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Bulgaro
     
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La ricezione di Pencho Slavejkov in Italia

26.01.2014 - Pisa

L'ultimo periodo della travagliata parabola biografica e artistica di Penčo Slavejkov si svolge tutto in Italia. Dopo il suo licenziamento da direttore della Biblioteca Nazionale di Sofia, decretato l'11 luglio 1911 (vecchio stile) dal ministro dell'istruzione S.S.Bobčev che, con squisita trasparenza e sensibilità democratica, nomina a suo posto suo fratello, Slavejkov sceglie amareggiato la via dell'esilio e, dopo aver raggiunto in Svizzera la compagna Mara Belčeva, soggiorna con lei diversi mesi a Roma per andare poi a Firenze diretti nuovamente verso la Svizzera. A Milano decidono di raggiungere Como e la sera del 23 maggio 1912 salgono con la funicolare a Brunate dove alloggiano alla pensione "Bellavista". Il 28 maggio (10 giugno) Slavejkov esala il suo ultimo respiro. Sarà seppellito nel piccolo cimitero di Brunate e solo nel 1921 i suoi resti saranno translati in Bulgaria.

Il 24 novembre 2007, su iniziativa del Console generale bulgaro a Milano, Ivo Ivanov, e col sostegno del ministro della Cultura bulgaro, il celebre attore Stefan Danailov, e del sindaco di Brunate, Darko Pandaković, in presenza di autorevoli rappresentanti politici del governo e del parlamento bulgaro, viene inaugurato un busto in bronzo di Penčo Slavejkov, dovuto al noto scultore Valentin Starčev. In questo mio contributo mi propongo di seguire la traiettoria degli interessi e dei contributi (studi e traduzioni) dedicati in Italia al grande poeta innovatore bulgaro.

Nel 1925 il patriarca e per lunghi anni indiscusso dominus della bulgaristica italiana, Enrico Damiani (1892-1953), pubblica un fascicolo doppio di POETI BULGARI nella "Rivista di cultura"[1] che contiene, oltre a scritti di Bojan Penev (Lo spirito della letteratura bulgara) e di Aleksandăr Balabanov (La lingua bulgara), traduzioni, quasi tutte dovute a Damiani, di poeti come Botev, Javorov, Teodor Trajanov, Liliev, Dora Gabé e di prosatori come Vazov, Petko Todorov, Elin-Pelin e Nikolaj Rajnov, che vengono per la prima volta presentati a un pubblico di lettori italiani. Nella Prefazione Damiani ricorda il soggiorno italiano di Slavejkov (p.61). Nell'articolo di Penev, Slavejkov occupa un posto di primissimo piano, come grande poeta e come ideologo di un nuovo corso nella letteratura bulgara (pp.67-73). Damiani traduce Michelangelo (Микел Aнджело), Inseparabili (Неразделни) е brani del secondo canto della Кървава песен (Canto insanguinato)[2]. La traduzione di Michelangelo, un testo denso e difficile, è tributaria di un certo uso inerziale arcaizzante ("slanciossi", "incamminossi"), con impiego di vocaboli dubbi come "premortale" (per il bulgaro "предсмъртен"). Errata è la traduzione "Ah, vive / la vita non invidiosa quegli/che sa che al mondo solo in ciò che passa/vive la vita" per l'originale "Ах, незавиден/ живот живее онзи кото знай/ че на света се в временното само/ живот живей" che oscura gravemente il significato del testo con la traduzione di "незавиден" con "non invidiosa" invece di "non invidiabile".

Tre anni dopo, nel 1928, la Bulgaria festeggia il cinquantenario della liberazione seguita alla guerra russo-turca e ai trattati di Santo Stefano e di Berlino del 1878. A partire dalla metà degli anni Venti si realizza un forte ravvicinamento tra i governi e le economie dell'Italia e della Bulgaria. Viene costituita la Fiat Bulgara, si sviluppano con successo i complessi tessili della ditta Fortuna, gli stabilimenti della Cinzano per la produzione di vermuth e fernet. Una società romana ottiene l'appalto per la costruzione di un grandioso acquedotto che dal massiccio di Rila porta l'acqua a Sofia. Mussolini ha inaugurato un nuovo indirizzo 'revisionista', favorevole quindi, per quanto riguarda la Bulgaria, a modifiche rispetto ai risultati della Prima Guerra mondiale. Il 25 settembre del 1927 Boris III ha incontrato per la prima volta Giovanna di Savoja nella tenuta di San Rossore. Sulla stampa italiana e bulgara sono apparse anticipazioni relative al futuro matrimonio dinastico e complesse trattative sono in corso tra autorità politiche e ecclesiastiche dei due paesi che impegnano il nunzio pontificio a Sofia Angelo Roncalli (il futuro papa Giovanni XXIII), il Sinodo bulgaro, il governo di Ljapčev e quello italiano. In questo contesto si collocano gli scritti relativi a Slavejkov apparsi in Italia nell'anno 1928.

