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La storia di Nikolina, lavorante a domicilio in Bulgaria: “Vorrei poter andare dal dentista”

16.06.2014

Lavoro nella cucitura da quando mi sono diplomata alla scuola superiore. Ho una famiglia e due bambini. Lavoro per questa società da 10 anni. So lavorare su tutte le macchine e ho sempre fatto straordinari perché ero sempre sottopagata.

Tre anni fa i salari hanno cominciato ad arrivare con due mesi di ritardo, non lavoravamo regolarmente. Alcune delle operaie sono state licenziate. Ci dicevano che se volevamo mantenere il lavoro, dovevamo portarcelo a casa e continuare a lavorare a domicilio. E' così che sono diventata lavorante a domicilio. Lo faccio ancora. A casa ho due macchine dell'azienda: una è una macchina da cucire per punto overlock e l'altra una macchina da cucire standard. Faccio due o tre diverse operazioni, a seconda del modello.

Al momento siamo sovraccariche di lavoro ed è per questo che lavoro quasi tutta la giornata. Guadagno 500-600 BGN (256-307 Euro), ma dormo solo 4-5 ore. In genere la mia giornata si svolge così: mi alzo alle 6,30, bevo un caffè con mio marito, e mando a scuola mio figlio minore, preparo qualcosa da cucinare e inizio a lavorare con la macchina. Lavoro tutto il giorno senza nemmeno fermarmi per il pranzo. Alle 16,00 circa prendo un caffè e continuo a lavorare fino alle 20,00, quando ci troviamo tutti insieme per cena. Mi riposo un po' e dopo le 21,30 continuo con il mio lavoro fino all'1,00 o alle 2,00 del mattino. In qualche modo sono felice di questo perché mio figlio può studiare e mio marito percepisce uno stipendio basso, 300 BGN (153 Euro). Lavora come guardia.

La vita in Bulgaria è durissima, il costo della vita è alto. Nonostante questo, amo il mio lavoro. E' la mia vita. Il mio sogno è di essere pagata meglio per non dovere lavorare così tanto, avere la previdenza sociale, potermi comprare qualcosa, e andare dal dentista.

Testimonianza di una lavoratrice bulgara intervistata nel corso dell'inchiesta "Stitched up: salari da povertà per i lavoratori dell'abbigliamento nell'Europa orientale e in Turchia".



Come spiegato nella sintesi del documento redatto dalla Clean Cloth Campaign e dai suoi partner, il rapporto descrive le drammatiche condizioni retributive e di lavoro che caratterizzano il settore dell'abbigliamento in tutta l'area geografica presa in considerazione. Si è portati comunemente a credere che lo sfruttamento dei lavoratori nell'industria dell'abbigliamento sia un problema più acutamente avvertito in Asia dove sono ben documentati casi caratterizzati da livelli salariali da povertà, condizioni di lavoro pericolose e lavoro straordinario obbligatorio.

Tuttavia, come dimostra l'indagine, questi problemi sono un fattore endemico in tutti i paesi produttori, e persino all'interno dell'Unione Europea si possono osservare, nei paesi che producono gli indumenti che acquistiamo in negozi prestigiosi, livelli retributivi miserrimi e condizioni di vita spaventose. Il rapporto esamina i livelli salariali e le condizioni di vita in dieci paesi (Turchia, Georgia, Bulgaria, Romania, Macedonia, Moldavia, Ucraina, Bosnia Erzegovina, Croazia e Slovacchia) ed evidenzia il ruolo di retroterra produttivo a basso costo dei paesi ex-socialisti per i marchi della moda e i distributori dell'Europa Occidentale. La Turchia, uno dei giganti mondiali del settore, attinge invece al bacino della regione dell'Anatolia Orientale.


Fonte: Clean Cloth Campaign


Per approfondire: Inchiesta sull'industria tessile in Bulgaria - Clean Cloth Campaign | La morte di due operaie in una fabbrica italiana



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