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Bulgaro
     
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Città bulgare all'inizio del XX secolo: Ruse e Plovdiv a confronto

06.12.2013

Radici multiple e plurilinguismo nelle città natali di Elias Canetti ed Angel Wagenstein

Si ringrazia Giustina Selvelli, dottoranda in Lingue, Culture e Società Moderne all' Università Ca' Foscari di Venezia, per la gentile concessione del suo lavoro, presentato in occasione della giornata di studio dedicata alla Bulgaria (Lingua, letteratura e prospettive storiche) il 22 novembre 2013.


In questa presentazione intendo illustrare alcuni aspetti comuni tra due scrittori che condividono la stessa origine bulgara ed ebraica: Elias Canetti e Angel Wagenstein.

In particolare, il mio intervento vorrà esplorare il contributo dato dai loro luoghi di nascita, Ruse e Plovdiv, per lo sviluppo di ciò che io voglio definire come un particolare tipo di sensibilità per la molteplicità determinante per la loro successiva opera culturale ed umana.
L'immagine della città natale si riflette in modo più esplicito in due delle opere degli scrittori, per Canetti nel primo volume della sua autobiografia, Die gerettete Zunge (La lingua salvata, 1977), la cui prima parte tratta dei ricordi dello scrittore riguardanti la sua città natale e per Wagenstein nel romanzo Dalech ot Toledo (Lontano da Toledo, 2002), ambientato a Plovdiv e dedicato a questa città. Pur non essendo questo un romanzo esplicitamente autobiografico, sappiamo che l'autore ha voluto esprimervi pensieri e ricordi che appartengono alle sua storia personale.

Attraverso i ricordi e le descrizioni della Ruse e della Plovdiv di un tempo, intendo mostrare il loro ruolo come luoghi di incrocio e di incontro e come contesti che consentono ad un tipo specifico di identità di prendere forma e crescere attraverso il rapporto quotidiano con la molteplicità: un'identità aperta, "polivalente", o "rizoma". Quest'ultimo termine proviene dalla botanica, o meglio dal campo dell'anatomia vegetale, e si tratta del rigonfiamento della radice, una modificazione della struttura portante della pianta, per cui essa è in grado di sviluppare ulteriori individui. I filosofi francesi Deleuze e Guattari hanno formulato un'importante distinzione tra la nozione di radice e quella di rizoma. Se la singola radice è quella che uccide tutto intorno a sé, il rizoma è invece ciò che si estende verso l'unione con altre radici ed è la metafora che io voglio applicare al caso dei nostri due scrittori. Secondo la mia interpretazione, sono state proprio le città bulgare natali a costituire il terreno fertile in cui una particolare identità-rizoma ha potuto svilupparsi in loro, e non a caso. Inoltre, gli esempi che trarrò vorranno anche mostrare in che modo questo concetto possa costituire un fondamentale contributo nel riformulare una certa idea di Europa.

Nessuno è mai riuscito ad affermare con certezza a quale nazionalità appartenesse Elias Canetti. Si sapeva certo che lo scrittore era nato nel 1905 a Ruse in Bulgaria, e ciò poteva rappresentare un motivo credibile per considerarlo uno scrittore bulgaro. Tuttavia, il fatto che scrivesse in lingua tedesca ha reso la situazione decisamente più complicata.

In ogni caso, è stato Canetti stesso ad identificare esplicitamente gli eventi della sua infanzia in Bulgaria come fondamentali per la sua formazione spirituale ed artistica, pur avendo lasciato Ruse quando aveva solo sette anni. La sua famiglia si trasferì a Manchester, dopo di che a Francoforte e dunque Vienna. Canetti visse poi per molto tempo a Londra e trascorse gli ultimissimi anni di vita a Zurigo, dove si spense nel 1994. Fra le sue opere più importanti spiccano il romanzo Auto da Fè e la raccolta di saggi Massa e Potere. Ricordiamo che nel 1981 vinse il premio Nobel per la letteratura. Dimostrare e definire un'appartenenza di Canetti ad una letteratura nazionale o ad un'identità precisa è dunque un'impresa piuttosto difficile, e non penso sia nemmeno così importante. Trovo più significativo esplorare la molteplicità di influssi attivi nei primi anni della sua vita, che hanno contribuito a determinare la sua particolare identità "non identificabile". Uno di questi è sicuramente l'influsso austriaco, particolarmente marcato per via dell'interesse dei suoi genitori per la sua cultura e la lingua, ed di certo quella ebraico sefardita, ma anche quello bulgaro, e turco o più generalmente "orientale". Tutte queste tendenze possono essere riconosciute nella vita che la famiglia Canetti conduceva nella città di Ruse di inizio '900 e sono di cruciale importanza assieme ad alcuni importanti eventi avvenuti lì in quegli anni.