Quello più significativo è senza dubbio la raccolta dei Canti epici e lirici[3] dovuta a Enrico Damiani. L'agile volumetto contiene una introduzione che vuole rendere conto dell'apprezzamento di Slavejkov da parte della critica bulgara che lo considera "forse… il maggiore dei suoi poeti"[4]. Secondo Damiani Slavejkov attinge sia modalità stilistiche, sia temi, alla tradizione nazionale popolare, ma, a differenza degli autori strettamente legati alle tematiche patriottiche del Văzraždane, e in particolare di Ivan Vazov, tratta diffusamente anche soggetti che l'autore definisce "di carattere cosmopolitico", come nei canti su Frine, Michelangelo, Lenau o Beethoven. Per Damiani Slavejkov segue due strade apparentemente divergenti, quella che si concentra sull'elemento nazionale e quella, pregna di spirito e tematiche 'europee', strettamente connessa al suo lungo soggiorno di studi a Lipsia e alla forte influenza di Nietsche. Elemento unificante è dato, in entrambi gli ambiti poetici, dal prevalere dell'elemento lirico anche nei canti epici. Damiani analizza anche sommariamente il poema incompiuto, che per il suo autore voleva incarnare la summa della sua produzione, Кървава песен (Canto insanguinato), nel quale domina la maestosa figura del Balcano, nume tutelare della bulgaricità. I testi tradotti si aprono con la pseudoautobiografia di Olaf van Geldern[5], tratta dalla raccolta L'isola dei beati, singolare trovata letteraria di Slavejkov, che allinea versi e biografie di autori diversi che asserisce di avere tradotti. I versi sono tutti suoi e costituiscono una sorta di 'esercizi di stile' che peraltro rispecchiano anche alcune contraddizioni e contaminazioni tematiche presenti nell'autore. Oltre a riportare i testi già presentati nell'edizione sopra ricordata nei Poeti Bulgari, Damiani traduce i poemi Frine, Ralica e Bojko, le splendide poesie Баща ми в мен (Mio padre in me) e Псалом на поета (Il salmo del poeta), Чумави (Appestati), Крилати цветя (Fiori alati) e il Prologo del Canto insanguinato. La traduzione dell'intero Prologo, che omette curiosamente tre versi e mezzo, è molto curata. Segue la struttura rimica dell'originale con distici a rima baciata e, nell'insieme, può ritenersi una buona versione. Nel caso di Bojko, uno dei poemi con tematica amorosa di tenore parafolklorico, Damiani aggiunge rime che non sono presenti, come da canone folklorico, nell'originale e fa notare questa sua scelta nella Introduzione[6].

Nel numero di aprile della "Rivista di Letterature slave"[7], diretta da Lo Gatto, viene riproposto, con qualche omissione, lo stesso testo critico introduttivo sulla figura e l'opera di Penčo Slavejkov,[8] che compare nel volumetto monografico su Slavejkov appena commentato.

Sempre nello stesso anno Damiani pubblica un panorama sugli albori della letteratura bulgara, che comprende anche alcune pagine su Slavejkov, accompagnate da sue traduzioni già edite di parte del Canto insanguinato (dal Prologo e dal canto secondo)[9]. Il fascicolo riporta il testo di una conferenza tenuta da Damiani a Roma, il 9 marzo dello stesso anno, presso l'Associazione Artistica Internazionale, in occasione del cinquantesimo anniversario dell'indipendenza bulgara.

