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Venezia: "Alienation" di Milko Lazarov

29.08.2013

Shopping for children

O del "come comprare un bambino in Bulgaria". Yorgos conduce una vita tranquilla, si potrebbe definire agreste: va a caccia con gli amici ma non uccide con leggerezza, si prende cura della madre colpita da un ictus, fa l'amore tutte le sere con sua moglie Elena, sul pavimento e in silenzio, quasi a non voler disturbare.

Un giorno preleva 11.000 euro in banca, si fa preparare la valigia da Elena e parte, da solo e in silenzio: si dirige in Bulgaria, dove ad attenderlo c'è un gruppo formato da una ragazza incinta, il fratello sordo-muto, e un'ostetrica, conoscente di vecchia data. Si dirigono verso una casa nei boschi, dove attenderanno l'arrivo del bambino. Una volta nato, Yorgos potrà ripartire, senza il gruppo ma con un figlio. Ha anche pensato a come riportarlo in Grecia senza intoppi e senza intralci, grazie ad un ingegnoso marchingegno che gli permetterà di nascondere il pargoletto appena nato in una finta bombola di gas. Semplice, no?

L'orrore che questo film vuole raccontare, il traffico bestiale di esseri umani, è lasciato sullo sfondo, quasi solo accennato, nascosto in lunghe inquadrature, silenzi e frasi rotte, l'incomprensione data da due lingue diverse, o da una più generale incomunicabilità fra esseri umani alla deriva. Il problema, però, è che questa incomunicabilità, questa alienazione, per dirla come nel titolo, si interpone anche come un velo tra i protagonisti e gli spettatori; il dramma che viene vissuto sullo schermo è troppo lontano, troppo diluito per colpirci allo stomaco come dovrebbe, e si limita a farci il solletico con un buffetto. L'assenza quasi totale di dialoghi, che il regista Milko Lazarov, qui al suo esordio al lungometraggio, inserisce tra i punti stilistici chiave dell'opera, attutisce e limita la comprensione dei personaggi, non riuscendo però al contempo a sottolineare appieno l'atrocità che si sta compiendo sotto i nostri occhi.

Tutto scivola via, quasi senza dramma, all'insegna di uno dei pochi pensieri che sentiamo esprimere il protagonista all'inizio della pellicola - "Non ci sono persone cattive, ma solo cattive azioni" - come a voler riproporre il distinguo agostiniano fra peccato e peccatore: Yorgos si autoassolve, e si inserisce dalla parte dei buoni. E per ciò che sappiamo di lui, come dargli torto? Probabilmente è proprio la mancanza di un punto netto, chiaro, in cui si può senza dubbio dire "no, questo è sbagliato" a rendere surreale la situazione, a portare Yorgos alla perdizione: non si sa chi sia il padre del bambino, la madre è una ragazza sola con un fratello sordomuto. È davvero così grave, date le premesse, quello che sto facendo? Non sono invece un benefattore?

Domande che forse si rincorrono nella sua mente, fino alla potente scena finale, il parto e, infine, un pianto di bimbo, liberatorio e accusatorio al tempo stesso.


Autore: Caterina Vettore
Fonte: NonSoloCinema



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