Ruse all'inizio del XX secolo

Angel Wagenstein è nato a Plovdiv nel 1922 da una famiglia di origine ebraica. La maggior parte dei membri della famiglia erano ebrei sefarditi, ma suo nonno paterno era di origine ashkenazita e questo spiega un cognome "centroeuropeo" quale il suo. Wagenstein trascorse parte della sua infanzia in Francia, dove la sua famiglia si era trasferita per motivi politici, e tornò in Bulgaria da adolescente, dove venne però presto arrestato per la sua partecipazione ad attività antifasciste e condannato a morte. Venne miracolosamente salvato dall'arrivo dell'esercito sovietico, e dopodiché si arruolò come volontario contro la Germania nazista. Dopo la guerra studiò cinematografia a Mosca, e poi tornò al suo paese per lavorare presso il Centro di Cinematografia bulgara. Wagenstein, oltre ad essere uno scrittore è soprattutto uno scenografo ed un regista.
Determinare l'appartenenza di Wagenstein di una letteratura nazionale potrebbe essere più facile rispetto a Canetti, ma in questa prospettiva, oltre alle sue origini ebraiche, è importante non dimenticare il suo complesso background culturale, legato alla particolare storia del suo paese, la Bulgaria. Un paese che appartiene allo stesso tempo ai Balcani e l'Europa orientale, e, senza banalizzare o idealizzare, rappresenta anche un incrocio dove le culture dell'Occidente e dell'Oriente si sono incontrate e sono state in dialogo per secoli, come lui ci ha raccontato: non solo bulgari, ma anche armeni, turchi, greci, ebrei, rom, albanesi...


Plovdiv all'inizio del XX secolo

Canetti è nato nel contesto di una Ruse post-ottomana, mentre Wagenstein è nato a Plovdiv nel periodo successivo alla prima guerra mondiale. Nonostante questi anni di differenza, non molti in realtà, la situazione nei due città si presentava piuttosto simile, come vedremo presto, essendo entrambe caratterizzate da una eredità culturale particolarmente composita ed eterogenea.

Rustschuk era un'antica città portuale sul Danubio e come tale aveva avuto la sua importanza. A causa del porto aveva attirato persone da ogni parte, e del fiume si faceva un gran parlare. Si raccontava degli anni eccezionali in cui il Danubio era gelato; delle corse in slitta sul ghiaccio fino in Romania; dei lupi famelici che inseguivano i cavalli che trainavano le slitte... (Elias Canetti, La lingua salvata)

La "Rustschuk" di Canetti, posta sul confine danubiano con la Romania, e principale porto fluviale della Bulgaria, ha avuto sempre rivestito un ruolo strategico nella storia del paese e ha per lungo tempo rappresentato la porta dell'Impero Ottomano verso l'Europa.
Con l'inizio del periodo dell'Indipendenza, questa città era diventata un fondamentale centro culturale ed economico, nonché la più grande città del regno bulgaro e sede della navigazione danubiana bulgara. Opere massicce di costruzione architettonica avevano modificato la sua facciata, al punto da trasformarla nella cosiddetta "piccola Vienna".

La composizione etnica della città al tempo di Canetti era ancora fortemente variegata, e, inoltre,
Rustschuk ospitava la comunità ebraica più prospera del paese. I ricordi di questa particolare atmosfera cittadina brillano attraverso le pagine de La lingua salvata: lo scrittore descrive una città affascinante, caratterizzata da una singolare cultura multisfaccettata, dove era possibile sentire una vera confusione babelica di lingue, e dove le più diverse nazionalità, tipi umani e destini si incrociavano ed incontravano.

Rustschuk, sul basso Danubio, dove sono venuto al mondo, era per un bambino una città meravigliosa, e quando dico che si trova in Bulgaria ne do un'immagine insufficiente, perché nella stessa Rustschuk vivevano per-sone di origine diversissima, in un solo giorno si potevano sentire sette o otto lingue. Oltre ai bulgari, che spesso venivano dalla campagna, c'erano molti turchi, che abitavano in un quartiere tutto per loro, che confinava col quartiere degli «spagnoli» dove stavamo noi. C'erano greci, albanesi, armeni, zingari. Dalla riva opposta del fiume venivano i rumeni, e la mia balia, di cui però non mi ricordo, era una rumena. C'era anche qualche russo, ma erano casi isolati. (Elias Canetti, La lingua salvata)