Sempre in occasione dell'anniversario dell'indipendenza bulgara, Ettore Lo Gatto tiene una conferenza su invito dell'Associazione degli studenti bulgari a Roma, il cui testo Spirito e forme della poesia bulgara, pubblica per la Piccola Biblioteca Slava dell'Istituto per l'Europa Orientale, da lui stesso diretta[10]. Lo Gatto, allora professore a Napoli e che si appresta a sostituire Giovanni Maver sulla cattedra di slavistica a Padova, passa in rassegna gli autori della Rinascita bulgara: Gerov, Petko Slavejkov, Rakovski, Botev e Vazov per soffermarsi poi su Penčo Slavejkov. La caratterizzazione dell'opera di quest'ultimo è conforme a quelle che abbiamo trovato in Damiani e che erano correnti allora nella critica letteraria bulgara: i due aspetti, complementari anche se apparentemente in contrasto, tra forme e materiale di ispirazione popolare folklorica e l'aggiornamento intenso sulle nuove correnti letterarie europee, la prevalenza del dettato lirico anche nei canti epici, l'individualismo e l'aristocratismo estetico. Lo Gatto aggiunge però un tratto militante di passione politica e riporta una poesia del 1894, nella quale Slavejkov condanna con amarezza l'ascesa al trono di Ferdinando di Coburgo[11]. Il libretto di Lo Gatto venne recensito dall'italianista Petăr Dragoev (che poco tempo dopo avrebbe tradotto il Bombardamento di Adrianopoli da Zang Tumb Tumb di Marinetti e scritto un articolo sul futurista italiano[12]) sull'importante quotidiano "Zname"[13]. Dragoev loda Lo Gatto che, oltre alla letteratura russa si impegna a diffondere in Italia anche quella bulgara, poco tempo prima pressocché sconosciuta, ma si impegna in una singolare polemica a distanza rispetto alle valutazioni proposte da Lo Gatto per gli scrittori Petko Todorov (spesso ricordato da Marinetti) e Kiril Hristov. Lo Gatto esalta l'opera di Petko Todorov (autore dei celebri Idilli) e riduce Kiril Hristov a un epigono, nemmeno troppo significativo, della linea di Ivan Vazov. Dragoev sostiene con vigore la superiorità artistica di Hristov.

Un capitolo del tutto nuovo si apre per la conoscenza della letteratura bulgara in Italia con l'opera di Luigi Salvini. Luigi Salvini (1911-1957) è il primo laureato in lingua e letteratura bulgara, disciplina insegnata da Damiani all'Università di Roma. Poliglotta fenomenale, erudito, ingegno acuto e autonomo, spazia con sicurezza tra le lingue e le letterature slave come quella polacca, ceca, bulgaro serbocroata, slovena e ucraina, e altre lingue e letterature europee magistralmente conosciute come quella ungherese, rumena, finlandese, senza contare la conoscenza di francese, inglese, tedesco, spagnolo e delle lingue classiche[14]. A differenza di molti altri critici e storici della letteratura, Salvini è in grado di proporre affinità e differenze tra comparti linguistici e culturali con naturalezza e sicurezza. La sua visione comparatistica e precorritrice di un ideale sguardo d'assieme per lo meno europeo è tuttora in gran parte insuperata. Nel 1936 esce un suo volume, che rielabora la sua tesi di laurea, La letteratura bulgara dalla liberazione alla prima guerra balcanica (1878-1912)[15]. Un capitolo particolarmente denso è dedicato a Penčo Slavejkov (pp.83-97). Molte delle riflessioni critiche di Salvini sono frutto di sue valutazioni e non paiono dipendenti in maniera preponderante, come nei casi finora trattati, dalle fonti critiche bulgare. Secondo Salvini "l'arte di Slavejkov nasce… dalla negazione di questo rapporto di dipendenza verso la collettività, dalla liberazione dell'individuo dalla concezione patriottica e sociale" (p.83). Dopo la liberazione si richiedevano, secondo Salvini, "non uomini grandi in funzione della nazione, ma grandi di per sé; non espressione della collettività, schiavi quasi di essa, ma condottieri e quasi apostoli di un nuovo verbo" (p.85). Bisognava accettare e rielaborare la cultura occidentale e le sue gerarchie di valori. Il gesto e il dono del grande artista è di porgere, col gesto rivelatore del superuomo niciano, l'alimento spirituale che sorregga e guidi la nazione verso l'Europa e verso l'avvenire (p.89). Salvini ricorda che Penčo, figlio del grande scrittore e tribuno Petko Slavejkov, è vissuto in ambienti cittadini e colti e non ha partecipato all'agitazione patriottica e alle battaglie per la liberazione nazionale. Le poesie a forte tenore lirico, dove l'"io" si libera da ogni preoccupazione in qualche modo 'pedagogica', raggiungono risultati di straordinaria armonia e pregnanza. Mentre nel caso del Canto insanguinato, Salvini sottolinea una discrasia tra la volontà di offrire (forse sul modello del Pan Tadeusz di Mickiewicz) una sintesi spirituale della storia del popolo bulgaro e la più fervida ispirazione interiore dell'autore. Salvini trova che la concezione del Balcano, come eterno portettore della 'bulgaricità' è una immagine libresca, e che le parti dichiaratamente epiche del poema (a differenza del Prologo nel quale è rievocata l'infanzia del poeta) soffrono di artificiosità, imperfezioni e disarmonie interiori (p.90). Le pagine dedicate da Salvini a Slavejkov sono ancora oggi attuali per molti aspetti.

