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Bulgaria: infortunata e licenziata da calzaturificio italiano, operaia riesce ad ottenere giustizia

08.02.2015

Una fabbrica di scarpe gestita da un imprenditore italiano Ŕ stata teatro di una storia di sfruttamento sul lavoro riportata dal quotidiano Struma di Blagoevgrad. Questa volta per˛ una coraggiosa lavoratrice vittima di un infortunio si Ŕ ribellata alle intimidazioni ed Ŕ riuscita ad intentare causa, vincendola, contro l'ex datore di lavoro.

La sentenza si riferisce a fatti che hanno avuto inizio nel maggio 2014 nello stabilimento "Pierik Shoes" di Blagoevgrad, 50 dipendenti, quando l'operaia si Ŕ ferita ad una mano a causa di un guasto al pedale della macchina che stava utilizzando. La donna Ŕ stata sottoposta a due interventi chirurgici, ma nonostante questo l'azienda non va voluto riconoscerle la malattia.

Il giornale riferisce che addirittura l'imprenditore le avrebbe "proposto" di licenziarsi, cosa che l'azienda ha poi fatto il 9 dicembre, quando la causa era giÓ in corso. La vittima ha anche riferito di alcune telefonate intercorse con il datore di lavoro, nelle quali sarebbe stata minacciata ed insultata in maniera volgare. Sarebbe stata diffidata dal rivolgersi alle autoritÓ, facendo presente che l'azienda aveva agganci con la polizia e la procura, essendo una loro fornitrice di calzature.

"Dopo le minacce Ŕ seguita la proposta di 1.000 lev (500 euro). Non ho ceduto alle pressioni ed ho intentato una causa per danni in tribunale", ha raccontato la donna, che ha anche denunciato che le colleghe ricevono il salario minimo legale (meno di 200 euro) e che la loro giornata lavorativa inizia alle 07.30 e finisce alle 18.00. La condizioni di lavoro sono descritte come tremende, "manca l'acqua calda, non c'Ŕ un sistema di ventilazione e i vapori delle colle vengono respirati dalle lavoratrici". L'ispettorato del lavoro, a seguito delle denunce operaie, ha imposto il cambiamento del sistema di ventilazione, ma in fabbrica sono seguite ritorsioni, come multe e trattenute dallo stipendio arbitrarie. L'operaia ha denunciato che addirittura le lavoratrici erano costrette a fare una colletta mensile per pagare l'addetta alle pulizie.

In sede di contenzioso l'azienda ha asserito che l'infortunio Ŕ stato causato dalla negligenza della dipendente. Tuttavia i periti tecnici hanno accertato che la macchina non aveva protezioni adeguate, ed il giudice ha stabilito che la responsabilitÓ dell'incidente Ŕ imputabile all'azienda, condannandola al risarcimento del danno e al pagamento delle spese legali. L'indennizzo di 4.000 lev (2.000 euro circa) Ŕ per˛ inferiore ai 10.000 lev richiesti dalla lavoratrice che ha annunciato ricorso. La donna, di 33 anni con un figlio di 11, Ŕ al momento alla ricerca di una nuova occupazione.

Sebbene lo sfruttamento dei lavoratori negli stabilimenti tessili e calzaturieri in Bulgaria, non rappresenti una novitÓ (illuminante il rapporto della Clean Cloth Campaing dello scorso anno) Ŕ positivo che, almeno in questa occasione, la vittima sia riuscita ad ottenere giustizia.

Ha destato anche un certa curiositÓ il fatto che la stampa locale si sia sbizzarrita nel pubblicare gli insulti che l'imprenditore avrebbe indirizzato alla donna nella lingua di Dante, semplicemente trascrivendoli in cirillico, senza alcuna traduzione, dando l'impressione che tali termini siano noti ai lettori. Alcuni linguisti ed antropologi, in barba al rasoio di Occam, si stanno chiedendo se questo sia un antico prestito dall'italiano al bulgaro dovuto alla presenza di un paio di queste parole nella Divina Commedia o se si tratti piuttosto di un effetto collaterale delle delocalizzazioni.


Autore: P.M.

Licenza Creative Commons  Il testo di questo articolo Ŕ pubblicato con licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0; in caso di ripubblicazione Ŕ richiesto un link attivo verso questa pagina, citando come fonte "Bulgaria-Italia".



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