A Ruse Canetti ha vissuto esperienze importanti che hanno poi determinato i temi fondamentali e i motivi ricorrenti della sua opera, quali la massa, la moltitudine, il contrasto fra identità ed alterità, ecc. Tra le persone di servizio che lavoravano nella sua casa c'erano persone di varie nazionalità, come per esempio un circasso ed un armeno. La migliore amica di sua madre era russa, e una volta alla settimana un grande gruppo di zingari arrivava nel cortile della casa. In relazione al tema di questo intervento si può dire che forse il più grande contributo dato a Canetti dalla sua città natale è proprio un contatto fecondo con la molteplicità dei punti di vista, la consapevolezza dell'estensione della diversità e la ricchezza culturale.


Porto fluviale di Ruse

Lo stesso può essere affermato a proposito della città di Wagenstein. Plovdiv, l'antica Filippopoli, è una città con una storia di lunga data che la rende una delle città più antiche d'Europa, da sempre crocevia tra etnie e culture molto diverse. Wagenstein ci ricorda le diverse denominazioni della città, a partire dai tempi in cui era la città tracia di Pulpudeva, a quando divenne la Philippopolis di Filippo il Macedone, alla romana Trimontium, la slava Paldin e la turca Filibe, e, infine, la bulgara Plovdiv odierna.

Al tempo della nascita di Wagenstein, a parte la maggioranza bulgara, la città, similmente alla Ruse di Canetti,vedeva la presenza di un forte comunità turca, ebraica, armena e rom, insieme ad altre minoranze come i greci e gli albanesi. Nel suo romanzo Dalech ot Toledo, ispirato come abbiamo detto da fatti autobiografici, il protagonista, il giovanissimo Berto, ha la possibilità di conoscere persone diverse, religioni e lingue, ottenendo da tutti loro importanti lezioni di vita.

(…) Le sue tre moschee e le cinque colline di granito, la Torre dell'orologio e la chiesa cattolica, le piccole chiese ortodosse e infine la Sinagoga di via della Fontana. Con gran fortuna della popolazione di Plovdiv però - bulgari ed ebrei, turchi e armeni, e perfino quei tiratardi degli zingari e degli albanesi.(Angel Wagenstein, Abramo l'Ubriacone)

Il rabbino ebreo, il mullah musulmano ed il pope, inseparabili amici e bizzarri compagni d'avventura di suo nonno Abramo, sono personalità significative che con le buone e con le cattive fanno capire al protagonista il valore dell'amicizia e della tolleranza nonché le regole con cui bisogna comportarsi in società.

Lo scrittore evoca Plovdiv in tutta la sua bellezza e la diversità culturale. La pietra miliare è rappresentata dal suo quartiere Orta Mezar, definito come "modello per un'umanità futura", che risalta in virtù della coesistenza di persone umili e gran lavoratrici. Questo luogo è descritto come l'esempio di un' insolita e rara convivenza interetnica e di una solidarietà umana spontanea, dove avvengono scambi di idee e di lingue, incontri continui e strane mescolanze.


Plovdiv 1900

Esperienze sensoriali

Ma durante quella corsa in carrozza e anche dopo, quando scendemmo, ammirammo le più superbe e rigogliose colture di frutta e di ortaggi che si potessero immaginare: melanzane di un cupo violetto, peperoni, pomodori, cetrioli, enormi zucche e meloni giganteschi; io non riuscivo a riprendermi dallo stupore a vedere quante mai cose crescevano in quei luoghi. "Così è quaggiù", disse la mamma "è una terra benedetta. Anche questa è una forma di civiltà e non è proprio il caso di vergognarsi per essere venuti al mondo in questa terra" (Elias Canetti, La lingua salvata)

Un aspetto toccato da entrambi gli scrittori nella raffigurazione della loro città natale è quello legato al mondo sensoriale: i luoghi della loro infanzia sembrano rivelare se stessi in tutto il loro incanto e il loro carattere pittoresco, assieme alla profusione di prodotti legati alla terra e alla natura e ad un Modo "orientale" di intendere la vita. Fra le altre cose, l'ambiente "meridionale" aiuta il piccolo Elias ad aprire gli occhi sui frutti della terra bulgara, mostrandogli un'abbondanza di prodotti che l'"Occidente" alla vigilia della Prima Guerra Mondiale non conosce. Inoltre, per Canetti, lo spettacolo degli zingari una moltitudine di personaggi coloratissimi che arrivavano una volta alla settimana nel suo cortile era una fonte di grande stupore ed interesse.