Il 24 maggio del 1940 l'Associazione degli studenti bulgari di Padova, sostenuta dal rettore Carlo Anti (laureato honoris causa dell'Università di Sofia) affisse una lapide commemorativa sul muro dell'albergo Bellavista, dove Penčo Slavejkov aveva trascorso i suoi ultimi giorni. Vi presero parte studenti bulgari di varie università italiane, i consoli di Torino e di Milano, gruppi del GUF e della GIL di Padova. Inviarono telegrammi il ministro Bottai, il ministro plenipotenziario della legazione bulgara a Roma, Pomenov, l'Istituto di Cultura Italiana di Sofia e altre personalità[16]. Enrico Damiani, che pure aveva fatto conoscere e illustrato per primo il poeta, non venne coinvolto e ne rimase molto stizzito e amareggiato. In una nota sulla stesso numero della rivista "Bulgaria" scrisse di non essere mai stato contattato, di aver ricevuto a Roma, il giorno stesso della cerimonia, un invito contemporaneamente ad un'altra missiva che annunciava che la cerimonia era stata sospesa[17]. Tennero discorsi il rettore dell'Università di Padova, il segretario del GUF di Como e il noto slavista Arturo Cronia. L'intervento di Cronia segna un ulteriore progresso nello studio e nella conoscenza di Penčo Slavejkov in Italia. La lapide ricordava gli ultimi due versi dell'epilogo incompiuto del Canto insanguinato:

Дано ми Бог даде тук аз да доживея

последните си дни далеч от родний край...

(Che Dio mi conceda di vivere qui

i miei ultimi giorni lontano dal suolo natio…)

La commemorazione di Cronia[18] muove proprio da questo distico, che era preceduto dalla notizia che il poeta viveva allora a Roma, per collegare l'allusione a "Roma" e al "suolo natio" come i motivi fondamentali della poetica di Slavejkov, e cioè il suo "europeismo" e il suo "bulgarismo". Cronia rievoca gli ultimi tempi del soggiorno italiano di Slavejkov, il suo arrivo a Brunate e la sua morte (10 giugno 1912), seguendo la traccia dei ricordi di Mara Belčeva[19]. A differenza di vari critici bulgari, Cronia ritiene che le due anime dell'ispirazione poetica slavejkoviana siano in armonia e anzi giudica che la "bulgaricità" in generale prevalga sulla tesa volontà cosmopolitica di un europeismo che giovi a innalzare la cultura di tutta la nazione. Cronia apprezza, oltre a varie liriche e poemi dell'autore, anche l'opera che doveva essere il suo testamento spirituale, il Canto insanguinato, le cui ultime parti erano state stese in Italia. Il dramma del poeta consiste nel conciliare lo "spirito", nel personaggio di Mladen, e la "azione", in quello del Vojvoda, come anche di "incarnare l'assoluto morale nel trionfo dell'assoluto poetico"[20]. Cronia approva il fatto che gli studenti bulgari, nel chiedergli di tenere la commemorazione, abbiano definito Slavejkov un patriota e un filosofo. Constata in Slavejkov un certo "libero eclettismo" e ne propone una definizione di "spiritualismo realistico" o "realismo idealistico". Coglie nella sua opera un duplice aspetto: quello del poeta civile che vaga per gli altri nel passato e nel presente per coglierne sentimenti universali e quello del poeta intimo che canta invece per sé e "con patetica malinconia vaga nella natura, sopra tutto bulgara, e vi effonde i segreti ed i palpiti della propria personalità"[21]. Cronia conclude il suo discorso inneggiando ad un idem sentire italo-bulgaro che riposa sulla figura di Slavejkov, sul patronato offerto del rettore Anti e sulla casuale coincidenza tra la festa di Cirillo e Metodio e l'ingresso dell'Italia nella prima guerra mondiale (24 maggio). Lo studio di Cronia rappresenta un contributo serio alla critica e interpretazione di Slavejkov, tanto che venne immediatamente pubblicato in bulgaro nella più importante rivista letteraria del paese "Zlatorog"[22].

