente mangiare"…) è stata quella più frequentemente ripetuta, nei racconti delle storie di vita, a Roma come in Calabria. Essendo cittadini comunitari, sempre più vanno sostituendo la manodopera africana, un escamotage degli imprenditori per non essere implicati del reato di assunzione di manodopera clandestina. I bulgari sono tra i lavoratori che accettano lavori precari, poco pagati, non tutelati. All'origine del fenomeno c'è la povertà del loro paese dove le condizioni economiche, soprattutto per i rom rimangono difficili.

In Calabria Interi settori vengono affidati a cittadini di cultura romanì. Le 'attività lavorative sono variegate e mutevoli nei vari contesti. Nella capitale i lavori prevalenti sono quelli tipici svolti dai gruppi allogeni, marginali di adattamento ed in parte già svolti nel loro contesto di origine (raccolta nei cassonetti, parcheggiatori, musicisti di strada e nei ristoranti, attività mercatali, accattonaggio, ecc.). In Calabria, i rom bulgari tendenzialmente, vanno a colmare carenze di manodopera a basso costo e non qualificato. Il settore prevalente è quello dell'agricoltura ma in realtà le attività svolte sono diverse. Oltre a quelle di braccianti e legate al settore agricolo (alcuni svolgono doppi lavori) vi sono quelle di traslocatore, commerciante, badante, domestiche, muratore, barista, commessi, assistenti alla cucina, meccanico, operai edili, operaio specializzato. Ma vi sono anche bravi artigiani, molto apprezzati sono soprattutto marmisti, decoratori, piastrellisti. Così come molto ricercate per la loro bravura e capacità sono le donne da impiegare per l'intreccio delle famose cipolle rosse.

Come ho potuto sperimentare nel corso della ricerca sono molto dignitosi e orgogliosi, e raramente chiedono aiuto anzi ostentano un benessere che spesso non corrisponde a realtà. La Calabria, terra di riscatto e Regione con il tasso di disoccupazione più alto di Europa, in cui emigrazione e immigrazione convivono come facce di una stessa medaglia e gli autoctoni partono in cerca di prospettive migliori, sta dimostrando grandi capacità inclusive che andrebbero adeguatamente sostenute rendendo coerente la legislazione, sostenendo le piccole imprese, i piccoli agricoltori e l'attuazione di programmi efficaci e rigorosi volti al contrasto dell'illegalità diffusa e allo sfruttamento dei lavoratori.

Soprattutto in alcuni piccoli comuni i rom bulgari, seppure scarsamente tutelati ed in condizioni di sfruttamento lavorativo, anche in possesso di un regolare contratto di lavoro, hanno intrapreso un percorso che, se sostenuto adeguatamente dalle istituzioni, ha buone premesse per creare una buona interazione sociale e trasformarsi in un processo virtuoso di inclusione. Il ruolo di questi migranti nella vita economica complessiva dell'Italia è importante così come lo è nel loro paese di origine dove una considerevole parte per dell'economia è sostenuta proprio dalle rimesse che anche i rom più poveri anche a costo di grandi sacrifici e privazioni riescono ad inviare ai loro cari in Bulgaria.

Il contesto sociale

Dall'analisi comparativa delle testimonianze dei rom presenti in Calabria, è evidente che le loro esperienze di vita ed i loro percorsi hanno pochi punti in comune con quelle dei loro concittadini bulgari presenti a Roma: nella capitale i bisogni e le istanze sono quelle tipiche di chi vive il percorso migratorio con difficoltà correlate anche a un contesto di accoglienza fortemente esclusivo e all'assenza di una politica abitativa. Un contesto in cui il welfare e le relazioni umane, sociali e di vicinato non riescono più a proteggere e a tenere coese le fasce più deboli e svantaggiate.

Come per gli altri migranti e gruppi sociali di diversa nazionalità presenti in Italia, il problema è fortemente legato alla povertà. Sono mondi vicini, quello delle fasce più povere della popolazione e quello dei rom, accomunati dalla precarietà e dall'esclusione sociale.

A Roma e in Italia in generale, le condizioni socio-abitative della minoranza rom e sinta, appaiono gravi e inaccettabili per qualsiasi paese che si definisce civile: richiedono misure urgenti e un'adeguata politica d'inclusione in grado di offrire in prima istanza soluzioni abitative dignitose, ponendo fine all'inciviltà degli sgomberi e avviando un'efficace e reale programmazione volta alla graduale chiusura dei cosiddetti campi autorizzati, cui si affianchi un urgente percorso di scolarizzazione anche per i bambini che temporaneamente insistono in insediamenti spontanei. L'ultimo richiamo è arrivato il 24 febbraio: siamo in ritardo sul fronte dell'integrazione e continuiamo a procedere con gli sgomberi in barba alla procedure previste dal diritto internazionale.