Il fascino per quei luoghi si mescola certamente ad una sfumatura di esotismo, ma è qualcosa di meno superficiale e più radicato di questo, nel senso che sembra dare il suo contributo alla formazione di una sorta di epistemologia non impostata su dicotomie od eurocentrismo, ma piuttosto sulla sensibilità verso la molteplicità e la diversità.

Io avevo dimenticato come si viveva sui divani turchi e tutto mi pareva nuovo e diverso, quasi stessi esplorando una terra esotica, ed era proprio questo ormai il desiderio più grande della mia vita. (Elias Canetti, La lingua salvata)

Mi ero lasciato rapire dalla lenta danza dei cammelli che attraversavano la piazza centrale carichi di balle di tabacco maturato nelle lontane piantagioni dei Rodopi orientali. Era mercoledì e l'indomani all'alba sarebbe esploso il chiassoso andirivieni, vecchio come il mondo, del mercato di Orta Mezar, detto 'il mercato del giovedì' (Angel Wagenstein, Abramo l'Ubriacone)

Allo stesso modo, notiamo in Wagenstein come il mix di culture da lui descritte non sia qualcosa di puramente estetico, ma prende forma nella complessità delle vite umane che si incontrano in quella città e condividono diversi momenti comuni, ovviamente anche quelli conviviali, e quelli del bere. Le memorie di Rustschuk e Plovdiv non si limitano alla mera estetica di questi luoghi oppure a delle semplici riflessioni nostalgiche di un passato, ma sono invece connesse a profonde intuizioni sul ruolo della diversità per lo sviluppo di un'etica culturale. Siamo in grado di risalire alle origini del loro pensiero sensibile verso la molteplicità proprio in questa esposizione precoce ad un contesto polifonico e stimolante, e siamo in grado di vederne i frutti nel coinvolgimento e nell'interesse degli autori a esplorare la vita attraverso una prospettiva di scrittura che è sensibile a tutto ciò che è marginale e "minore".

Alla sambuca si davano prevalentemente i turchi e gli ebrei, mentre i bulgari avevano una predilezione per il vino rosso. Le minoranze degli armeni e degli zingari bevevano invece alla rinfusa tutto quel che gli capitava in mano. Dico "minoranze" in modo del tutto generico e anticostituzionale, perché prese singolarmente le etnie del poliedrico quartiere di Cimitero a mezza via, bulgari inclusi, rappresentavano in realtà tutte delle minoranze, ma il sabato sera nella taverna di fronte al vecchio bagno turco si fondevano insieme per formare una maggioranza compatta e possente.(Angel Wagenstein, Abramo l'Ubriacone)

È anche una sorta di sguardo antropologico attento concentrato su ciò che la molteplicità può produrre in vite umane comuni, a stare insieme nel mondo con gli altri. Entrambi sembrano trasmettere a noi il messaggio importante che le culture procedono con l'integrazione, la traduzione reciproca, la diversità diventa quindi una risorsa etica e spirituale.

La letteratura ha sempre riflettuto su questioni di molteplicità e, nel caso di questi scrittori, non vi è dubbio che ciò che propongono sia una visione del mondo basata su un fondamento non-unitario, ma piuttosto sulla concezione del cosiddetto multiverso culturale.

L'eco di lingue molteplici

Delle lingue si discuteva spesso, solo nella nostra città si parlavano sette o otto lingue diverse e tutti capivano qualcosa di ciascuna; soltanto le ragazzine che venivano dai villaggi non sapevano che il bulgaro e per questo erano considerate stupide. Ognuno enumerava le lingue che conosceva; era importante padroneggiarne parecchie, con la conoscenza delle lingue si poteva salvare la propria esistenza e anche quella altrui. (Elias Canetti, La lingua salvata)

Tra le importanti impressioni di questo mondo colorato della città natale dello scrittore, un posto privilegiato è occupato dall'elemento della lingua, o meglio dalla Babele di lingue, un fenomeno davvero singolare, le cui tracce rimarranno per sempre impresse nella coscienza dei due scrittori.
Per quello che riguarda Canetti, il futuro scrittore trascorre la prima parte della sua infanzia in un mondo di confine, un porto crocevia di incontri, scambi commerciali e culture, dove si parlavano il bulgaro, il turco, il ladino, il greco, il rumeno, il russo, l'albanese e la lingua rom ma non solo.

In un singolo giorno si potevano sentire insomma sette o otto lingue.