La commemorazione a Brunate costituisce il nucleo di un curioso e interessante libretto di Aleksi Bekjarov, uscito a Sofia nel 1946[23]. La prefazione di Petăr Dinekov rileva, al di là di alcune riserve, l'importanza dello scritto. Bekjarov apprende dai giornali, a Milano, che a Brunate verrà commemorato Penčo Slavejkov. Si reca sul posto e descrive con ricchezza di particolari tutti gli avvenimenti vissuti quel giorno: Brunate imbandierata con bandiere bulgare e italiane, il banchetto nell'hotel Bellavista, l'incontro con Del Re, traduttore di Jovkov e Elin Pelin, il discorso di Cronia, le feste tributate al rettore Anti da parte degli studenti bulgari. Bekjarov visita la stanza n.4 dell'albergo dove era morto Slavejkov e la descrive nei dettagli. Incontra poi Andrea Lucini, proprietario del locale, che gli narra il suo incontro con Slavejkov, Mara Belčeva, coi dottori e col prete che Slavejkov aveva imperiosamente rifiutato di ricevere, la traslazione dei suoi resti da Brunate a Sofia nel 1921. L'albergatore si dice disposto a barattare i mobili originali con altri moderni più funzionali (pp.34-36). Bekjarov comincia a seguire tutte le indicazioni avute da Lucini e cerca di rintracciare le persone che avevano conosciuto Slavejkov durante l'agonia e parlato con la Belčeva dopo la sua morte. Bekjarov si reca nell'atelier del pittore Aldo Mazza che, su richiesta di Mara aveva eseguito uno schizzo a carboncino di Slavejkov sul suo letto di morte. Il racconto di Mazza è commovente. Si trovava in villeggiatura all'hotel Bellavista e aveva conosciuto il poeta e la sua compagna incontrandoli sia sulla riva del lago di Como, mentre i due rientravano in barca, sia a cena sulla terrazza dell'albergo. Chiamato dal Lucini, Mazza entra nella stanza n. 4. Mara, in lacrime, le appare bella come Maria Maddalena. Il pittore, che non ha mai ritratto un morto, se la cava con scioltezza e Mara lo ricompensa abbondantemente (pp.50-53). A Brunate Bekjarov incontra il prof. Siri che era stato compagno di studi di Slavejkov a Lipsia nel 1896 e che lo aveva poi rivisto a Roma fino al marzo del 1912. Slavejkov lo aveva accompagnato alla legazione bulgara (dove trascriveva sulla macchina da scrivere i versi del Canto insanguinato). Di lì Siri, in compagnia del ministro (ambasciatore) Rizov, aveva riaccompagnato il poeta a via Buoncompagni. Siri consiglia poi Bekjarov di prendere contatto con Enrico Damiani, amico dei Bulgari e studioso della loro letteratura (pp.54-56). Bekjarov rintraccia a Como il dottor Barazzoni, che assistette il poeta nelle sue ultime ore e ne diagnosticò i motivi della morte[24] (pp.56-59). A Brunate Bekjarov incontra anche don Grassi, che era nel 1912 assistente del parroco don Pellizzoni, che era stato respinto sul letto di morte da Slavejkov; don Grassi mostra a Bekjarov un atto, datato 15 giugno, che attesta la morte e l'inumazione del poeta (pp.62-65).

Quasi quaranta anni dopo, il libretto di Bekjarov viene ripubblicato a Como in edizione bilingue[25].