Il fenomeno della dispersione scolastica di migliaia di minori, che non vanno a scuola, rappresenta infatti la ferita più dolorosa e inquietante di questa immigrazione a Roma e, anche se in misura minore, nel Sud in generale. In entrambi i con- testi, essa si manifesta soprattutto nella forma più grave, ossia come evasione totale all'obbligo scolastico. Le implicanze personali e sociali di tale fenomeno sono preoccupanti e richiedono interventi che non si possono più rimuovere o rimandare.

Le donne di entrambe le realtà, quella romana e quella calabrese, sono le protagoniste principali di questa migrazione, e tendenzialmente accomunate dalla voglia di guardare al futuro, capaci di rivendicare i propri diritti e coraggiose sino al punto da riuscire a ribellarsi a ingiustizie subite in contesti difficili. Una per tutte, Mila, pur essendo consapevole dei grandi rischi a cui sarebbe andata incontro, ha trovato la forza di denunciare il caporale che l'aveva derubata dei suoi compensi, in uno dei contesti a più alto rischio nella Piana di Gioia Tauro (non trascurabili sono le conseguenze che ne sono derivate, a cominciare dalle intimidazioni nei confronti dei suoi bambini…).



Conclusioni

Alla fine di questo lavoro, appena iniziato e non certo concluso, quello che posso dire è che queste sono le persone che avrei voluto raccontare: persone normali, oneste o meno oneste, con i loro sentimenti e le loro fragilità.

Consapevole di quanto sia vero che la condanna all'invisibilità e che «la sorte dei gruppi è legata alle parole che le designano» (Bordieu, 1983), nel caso specifico ai racconti di noi occidentali sulla popolazione romanì, ho iniziato questa ricerca con la speranza di riuscire a cogliere, senza esotismi o facili buonismi, gli aspetti più positivi di questa migrazione, nel tentativo di riuscire a smontare anche soltanto qualcuno dei tanti luoghi comuni. Non so se sono stata fortunata, perché queste sono le persone che cercavo e che, nonostante le tante difficoltà incontrate, sono riuscita a trovare, ascoltando le loro voci: attraverso i loro racconti ho avuto modo di entrare nelle pieghe più profonde di tante storie di vita, per scoprire mondi interiori, costellati da emozioni e ricchezze sinora inesplorate. All'interno di questa migrazione, fatta di tante vite che inseguono il sogno di un cambiamento, ho potuto osservare da vicino, nel volto nuovo e poco conosciuto di tanti rom e romnià la dignità silenziosa di chi è convinto che certi percorsi di emancipazione e di legalità passino soprattutto attraverso l'acquisizione di elementari, quanto imprescindibili diritti, come una casa, un lavoro, un sistema di relazioni che non esclude le diversità. Un sistema di relazioni che non allontani o mistifichi la realtà, una condizione per cui il destino ingeneroso di tanti rom, bambine e bambini, sembra essere segnato sin dalla nascita.

Spesso, invece, è una buona notizia a determinare il cambiamento: nonostante l'ostilità, il vuoto istituzionale e le gravi forme di sfruttamento lavorativo cui sono soggetti, queste persone sono riuscite anche a trovare, amicizia, rispetto e solidarietà.

Ciò è testimoniato da un'infinità di esperienze di vita, di relazione, tenacia e generosità, storie di ordinaria, quotidiana normalità sconosciute a tanti. E, come un piccolo seme riesce a germogliare anche sotto la neve, in condizioni impossibili, se trova un po' di tepore, così loro traggono forza e nuova consapevolezza dai sentimenti sinceri e dal calore di tanti gagé.

La speranza è che queste voci possano essere ascoltate, rompendo il silenzio e l'indifferenza che avvolge tante persone che con il loro lavoro, umile e silenzioso e con il loro bagaglio umano e culturale contribuiscono a dare centralità a tante periferie d'Italia e d'Europa. Prime fra tutte in terra di Calabria, ma anche di Bulgaria grazie alle tante rimesse che anche i cittadini rom più poveri che vivono negli insediamenti spontanei riescono ad inviare ai loro cari, contribuendo a mantenere gran parte della liquidità nazionale.

Maria Rosaria Chirico Sociologa e ricercatrice, si è occupata di minori come coordinatrice dell'Équipe Socio-Psico-Pedagogica P.A.D.S.C e ha collaborato per 12 anni presso l'Ente morale Opera Nomadi, in qualità di responsabile della progettazione e della ricerca, prediligendo quella sul campo. Autrice di numerose pubblicazioni, ha coordinato progetti nazionali sull'inclusione sociale, la dispersione scolastica, la tossicodipendenza, l'avviamento al lavoro. È autrice del progetto "Noi con gli Altri...", primo in Italia, sulla scolarizzazione dei bambini rom romeni presenti negli insediamenti spontanei a Roma. Attualmente si occupa di politiche migratorie e d'inclusione sociale delle minoranze.

Le foto a corredo dell'articolo sono state realizzate dall'autrice


Autore: Maria Rosaria Chirico

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