Già a quel tempo, un interesse continuo e attento per la parola e le sue possibilità espressive si risveglia all'interno del futuro scrittore, un dato che poi prenderà la forma della sfida nel contesto di apprendimento del tedesco fino ad appropriarsene del tutto rendendolo la lingua della sua scrittura letteraria. Canetti impara il bulgaro grazie alle ragazze provenienti dalle campagne, che giocano con lui nel cortile comune della casa del nonno. Sente da loro le prime favole di uomini ed animali in questa lingua, che lo impressionano profondamente. In questo modo, Canetti si avvicina al mondo segreto e piacevole dei racconti popolari bulgari, alimentando la sua fantasia con leggende di fantasmi e lupi mannari, storie di cavalli e lupi che attraversano il Danubio ghiacciato. In casa ed in famiglia si parla il ladino, ovvero lo spagnolo arcaico parlato dagli ebrei sefarditi,

Ma nel tessuto sociale erano così saldamente intrecciate le famiglie di ebrei, bulgari e turchi che ognuno masticava più o meno la lingua dell'altro: i bambini bulgari si canzonavano in turco, il venerdì sera il calzolaio Izmet salutava mia nonna con un impeccabile "Shabbat shalom!" e gli ebrei, in occasione di compleanno o lutti, preparavano i caratteristici strudel ripieni, il cui nome turco veniva soltanto un poco aggiustato con una desinenza ispanica: burekas. (Angel Wagenstein, Abramo l'Ubriacone)

Wagenstein scrive di come nel tessuto sociale di Plovdiv le famiglie di ebrei, bulgari, turchi e altri erano strettamente intrecciate insieme, in modo che tutti potessero cavarsela nella lingua dell'altro. Un bell'esempio di questa apertura linguistica è rappresentato dalla nonna Mazal, che sempre voluto mostrare la sua conoscenza di molte parole provenienti da diverse lingue, mettendole tutte assieme nella sua parlata: Wagenstein ci descrive la comprensione reciproca di diversi linguaggi e culture, il multilinguismo quotidiano che diventa un fatto di normalità, e la ricchezza rappresentata da questa Babele di suoni e parole. E sicuramente il contesto familiare influenza entrambi gli scrittori:

È un ubriacone colto lui, su questo non c'è dubbio. Parla fluentemente non solo il ladino e il turco, ma sa anche imprecare in un bulgaro impeccabile, per non parlare della sua abilità di rattoppare il tessuto della sua lingua a volte sfilacciata con prestiti da romeno, armeno e greco, cosa che gli torna utile ogni giorno per guadagnarsi da vivere e per assicurarsi l'amato bicchierino di sambuca accompagnato da quattro fettine di uovo sodo. (Angel Wagenstein, Abramo l'Ubriacone)

Sia Canetti e Wagestein evocano calorosamente la loro infanzia e la collegano al loro mondo familiare, che appare come un contesto paradigmatico da cui partire col fine di perseguire la prospettiva di un'identità multi-focalizzata. Alcune figure, in particolare eccellono nel ricordi dei due scrittori: è per esempio il caso della figura dei nonni. Entrambi incarnano i rappresentanti di un "mondo perduto", legati a quel mondo turco e più generalmente"orientale" fatto di mescolanze, incontri, dialoghi e molteplici influenze, in un certo senso all'eredità del sistema del millet. Si tratta di persone in grado di relazionarsi con il mondo in tutta la sua complessità, avendo la capacità di estrarre risorse umane e culturali complesse per ogni situazione; due grandi personalità aperte al mondo, delle cui risorse ed intelligenza sociali sono anche i nipoti a beneficiare e la cui eredità rimane impressa dentro di loro, come preziosa formazione culturale ed umana.

Cercava sempre di parlare a tutti nella loro lingua, ma poiché le lingue le aveva tutte soltanto orecchiate un po' a furia di viaggiare, ad eccezione di quelle dei Balcani di cui faceva parte anche il suo spagnolo, la conoscenza effettiva che egli aveva delle lingue lasciava quanto mai a desiderare. Gli piaceva moltissimo contare sulle dita tutte le lingue che parlava, e la buffa sicurezza con cui in questo calcolo - Dio sa come - talvolta arrivava a diciassette, e qualche volta persino a diciannove, aveva generalmente un effetto irresistibile, malgrado la sua pessima pronuncia. (Elias Canetti, La lingua salvata)

Quella del nonno di Canetti è sicuramente un'interessante concezione di multilinguismo, e non lo dico con troppa ironia, ma piuttosto seriamente: si tratta di una visione che riguarda il modo stesso di parlare la propria lingua, un diverso atteggiamento verso di essa: è la differenza tra parlarla in modo aperto o chiuso. L'importanza è quella di parlare una lingua non ignorando la presenza di altre lingue, avendo invece la percezione che ne esistono altre che ci influenzano anche senza che ce ne accorgiamo, mantenendo attivo una sorta di immaginario delle lingue, capendo il modo in cui esse possono essere messe in relazione.