Nel primo numero della nuova rivista slavistica diretta da Giovanni Maver, "Ricerche Slavistiche"[26], esce un denso saggio di Riccardo Picchio, L'occidentalismo conservatore di Penčo Slavejkov[27], frutto della sua tesi di laurea (1946), scritta, come anni prima era toccato a Salvini, sotto la direzione di Enrico Damiani. Il lavoro di Picchio ha un taglio filosofico e ancor più politico-culturale, nel quale delinea il quadro della transizione bulgara, dopo la liberazione del 1878, in grado di motivare sociologicamente la rivolta dei "giovani" contro la tradizione della Rinascita incarnata dall'immensa opera di Ivan Vazov, che aveva sviluppato e in gran parte inventato un canone letterario articolato in tutti i suoi generi. Per Picchio l'individualismo di Slavejkov, come il suo europeismo trae la sua origine dal bisogno di differenziazione di un ceto che ha smarrito la coscienza di appartenere ad una collettività[28]. La transizione "borghese" è ormai in pieno sviluppo. Imprenditori, commercianti, funzionari, legati questi ultimi alle altalenanti congiunture politiche, dominano la scena, all'ombra della ascesa e della caduta di Alessandro di Battemberg, del regime autoritario di Stambolov fino alla salita al trono di Ferdinando di Coburgo-Gota. La nuova élite si sente infinitamente superiore alla massa incolta, nel suo complesso quasi del tutto contadina. Molti dei nuovi intellettuali vivono grazie ad incarichi statali. Slavejkov sarà direttore del Teatro Nazionale e poi della Biblioteca Nazionale; da entrambi i posti sarà poi licenziato per motivi di fatto politici. Secondo Picchio Slavejkov ammette di essere affascinato dai prosatori russi[29] che cercano "l'uomo nella bestia" e infastidito da Zola che descrive "la bestia nell'uomo"[30]. Pur rifacendosi insistentemente, pur con alcuni distinguo, al tanto amato Nietsche, Slavejkov ambisce nel suo animo ad attingere la visione equilibrata e solare di Goethe. Slavejkov avversa, su un altro fronte, la cultura e la poesia decadente del simbolismo e dell'espressionismo. Rivelatore è il suo rapporto di ammirazione e insieme di critica alla poesia dell'amico Peju Javorov che, nei suoi slanci, nel pessimismo e nel suo disperato e frammentato tormentarsi, è certo più "moderno" dello stesso Slavejkov. Il significato doppiamente conservatore di Slavejkov, 'progressista', in quanto individualista e europeista, è bene illustrato da questa citazione del testo picchiano: "Occidentalista e quindi progressista per convinzione storica e per affinità di temperamento con la cultura borghese europea, Slavejkov è nello stesso tempo doppiamente conservatore: conservatore rispetto ai socialisti di cui non intende le aspirazioni di progresso e di liberazione proletaria, conservatore rispetto ai borghesi della nuova generazione di cui non giustifica il bisogno di evadere da sovrastrutture ideologiche ormai troppo anguste"[31]. Il contributo di Picchio, oltre a rappresentare un importante passo in avanti nella ricezione italiana dell'opera di Slavejkov, arricchisce con significative sfumature il dibattito critico sul poeta condotto, proprio in quegli anni e con contraddizioni a volte paradossali, nella stessa Bulgaria.

Nel giugno del 1990 esce a Como, per la stessa casa editrice che aveva pubblicato la ristampa del libretto di Bekjarov, un elegante volume curato da Leonardo Pampuri che contiene in edizione bilingue diverse poesie di Slavejkov[32]. Pampuri (1914-2007) è nato a Sofia da genitori italiani e vi ha lavorato fino al 1948, quando si è trasferito in Italia. Bilingue naturale, dal 1957 si è dedicato con passione a tradurre opere della letteratura bulgara fino ai suoi ultimi giorni. L'Associazione Bulgaria-Italia ha pubblicato una sua ampia antologia della poesia bulgara in edizione bilingue[33]. In questa stessa Antologia ho esposto alcune considerazioni sul carattere e sullo stile delle sue traduzioni[34]. Il volume di Pampuri comprende traduzioni poetiche tratte da Сън за щастие (Sogno di felicità), Епически песни (Canti epici), На острова на блажените (Nell'isola dei beati) e dal secondo canto del Canto insanguinato. Si tratta della più ampia raccolta poetica di Slavejkov in italiano, uscita oltre sessanta anni dopo di quella curata nel 1928 da Damiani. Entrambi i traduttori prediligono un italiano aulico che privilegia forme e lessico 'poetico' tradizionale, anche se Damiani opera come professore universitario specialista e Pampuri non possiede una specifica preparazione critico-filologica (si era laureato a Perugia in Scienze Politiche). Nel caso del secondo canto del Canto insanguinato, che è stato tradotto da entrambi, è curioso osservare che Damiani adotti nella sua traduzione i distici a rima baciata dell'originale, mentre Pampuri non usa per nulla le rime. Le rime baciate nell'italiano di Damiani danno sì un idea della metrica voluta da Slavejkov, ma spesso il rispetto di esse allontana o forza in qualche modo l'impianto sintattico-semantico dell'originale. La traduzione di Pampuri tende invece ad una resa più aderente del testo bulgaro. Il volume di Pampuri ha comunque, al di là della prestazione traduttoria spesso meritevole, un carattere puramente divulgativo. Ignora completamente quanto era stato fatto in Italia fino ad allora, parte in qualche modo da zero e non contiene nessuna citazione di testi; l'unica indicazione riguarda il fatto che i testi bulgari sono tratti anastaticamente "da diversi originali".

