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Foto: Festival delle Letterature
Foto: Festival delle Letterature

Georgi Gospodinov: sogno un Europa fatta così. L'Europa dell'empatia

02.07.2014 - Roma

Se i luoghi custodissero una memoria, noi adesso saremmo sprofondati fino alla cintura in mitologia e storia. Tra di noi dovrebbero trovarsi le ombre di una lupa e di due gemelli, di Michelangelo, delle oche sacre del tempio di Giove, che salvano l'impero. Su questo colle, il Campidoglio, un po' più di mezzo secolo fa, col Trattato di Roma del 1957, si dette inizio alla comunità europea. Tra molte altre tracce e voci questo luogo è probabile che serbi il ricordo dei passi e della voce di Publio Ovidio Nasone, l'autore delle Metamorfosi. Il poeta stesso rimase peraltro vittima di una metamorfosi estrema.

Il poeta precipita dal vertice del mondo, perde Roma (e l'Europa) e si trasforma in un esiliato, scacciato alla periferia dell'impero. Tutte le strade dei suoi pensieri portano verso Roma, ma inutilmente. Da allora in poi questo capiterà spesso ai poeti.

Vengo da terre vicine al luogo dove fu esiliato Ovidio, anche se io non sono un esiliato. Il sogno dell'Europa e della sua Roma, che in tempi diversi si chiama Parigi, Vienna, Berlino o Bruxelles (ma mai Sofia, Bucarest o Tomi), quel sogno mi è ben noto. Vengo da terre piene di persone che fino al 1989 non avevano mai lasciato i loro luoghi natali. Persone che per motivi politici o economici non avevano mai visto l'Europa. Mia nonna e mio nonno, pur senza aver letto Ovidio, percepivano non di meno attrazione per l'Europa. Mia nonna invidiava ferocemente mio nonno perché lui aveva visto la metà del mondo. La metà del mondo si esauriva tra la Serbia e l'Ungheria dove lui aveva combattuto nella Seconda guerra mondiale. Grazie ad una guerra, quale ironia!, mio nonno aveva visto l'Europa. Per mancanza di una ulteriore guerra non lo hanno invitato a vederla di nuovo. Anche questo fa parte della storia d'Europa.

Mio nonno riportò dalla guerra una manciata di parole ungheresi. Fu quello il suo trofeo. Parole semplici per dire pane, vino, acqua, grazie. Le custodiva come posate d'argento. Ho dei ricordi da piccolo di come estraeva queste parole per metterle a tavola. E non raccontava mai degli scontri, anche se io da piccolo insistevo perché lo facesse. No, raccontava delle persone presso le quali era stato acquartierato, del grammofono a tromba, del silenzio in quella casa lontana, della musica che ascoltavano. Questa era l'Europa e le sue Metamorfosi. L'Europa come una manciata di parole straniere, che aveva riportato intatte. L'Europa come un grammofono a tromba. L'Europa come un breve momento di tregua nel corso della guerra. L'Europa come rimpianto di qualcosa che tu abbia perso, senza essere neppure sicuro di averla un tempo posseduta. Un rimpianto del tutto inesplicabile. Il mio romanzo che descrive queste storie, si intitola Fisica della malinconia (pubblicato da Voland, ndr). Questo rimpianto, questa malinconia è anch'esso parte delle malinconia dell'Europa.

Le Metamorfosi di Ovidio, oltre a varie altre cose, ci mostrano che l'Europa ha un passato comune. Se la storia un giorno dovesse separarci saremmo costretti a tornare molto all'indietro per poter posare i piedi su una terraferma. E questa terraferma la possiamo trovare nel mito, nell'infanzia dell'umanità, di cui ci racconta Ovidio. Il mito è il nulla che è il tutto, scrive un grande poeta della parte opposta dell'Europa, il portoghese Fernando Pessoa. L'Europa è impossibile senza quel "niente" del mito, senza la reinvenzione del nostro desiderio per lei, senza almeno un po' di passione (quella del toro bianco).

Lei è quella cosa che bisogna di nuovo e di continuo ricreare. Così come di giorno in giorno ricreiamo il miracolo del mondo per i nostri figli.

Una delle crisi attuali consiste nella crisi della lingua con la quale parliamo dell'Europa: liquidità, fiscalità, crediti mal dati, prestiti per salvare l'economia… La perdita del miraggio dell'Europa è più irreparabile di quanto non lo sia il corso dell'euro. O per lo meno le due cose sono connesse. È ormai difficile spiegare il mondo in cui viviamo esclusivamente in base a parametri economici. Le nostre grandi e invisibili crisi sono altra cosa. Dietro l'esaurimento dei giacimenti di petrolio è in agguato un altro e più terribile esaurimento, quello dei giacimenti di significato. Siamo di fronte a fatti che non si conteggiano in termini economici, non possono essere scoperti da verifiche fiscali, non hanno un codice a barre… Richiedono un diverso tipo di specializzazione e di alfabetizzazione. E qui, come sempre quando le cose si fanno disperate, possiamo dire: che si faccia avanti la letteratura!

Ma cosa può fare la letteratura per una nuova Europa? Quali metamorfosi sarà in grado di compiere per l'uomo angosciato dei nostri giorni? Può fare cose semplici e importanti.

Può produrre significati. Può consolare. Creare gusto. Non si tratta solo di estetica. Un uomo di gusto non si lascia ingannare dalla propaganda a buon mercato e dal kitsch del nazionalismo. Ma questo è già un fatto politico.

E infine un'ulteriore e importantissima proprietà della letteratura, quella di risvegliare l'empatia. Se c'è un valore europeo, prodotto dalla cultura, a cui non potrei rinunciare per nulla al mondo, questo è la compassione, la pietà per i più deboli, per le sofferenze, per chi ha perso ogni speranza. Credo in una letteratura che non abbia paura di schierarsi dalla parte dei perdenti. E penso che tale sia la letteratura europea nelle sue migliori realizzazioni. Oggi l'Europa ha bisogno più di tutto di empatia. Di risvegliare la sua empatia nei confronti dell'altro, di sentire la sua storia e di raccontare la propria per continuare a vivere insieme. È più difficile offendere, scacciare o uccidere colui che vi ha raccontato di sé, dei suoi figli o di sua madre. Perché un uomo diventa un uomo quando ha una sua storia. Questa è la vera metamorfosi. Questo è il miracolo della letteratura e dell'empatia.

Sogno un Europa fatta così. L'Europa dell'empatia.


Foto: Voland - Altre foto della serata (dalla pagina Facebook del Festival delle Letterature)

Intervento tenuto dallo scrittore bulgaro Georgi Gospodinov in occasione dell'incontro "L'Europa e le Metamorfosi", in piazza del Campidoglio a Roma, il 1° luglio nell'ambito del Festival delle Letterature di Roma. Assieme agli altri autori candidati all'edizione speciale premio Strega Europeo (Jerome Ferrari, Rosa Liksom, Eugen Ruge, Marcos Giralt) nel giorno inaugurale del semestre di presidenza italiana UE, ha letto un testo sul tema della serata esprimendo un loro riflessione sul difficile ma nello stesso tempo entusiasmante percorso di costruzione di una comune identità europea e sul ruolo che possono svolgere gli scrittori e la letteratura dei vari paesi dell'Unione.


Intervista alla RAI


Autore: Georgi Gospodinov
Fonte: Festival delle Letterature di Roma
Traduzione: Giuseppe Dell'Agata




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