I casi delle famiglie di questi scrittori sono un ottimo esempio di tale attenzione linguistica per l'altro, un atteggiamento di fondo che è essenziale per la stessa sopravvivenza della comunità. Gli scrittori sembrano essere fin da piccolissimi a conoscenza dell'esistenza di un forte grado di multilinguismo: e così per loro conoscere molte lingue è anche in una certa misura un modo per non essere limitati ad una e sola particolare identità. Inoltre, il contesto familiare, il mix di gruppi etnici e la mobilità durante la loro infanzia hanno sicuramente facilitato in loro un rapporto appassionato con le lingue. Vivere diventa anche acquisire molte lingue: quelle di Canetti erano il ladino, il bulgaro, il tedesco, l'inglese e poi il francese e quelle di Wagenstein il ladino, il bulgaro, francese e più tardi il russo. Oltretutto bisogna rimarcare come Wagenstein nel corso del suo romanzo Dalech ot Toledo inserisca continuamente parole di altre lingue, soprattutto turche, ladine, ebraiche, ma anche francesi ecc.


Ruse, cartolina dal 1903

'Europa' e la fine dei mondi

Di solito, gli "spagnoli" che avevo conosciuto in Inghilterra e a Vienna parlavano di Rustschuk solo con disprezzo, come di uno sperduto angolo di provincia senza cultura, dove la gente non sapeva nulla di quel che accade in "Europa". Tutti parevano felicissimi di essersene andati di laggiù, e si sentivano migliori e più illuminati, proprio perché vivevano altrove. Solo il nonno, che non si vergognava mai di niente, pronunciava con grande enfasi il nome di Rustschuk, che era per lui il centro del mondo (…) (Elias Canetti, La lingua salvata)

Mio nonno, l'ubriacone, aveva bevuto parecchio e picchiò furibondo il pugno sul tavolo, tanto da rovesciare il bicchiere di mastika pieno fino all'orlo: "Io da qui non mi muovo! I miei figli hanno dato la vita per questa terra e io resterò qui! Non ho altro da dire!" (Angel Wagenstein, Abramo L'ubriacone)

La figura del nonno è anche quella che mostra un attaccamento ed orgoglio per quel mondo "minoritario" da cui hanno avuto origine, opponendosi al suo abbandono. Sono uomini "orientali", che condividono un diversa visione del mondo e non credono che altri luoghi possano essere migliori di quelli in cui vivono, sono abituati in un certo senso al multiculturalismo e all'identità non esclusiva, diversa da quella dello stato-nazione. In questo senso difendono la caratteristica comune a quelle parti d'Europa che hanno sempre coltivato una vocazione per il pluralismo linguistico. Wagenstein ci ha parlato di altre di queste zone, come la Galizia. Canetti aveva sostenuto che ai tempi in cui lui ci viveva, l'antisemitismo non esisteva in Bulgaria, era qualcosa di inconcepibile,e Wagenstein similmente ha affermato che l'antisemitismo iniziava al di fuori dei confini dell'Impero Ottomano, e che inoltre l'amicizia tra il rabbino, il Pope, il Mullah ed il suo nonno ateo era reale ed era un grande paradigma di tolleranza in un piccolo quartiere di Plovdiv, tra persone e religioni.

Ha ricordato anche che in Bulgaria durante il periodo ottomano non c'erano mai stati ghetti, essendo il paese parte di un impero che aveva aperto le sue porte per accogliere gli ebrei dopo che erano stati espulsi dalla Spagna 'europea'.

Bisogna comunque ricordare il caso del salvataggio degli ebrei bulgari durante la seconda guerra mondiale, fatto che viene ignorato dalla stragrande maggioranza dei cittadini europei ma ricordato nel libro di Hannah Arendt La banalità del male. Ricordiamo anche di positivo come la Bulgaria avesse aperto le porte nel 1922 all'arrivo di decine di migliaia di armeni scampati al genocidio.

Lì, il resto del mondo era conosciuto come 'Europa' e, quando qualcuno risaliva il Danubio fino a Vienna, la gente diceva che stava andando in l'Europa. L'Europa cominciava, laddove l'Impero Ottomano una volta terminava. (Elias Canetti, La lingua salvata)

Canetti ricorda come, forse in maniera ingenua, la gente della sua città natale si riferisse all'Europa come a qualcosa che andava oltre i confini bulgari, che si trovava più in alto, iniziando a Vienna.
Ma che cosa è l'Europa, allora? Sia Canetti e Wagenstein, nelle opere a cui ci riferiamo, ci raccontano storie provenienti da una parte "marginalizzata" del continente, che non sembra essere stata sufficientemente considerata nella realizzazione della sua storia collettiva, o almeno non altrettanto rispetto ai contributi provenienti dall'Europa occidentale.