Nel 2006 è uscito a Como un racconto lungo di Manlio Baccaglini, avvocato e scrittore[35]. La trama si snoda su due filoni: la crisi di un antico setificio comasco, che sarà acquistato dai concorrenti cinesi e la vicenda di una coppia, Sara, figlia del proprietario dello stabilimento e Piero, ex sessantottino, slavista e specialista di letteratura bulgara. Piero, che ha pubblicato su una rivista un articolo su "Penčo Slavejkov e il mondo letterario in Italia", viene invitato per tenere una conferenza sull'argomento presso l'Università di Veliko Tărnovo. Mentre lui si trova in università, Sara scopre, in un negozietto di antichità, quattro copie di un'opera inedita di Slavejkov, Samodidi pesen (Canto delle Samodive), scritto in glagolitico, e viene a sapere che il poeta aveva indicato in cifra in quei versi, scritti nei suoi ultimi giorni a Brunate, il posto esatto dove era stata sepolta una statua d'oro massiccio di una Venere tracia. La compagna del poeta, Mara Belčeva, aveva fatto stampare il libro tre anni dopo la morte di Slavejkov, ma, in seguito, era stato deciso di bruciare tutta la tiratura. Le quattro copie recuperate per caso dall'antiquario, vengono da lui stesso bruciate in una stufa. Si cerca un nascondiglio segreto nella stanza dove alloggiava Slavejkov, che risulta vuoto e contiene solo un frammento di un giornale locale uscito due giorni dopo la morte del poeta. Baccaglini cita la ristampa con la traduzione italiana del libro di Bekjarov (vedi nota 23) dalla quale ha attinto molte notizie su Slavejkov. Al di là di qualche lieve menda, come la forma aggettivale impossibile Samodidi o anche il fatto che a volte l'autore è ben consapevole che il glagolitico è un alfabeto, mentre altre volte sembra identificarlo con una lingua: "In glagolitico? Chi leggerà mai un canto sulle Samodive, e sull'Afrodite di Kazanlak e sull'amore, in una lingua morta?" (p.145), trovo apprezzabile che la trama, pur assai fantasiosa, di un racconto lungo con preponderanti aspetti di "giallo", sia centrata sulla figura di un grande poeta innovatore come Penčo Slavejkov. Il percorso culturale, pur di ampio respiro, è strettamente locale: partendo dagli ultimi giorni di Slavejkov a Brunate, attraverso la commemorazione e la collocazione della lapide, la ristampa con traduzione italiana del libretto di Bakjarov e la raccolta bilingue di poesie slavejkoviane curata da Pampuri (entrambi i libri sono editi a Como), la vicenda di Penčo e di Mara giunge a suscitare interesse e amore in un comasco, avvocato e scrittore, come Manlio Baccaglini.

Questo articolo è uscito in italiano nella raccolta in onore di Ivan Bujukliev: Словеса пречудная Sofia 2012 e in bulgaro su Literaturna Misal, 1-2, 2012.



[1] "Rivista di cultura" letteraria-scientifica-artistica, Direttore P.Maglione, redattore capo G.Lattanzi, Anno VI (Vol.XI). fasc.3-4, Roma - marzo-aprile 1925, pp.61-156. Vedi G.Dell'Agata, Cenni storici sulla conoscenza e sulla diffusione in Italia della letteratura bulgara, in Antologia del racconto bulgaro, Associazione Bulgaria-Italia, Padova 2006, p.11. In bulgaro dello stesso autore vedi Исторически бележки основно приема и разпространението на българската литература в Италия, in "Следва", 22/2010, p.26.

[2] Rispettivamente pp.97-101, 101-103 e 103-108.

[3] Penčo Slavejkov, Canti epici e lirici scelti e tradotti in versi italiani sul testo bulgaro da ENRICO DAMIANI con introduzione biografico-critica e note, La Nuova Italia Editrice, Venezia 1928, XXX+ 60 pp.

[4] Op.cit., p.VII.

[5] Op.cit., pp.XXI-XXX.

[6] Op.cit., p.XVII.

[7] Riguardo al ruolo di questa rivista nella slavistica italiana tra le due guerre, vedi Giuseppe Dell'Agata, Le riviste slavistiche italiane tra le due guerre, in Contributi italiani al XIV Congresso Internazionale degli Slavisti (Ohrid, 10-16 settembre 2008), FUP, Firenze 2008, pp.395-402.

[8] Enrico Damiani, La figura e l'opera di Penčo Slavejkov nella letteratura bulgara, in "Rivista di Letterature Slave", Roma 2008, anno III, fasc.II, pp.133-141.

