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Bulgaria: operazione “Antiteror” contro il Califfato

05.12.2014

Lo scorso 25 novembre, l'Agenzia statale per la sicurezza nazionale bulgara (Darzhavna Agentsiya za Natsionalna Sigurnost - DANS) e la Procura generale hanno lanciato una massiccia operazione anti-terrorismo nel sud della Bulgaria, passando al setaccio i quartieri a prevalenza rom delle città di Haskovo, Smolyan, Plovdiv e Pazardzhik. L'operazione denominata "Antiteror" fa seguito a una serie di indagini condotte dal Ministero degli Interni che per sei mesi ha monitorato le corrispondenze tra imam bulgari e alcuni presunti sostenitori dello Stato islamico (IS), sospettati di diffondere la retorica islamista radicale dell'organizzazione e di inneggiare alla jihad anche in Bulgaria.

Nello specifico, il blitz che si è concentrato principalmente nel quartiere "Iztok" di Pazardzhik dove oltre 40 indirizzi, inclusa la moschea di Abu Bekir, sono stati perquisiti alle prime ore del mattino. L'operazione si è conclusa con il fermo di 26 sospettati posti sotto interrogatorio e il sequestro di materiale propagandistico (inclusi gadget promozionali, bandiere jihadiste, portachiavi, cappellini e t-shirt dello IS) e video fatti circolari sui social network dove si vedono alcuni leader religiosi locali predicare la costituzione del Califfato universale.

Se da un lato la distribuzione di gadget promozionali aggiunge una nota di colore alla vicenda, dall'altro la massiccia retata della polizia ha canalizzato l'attenzione mediatica soprattutto riguardo al principale arrestato, l'imam di Pazardzhik Ahmed Mousa Ahmed, già noto alle forze dell'ordine bulgare.

Si tratta, infatti, del suo terzo arresto consecutivo che si aggiunge a una precedente condanna del 2010: Ahmed Mousa fu, infatti, l'unico dei tredici imam processati per diffusione di ideologia anti-democratica e propaganda islamista radicale, a essere condannato in primo grado.

Queste considerazioni suscitano forte preoccupazione soprattutto perché l'imam Mousa sembrerebbe essere una guida spirituale di spicco all'interno delle comunità rom di fede musulmana. In questo senso, in assenza di un fermo definitivo che ne limiti la libertà di manovra politica o l'indottrinamento dei fedeli avvicinandoli alla causa jihadista, è lecito temere una progressiva radicalizzazione delle componenti musulmane più emarginate o il verificarsi di episodi di violenza.

Inoltre, appare significativo sottolineare come al centro delle perquisizioni ci siano i quartieri a maggioranza rom, a conferma della tendenza dell'ideologia radicale ad attecchire sulle fasce sociali più deboli, meno istruite e, quindi, più facilmente manipolabili. Lo stesso leader del Consiglio spirituale supremo musulmano, Nedim Gendzhev, ha escluso che una simile circostanza possa verificarsi all'interno delle comunità musulmane di bulgari o turchi etnici, tradizionalmente più benestanti e ben integrate del tessuto sociale bulgaro.

Esiste, quindi, una concreta minaccia alla sicurezza nazionale che potrebbe essere contenuta con una maggiore integrazione delle fasce più deboli della società e una più capillare presenza dello Stato in zone grigie, ancora difficilmente controllabili, come quelle dei luoghi di culto musulmani. Infatti, non è ancora chiaro quale sia il reale ruolo dei leader religiosi musulmani e da chi sia finanziata l'attività spirituale o la costruzione delle moschee in Bulgaria.

Al momento, il rischio è contenuto se paragonato ad altri Paesi della regione balcanica dove le percentuali di popolazione musulmana superano ampiamente il 10% della Bulgaria e dove, a differenza di quest'ultima, si ha notizia della presenza di combattenti nazionali nelle fila dello Stato Islamico.

Alla luce di queste considerazioni, l'operazione "Antiteror" rappresenta un forte segnale della volontà di Sofia di imporre la legalità, sul buon esempio di Germania e Austria, molto impegnate sul fronte della sicurezza pubblica e sulle attività anti-terrorismo.

In questo senso, il massiccio impiego di personale da parte del Ministero degli Interni, che è parso piuttosto eccessivo rispetto alla reale minaccia terroristica (oltre 300 agenti di polizia, 40 procuratori e investigatori e 70 agenti del DANS) potrebbe essere letto in una duplice maniera. Da un lato, il Procuratore generale Sotir Tsatsarov ha giustificato l'operazione come un'azione di prevenzione generale per impedire la nascita di cellule jihadiste sul territorio nazionale. A riprova di ciò, la Bulgaria si sta impegnando a colmare alcune lacune giuridiche sulla sicurezza nazionale con una nuova proposta di legge che prevedrà la fattispecie di reato per i combattenti o i sostenitori dello Stato Islamico.

Il disegno legislativo godrà di piena legittimità internazionale ed è in linea con la posizione di Sofia come parte integrante della coalizione internazionale contro IS, sostenendo le truppe curde impegnate nell'offensiva nel nord dell'Iraq con l'invio di armi bulgare.

Dall'altro lato, la vigorosa risposta bulgara alla minaccia jihadista potrebbe anche essere interpretata come la volontà del neoeletto governo Borisov di mostrare i muscoli attraverso un'azione d'immagine non indifferente. In ogni caso il buon esito dell'operazione e la dimostrazione di tutelare lo Stato contro il rischio per la sicurezza pubblica ha sortito l'effetto di inquadrare Sofia come un interlocutore affidabile sul piano della tutela della sicurezza internazionale.

L'articolo è stato pubblicato il 03/12/2014 sul sito Analisi Difesa nella categoria "Analisi Sicurezza".


Autore: Anna Miykova
Fonte: Analisi Difesa


Per approfondire: La regione del Grande Mar Nero a cavallo tra Europa e Asia; focus sulle interrelazioni con la Bulgaria



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