L'atmosfera e l'immaginario collettivo che hanno forgiato la precoce sensibilità degli scrittori sono derivati da due città che in un certo senso potevano essere considerate parte di un "mondo post-coloniale", un ambiente dinamico e complesso in cui l'identità era ancora una questione aperta. Entrambi gli scrittori concepivano sicuramente un futuro diverso per l'Europa, lontana da quella sfortunata tendenza che accresce la segmentazione del continente in nuclei isolati, separati ed atomizzati. Le radici dell'Europa e dei suoi attuali Stati nazionali sono infatti spesso molto più ricchi e variegati di quello che le versioni ufficiali della storia ci vogliono mostrare. C'è ancora un lungo lavoro da fare, in particolare un grande processo di avvicinamento tra il cosiddetto Occidente ed Oriente del continente.

Effetti della molteplicità

Essendo un bambino non avevo una chiara visione di questa molteplicità, ma ne vivevo continuamente gli effetti. Alcune figure mi sono rimaste impresse nella memoria semplicemente perché appartenevano a particolari gruppi etnici e si distinguevano dagli altri per l'abbigliamento.

Mi sarà difficile dare un'immagine di tutto il colore di quei primi anni a Rustschuk, delle passioni e dei terrori di quel tempo. Tutto ciò che ho provato e vissuto in seguito sarà sempre già accaduto a Rustschuk. (Elias Canetti, La lingua salvata)

Le prime base dei motivi che sarebbero diventati fondamentali nel lavoro di Canetti, come la
fine del mondo, il fuoco e la folla si possono già rintracciare nei suoi primi ricordi legati alla vita nella città danubiana di Rustschuk all'inizio del secolo. Essi costituiscono tutti quella forte, ricca e colorata "provincia dell'uomo" da cui lo scrittore trasse ispirazione e curiosità, e che gli permisero di sviluppare quel particolare entusiasmo per le vicende umane e la sensibilità per la molteplicità. Canetti ha confessato che dall'età di dieci anni, sentiva come se dentro di lui coesistessero molti personaggi diversi, un flusso multiforme, che non è mai cessato. L'importanza di costruire una propria molteplicità, e di considerarla un supporto indispensabile, divenne fondamentale nel processo di divenire scrittore, perché chi scrive è molteplice, e non è possibile determinare esattamente da dove viene.

E se leghiamo questo tema all'appartenenza, essa è una questione aperta, che deve rimanere tale e non cedere alle tentazioni identitarie. In relazione a questo, Wagenstein ci dice qualcosa di significativo e paradigmatico a proposito dell'identità bulgara:

C'è una biforcazione che dura da secolari in Bulgaria - tra Oriente e Occidente. Non abbiamo mai capito in quale direzione dovremmo andare - a volte con gli uni, a volte con gli altri. Noi celebriamo la nascita di Cristo con i cattolici, e la Resurrezione di Cristo con gli ortodossi. (Angel Wagenstein, intervista a un quotidiano bulgaro)

Mi interesso da tempo alla strana amicizia fra Formoso (…) e Boris Mihail, ultimo khan e primo sovrano bulgaro convertitosi al cristianesimo.Nella loro amicizia si incarna il delicato confine, tanto difficile da tracciare, che passa tra le due famose rivali, l'ortodossia bizantina e quella vaticana - confine che i bulgari hanno infranto più volte e in entrambe le direzioni, e che ha segnato la loro duplice e ambigua identità storica, quella per cui fisicamente sono legati all'Oriente, mentre la loro anima tende verso Occidente. (Angel Wagenstein, Abramo l'ubriacone)

Conclusioni: riflessi di nostalgia?

Ora che questo mondo è scomparso, che senso avrebbe per me mettersi a cercare il significato del futuro - che appartiene già ad altri - mentre ancora non ho compreso del tutto il passato che mi appartiene? Certo, qualcuno potrebbe rinfacciarmi che stare con la testa sempre tra i ricordi è una perdita di tempo e impedisce di muovere nella vita anche solo un passo in avanti, anzi, si finisce per girare solo in tondo. (Angel Wagenstein, Abramo l'Ubriacone)

Attraverso le descrizioni colorate e pittoresche della loro città di origine, i due autori sembrano evocare con una sfumatura di nostalgia un "mondo di ieri", che è scomparso per sempre, livellato in ampia misura dall'uniformità etnica e nazionale, privato della ricchezza della moltitudine, delle esperienze di convivenza che facevano parte di un patrimonio comune europeo.