[9] Enrico Damiani, Gli albori della letteratura e del riscatto nazionale in Bulgaria, Roma 1928, ARE, 28 pp. Nel primo numero della rivista "Bulgaria" Damiani non si discosta, a parte qualche breve aggiunta, da quanto aveva scritto in precedenza. Vedi: Enrico Damiani, Il più europeo dei poeti bulgari, in "Bulgaria", 1/1939, pp.14-23. Lo stesso vale per il suo succinto sommario della letteratura bulgara, uscito postumo nella Storia delle letterature moderne d'Europa e d'America, diretta da Carlo Pellegrini, Vallardi, Milano 1960, Letteratura bulgara, pp.174-229.

[10] Ettore Lo Gatto, Spirito e forme della poesia bulgara, Roma 1928, 36 pp.

[11] Idem, p.28.

[12] Giuseppe Dell'Agata, Marinetti, il "futurismo" bulgaro e il poema Settembre di Geo Milev, in Gli altri futurismi. Futurismi e movimenti di avanguardia in Russia, Polonia, Cecoslovacchia, Bulgaria e Romania, a cura di Giovanna Tomassucci e Massimo Tria, Plus, Pisa 2010, p.30.

[13] Петър Драгоев, Дух и форма на българската поезия. Според Еторе Ло Гато, in "Знаме", 6 luglio 1929.

[14] Per la conoscenza di Luigi Salvini vedi: AA.VV., Luigi Salvini (1911-1957). Studioso ed interprete di letterature e culture d'Europa, a cura di Giuseppe Dell'Agata, Tipografia Editrice Pisana, Pisa 2000, 108 pp.

[15] Luigi Salvini, La letteratura bulgara dalla liberazione alla prima guerra balcanica (1878-1912), Istituto per l'Europa Orientale, Roma 1936, 205 pp.

[16] "Bulgaria", 2-1940, p.124.

[17] "Bulgaria", 2-1940, p.129.

[18]Arturo Cronia, Commemorazione di Penčo Slavejkov a Brunate, in "Bulgaria", 2-1940, pp.182-191.

[19] Пенчо Славейков. Бегли спомени от Мара Белчева, in Избрани съчинения на Пенчо Славейков. Нареди Мара Белчева, Sofia 1923, pp.5-24.

[20] Cronia, op.cit., p.184.

[21] Cronia, op.cit., p.188.

[22] Проф. Артуро Крониа, Пенчо Славейков в Брунате. Реч при откриването паметната плоча на поета, in "Zlatorog", XXI/1940, pp.476-487.

[23] Алекси Бекяров, По следите на Пенчо Славейков в Италия, предговор от Проф. Петър Динеков, ed. Hristo Danov, Sofia 1946, 68 pp. Una copia, con dedica autografa dell'autore, è conservata presso il Fondo Salvini della Biblioteca LM2 dell'Università di Pisa; inv.15833, coll. SALV. 337 Ab/c BEK.

[24] Il referto recita: "Cardiosclerosi e nefrite interstiziale con uremia. Ipertensione arteriosa. Emorragia cerebrale. Coma. Morte".

[25] Alexi Bekiarov, Sulle tracce di Pencio Slavejkov in Italia, New Press, Como 1984, 55+66 pp. La traduzione non è firmata, ma è ben fatta, e va probabilmente attribuita a Leonardo Pampuri, che pubblicherà un volume su Slavejkov presso la stessa casa editrice. La nuova edizione non è accompagnata da alcun cenno critico. Dinekov, da tempo famoso Accademico, è ancora definito "professore".

[26] Gherardo Casini Editore, Roma 1952.

[27] Riccardo Picchio, L'occidentalismo conservatore di Penčo Slavejkov, in "Ricerche Slavistiche", 11952, pp.124-143.

[28] Idem, p.131.

[29] Sarà opportuno rammentare che la Russia per i Bulgari e in generale per il mondo danubiano-balcanico, è Europa al pari della Francia e della Germania.

[30] Idem, p.137.

[31] Idem, p.141.

[32] Penčo Slavejkov, Poesie. Introduzione, traduzioni e note di Leonardo Pampuri, Edizioni New Press, Como 1990, 220 pp. L'edizione è sponsorizzata dal gruppo industriale bulgaro Chimimport.

[33] Petali di rose spine dei Balcani. Antologia della poesia bulgara, a cura di Leonardo Pampuri, presentazione di Moni Ovadia, Padova 2004, 358 pp.

[34] Giuseppe Dell'Agata, Elogio di un traduttore per passione, in Petali di rose…, pp.3-6.

[35] Manlio Baccaglini, Ritratto segreto, Ibis, Como 2006, 222 pp.


Autore: Giuseppe Dell'Agata



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