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"Hi Tech" in salsa balcanica

18.12.2014

Alta tecnologia e servizi innovativi sembrano essere l'ultima frontiera per gli investimenti dei Paesi dell'Europa sud-orientale, Bulgaria in testa

L'obiettivo è arrivare a creare una "Silicon valley" balcanica dell'alta tecnologia e col tempo conseguire successi "ai livelli di Skype": è questa almeno l'ambizione delle nuove imprese bulgare specializzate nel settore dei servizi attraverso l'alta tecnologia e dello startup innovativo. Un reportage del "Balkan Insight" rivela come il settore sia uno di quelli che vede il maggiore sviluppo nel Sud-Est Europa, ed in particolare in Bulgaria dove a sostenerlo sono anche dei piani avviati con fondi Ue. Per anni le compagnie internazionali IT hanno delocalizzato il lavoro in questa regione europea, sottolinea l'articolo, grazie alla buona preparazione degli ingegneri e al basso costo di tasse e manodopera.

E' risultato quindi facile per le generazioni più giovani pensare di avviare un'impresa in questo comparto, e la Bulgaria ha deciso di puntare sull'IT offrendo agevolazioni fiscali come la tassazione fissa al 10 per cento, ma anche attuando progetti con fondi europei come il Jeremie, a supporto delle piccole e medie imprese. Il fondo Launchclub di Lyuben Belov è specializzato in sostegni alle aziende startup, e gestisce una parte dei finanziamenti Ue come fa anche il fondo Eleven, che offre programmi di formazione in cambio di una partecipazione azionaria nelle imprese. Secondo i dati ufficiali, il Launchclub e l'Eleven hanno distribuito negli ultimi due anni 9 milioni di euro per 120 aziende startup in tutta la regione sud-orientale, ed entro il 2015 progettano di arrivare a 200 unità.

Secondo Dilyan Dimitrov, uno dei fondatori di Eleven, una delle differenze tra la Silicon valley americana e il nuovo "progetto sud-orientale" è la frammentazione del mercato. Se le compagnie Usa dispongono infatti di un bacino unico fatto da centinaia di milioni di utenti, le compagnie balcaniche si trovano in una regione formata da "tanti piccoli mercati" diversi fra loro. Tutto questo, prosegue Dimitrov, può diventare un punto di forza perché le aziende, dice, "sono consapevoli di dover fare un prodotto che sia vendibile su scala globale". La sfida è raccolta da compagnie come la Playground Energy di Sofia, specializzata in sistemi di ricarica per giochi per bambini.

Il fondatore Hristo Alexiev spiega come il fatto di avere la propria sede in Bulgaria "porti dei vantaggi innegabili" nel contenimento dei costi della manodopera, della stessa progettazione e del supporto ingegneristico. L'investimento a Sofia è ammontato a 200.000 euro, e "se ci fossimo trasferiti in America, metà della somma sarebbe stata spesa solo per trasloco, affitto e avvocati". Le politiche per il settore startup sembrano svilupparsi lentamente anche in Serbia, dove l'anno scorso sono nati fondi i sostegno come lo StartLabs.

Compagnie come la Farmia, specializzata nella classificazione e compravendita on-line di capi d'allevamento, non devono più cercare finanziamenti solo all'estero come fino ad ora accadeva. "Abbiamo salari ridotti, ma possiamo finalmente avere la nostra azienda", dice Milos Milic, socio fondatore della Farmia che fino allo scorso anno si dedicava allo sviluppo di prodotti IT presso cinque diverse aziende. L'innovazione viene vista spesso come ultima speranza per uscire dalla crisi e da un mercato stagnante, ma adesso "gli imprenditori non sono più visti come dei supereroi con tendenze suicide", dice Nebojsa Lazic dello StartLabs, spiegando come il fondo offra dei finanziamenti fino a 50.000 dollari oltre che la possibilità di contatti con investitori dell'Europa occidentale e degli Stati Uniti.

Le speranze dei nuovi imprenditori balcanici vengono nutrite anche da un esempio di successo come la vicina Ungheria: secondo i dati della European private equity and private capital association, il Paese ha il più alto tasso di investimenti venture capital nel suo prodotto interno lordo fra gli Stati dell'Unione europea. Anche Budapest ha utilizzato il programma europeo Jeremie, attraverso fondi come il CoLabs di Zsolt Bako. "Ci vuole tempo - dice Bako - e in questi due anni abbiamo anche vissuto dei momenti di frustrazione, perché la gente aspettava dei grandi risultati nell'immediato. Possiamo dire però - conclude - che le cose stanno andando sempre meglio". Le potenzialità della regione balcanica, che vede al momento nell'Ue solo Bulgaria e Romania, sono state riconosciute anche dai maggiori investitori stranieri, come spiega Maxim Gurvits, partner della Teres capital con sede a Sofia. La finanziaria sta progettando di lanciare un fondo che si dedicherà esclusivamente agli investimenti nelle startup dell'Europa centro-orientale.

"Vogliamo sviluppare una sorta di incubatore di talenti, per fare crescere le persone che hanno idee interessanti. Così, se in futuro vorrete fondare una compagnia andrete a Sofia e non a New York - dice - dove tutto costa molto di più". Prima di diventare una "nuova Silicon valley" i Balcani dovranno però colmare un'importante lacuna, secondo Dimitrov del fondo bulgaro Eleven. "La gente qui - dice - non è ancora del tutto consapevole di cosa significhi avere una propria azienda, di quante responsabilità comporti e quale sia il volume di lavoro da affrontare". Il vero ostacolo, secondo molti investitori, è la mancanza di personale esperto in business: un modo per aggirare l'ostacolo, secondo Belov del fondo bulgaro Launchclub, potrebbe essere quello di "avere qui gli sviluppatori delle idee, e tenere invece i comparti delle vendite e del marketing in luoghi dove queste capacità sono sviluppate alla perfezione come Londra o appunto la Silicon valley americana".

Fonte: "Balkan Insight" - agenzie

Pubblicato da Italintermedia il giorno 11.12.2014. Ringraziamo il sito per la gentile concessione.


Fonte: Italintermedia




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