In Canetti, l'incanto tipico dell'infanzia viene moltiplicato grazie al fascino dei luoghi, che appaiono piuttosto esotici allo stesso Elias quando, all'età di dieci anni, vi fa visita durante un viaggio da Vienna. Nessun bambino delle grandi città "europee" ha mai avuto la possibilità, da molto tempo, per beneficiare di un mondo talmente colorato ed abbondante sensorialmente.

Allo stesso modo, la Plovdiv di Wagenstein è raffigurata come una sorta di "Babele dei Balcani" con una certa dose di nostalgia. La città sembra estendersi molto più in là nel tempo, diviene un po 'mitica un po' fantastica, un luogo dove la storia si dilata assurdamente al punto di raggiungere dimensioni leggendarie e bizzarre. Plovdiv è anche il luogo dove i residenti ebrei, dopo quasi mezzo millennio, sentono ancora il sapore amaro dell'esodo forzato dalla Spagna, e continuano, dopo tutti questi secoli, a parlare la lingua delle lontane terre iberiche. In Wagenstein una forte attenzione è rivolta al tema dell'esilio e alla migrazione, come per il caso della famiglia di Abramo l'ubriacone, che è finita casualmente dalle rive del fiume Taho a Toledo a quelle placide del Maritsa a Plovdiv.

Nel discutere il suo legame con la Bulgaria, Wagenstein sottolinea il suo attaccamento a questo paese, sostenendo allo stesso tempo di poter appartenere ad una molteplicità di prospettive: non solo quella ebraica, ma anche potenziali altre sono ancora viste come parte di sé:

Non me ne vado dalla Bulgaria. Io viaggio molto, ma torno dove sempre là, dove sono nato. (...)
Io amo la Bulgaria. Sono sempre stato molto impegnato nella la lotta per i valori umani, per la pace contro il fascismo. Ed è per questo motivo che chiedo sempre che i miei libri non vengano presentati come libri ebraici. Sono libri che parlano delle sorti degli ebrei, ma avrei benissimo potuto scrivere dei libri sul destino degli zingari per esempio, con il cuore pieno, con tutto il mio cuore. (Angel Wagenstein, intervista a una televisione francese, 2011)

In una delle sue ultime interviste, Canetti parla del «pasticcio colorato», della confusione di caratteri e di forme della sua città natale, affermando che nella sua memoria essa rimane una delle città più belle che si possano immaginare per un bambino. Chiede inoltre all'intervistatore di salutare il popolo di Ruse da parte sua, indipendente dal fatto che lo conoscano o meno, in quanto sono i discendenti di quelle persone meravigliose di cui è stata popolata la sua infanzia. E l'intervistatore, il critico letterario Wenzeslaw Konstantinov ci dice che, in risposta alla sua domanda che gli chiedeva se avesse mai considerato di tornare a Rustschuk, Elias Canetti si espresse nella seguente maniera:

Per ogni essere umano c'è qualcosa di sacro - non in senso religioso, io sono ateo, ma piuttosto un'essenza, in quanto nocciolo dell'esistenza. La mia città natale è per me questo "sacro", che conservo nella mia coscienza come un'immagine molto potente. Temo che, se tornassi a Rustschuk dopo tanti anni, troverei quest'immagine sacra modificata. E' dunque questo ciò che mi leva il desiderio di fare un viaggio di ritorno nel basso Danubio.

Se ci si concentra meglio sul loro contesto di scrittura, possiamo vedere quanto sia Canetti e Wagenstein siano stati in un certa misura scrittori nomadici fin dall'inizio. Anche prima di iniziare il loro percorso nel mondo sono nati in una fusione di etnie, lingue e culture che diventerà il paradigma per il loro futuro atteggiamento umano, contro i nazionalismi e le identità esclusive, in difesa di quella che io ho qui voluto definire come l'identità-rizoma.



Giustina Selvelli durante la presentazione a Venezia nella giornata dedicata alla Bulgaria (Foto:Janine Videva)

Fonti delle alcune immagini pubblicate nell'articolo: www.lostbulgaria.com, www.retrobulgaria.com e nauka.bg.



Plovdiv e Ruse, città candidate a capitali della cultura europea 2019

Plovdiv

Ruse - il porto fluviale più grande della Bulgaria


Autore: Giustina Selvelli




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