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Il Sole 24 Ore: "Che scrittore bulgaro!"

23.07.2013

Bizzarro, sperimentale ma piacevole, «Fisica della malinconia» è come un montaggio di frammenti, racconti e microtrattati

Diceva il cinico Montale, citando il cinico Missiroli, che «non si può essere un grande poeta bulgaro». Come dire che la scarsa influenza storica di un Paese condiziona a tal punto il destino della sua letteratura, che sembra minarne non solo le possibilità egemoniche, ma perfino il valore "reale". In Italia, si sa, l'aggettivo "bulgaro" si usa praticamente solo nella frase fatta sulle famigerate maggioranze d'antan. Sulla cultura e l'arte bulgare, oscurità completa.

Del resto, siamo anche letterariamente una colonia anglosassone; e salvo eccezioni, non ci interessa troppo capire quel che si scrive nella periferica Europa dell'Est (e ora perfino in buona parte dell'Europa continentale). Drogati di Foster Wallace e compagni, diamo implicitamente ragione alla battuta di Missiroli e Montale, allargandone la portata.

Eppure, con l'aiuto di qualche editore temerario, oggi possiamo scoprire che anche in Bulgaria si producono opere straordinarie, e immediatamente godibili da parte di un pubblico internazionale del tutto ignaro della storia di quel Paese. È il caso di Fisica della malinconia, un indefinibile testo del quarantenne narratore, saggista e poeta (forse grande, è presto per dirlo) Georgi Gospodinov, appena pubblicato da Voland nella prima traduzione mondiale.

Difficile trovare un libro che sia cosi piacevole, così poco severo nel selezionare i suoi lettori, e insieme così bizzarro, così sperimentale e lontano dalle aspettative del lettore medio di narrativa. È un romanzo? In qualche modo sì, se come dice qui il fantomatico e proteiforme personaggio di Gaustìn «il romanzo non è ariano», e dentro ci può finire di tutto- se il romanzo, insomma, è il genere che per non ridursi a una forma stereotipa deve di continuo reinventarsi.

In Fisica della malinconia - dove si accenna a una «fisica quantistica della lettura» - Gospodinov si fa consapevolmente carico della deriva novecentesca del romanzo, e non finge che dopo la sua implosione si possa tornare ai mitici modelli classici. Ma non sente alcun bisogno di mettere dei truci guardiani ideologici davanti alle sue pagine ibride: che restano affabili, "facili", leggere.

Sono pagine in cui non si esclude nessuna possibilità formale, ma si passa dall'una all'altra lasciando ogni spunto allo stato di embrione. Fisica della malinconia è infatti un montaggio di frammenti, di motivi alternati come in un sistema di rime.

Ci sono brevi racconti, elenchi, immagini, versi, apologhi, microtrattati filosofici, e molti isolabili inserti aforistici («le storie finiscono sempre in uno di questi due modi - con un bambino o con la morte»; «La malinconia, come i gas e i vapori, non possiede una consistenza e una forma propria, ma assume la forma e la consistenza del recipiente o dello spazio che occupa»).

Questa Fisica fa pensare a un incrocio tra Savinio e una giocosa parodia di Sebald: oscilla tra realismo minuzioso e sbrigliate digressioni fantastiche, tra precisi scorci socio-antropologici e utilizzo umoristico dei miti, tra una svagata storia del costume e la coazione a catalogare le stratificazioni storiche leggibili nei minimi oggetti, nei comportamenti, nei paesaggi.

Tutto questo materiale è tenuto insieme quasi soltanto dal tono: l'io che ci parla è così suadente e insieme così autentico, che ci mette subito a nostro agio, anche se saltando da una tessera all'altra del suo mosaico non riusciamo a leggervi un disegno compiuto. Gli diamo credito ascoltandolo come un narratore orale: lasciamo che ci seduca col suo ben dosato impasto di pathos, intelligenza e frivolezza, e che riga dopo riga ci porti dove vuole. In Fisica, l'io di Gospodinov fa davvero un po' di tutto.

Ad esempio, ragiona sulla paternità e i tempi della vita («L'infanzia e la giovinezza sono piene di verbi. Non puoi mai startene fermo (…) Poi i verbi si mutano gradualmente con i sostantivi della mezza età. Figli, macchine, lavoro, famiglia (…) L'invecchiamento è aggettivale»).

Oppure, con polemica verve antiantropocentrica, descrive la guerra umana dal punto di vista di animali e piante. O ancora, mostrando l'abilità di un narratore tradizionale, ci cattura raccontandoci le deviazioni causate dalla seconda guerra mondiale nel suo albero genealogico, e la storia di una pazza che ha aspettato per decenni Alain Delon davanti a un cinema di paese.

Altrove ci porta a riflettere in mezzo alle tombe («Adorno dice che scrivere versi dopo Auschwitz è una barbarie. E possono esserci crematori, anche solo nei cimiteri?»). Per parecchie pagine, poi, discute dei tentativi statali d'incapsulare le informazioni "strategiche" e di disperderle nello spazio, confrontandoli coi suoi tentativi di conservare l'esperienza più effimera o puramente immaginaria («le cose che mi interessano non hanno peso. Il passato, la malinconia e la letteratura»).

Ma soprattutto, in Fisica Gospodinov vuol restituirci la vita intima, il "sapore" del suo paese com'era poco prima dell'89. Così abbozza una storia della noia in Bulgaria negli anni '8o, e una «introduzione alla malinconia in provincia nel tardo socialismo». Ci spiega come era difficile, a quell'epoca, imparare qualcosa sul sesso, e quanto peso abbiano quindi avuto, per un'intera generazione, "le mitiche pagine 23-24″ del Padrino di Puzo. Immagina una cittadina dove un imprenditore pirandelliano ha rimesso l'orologio indietro di vent'anni, e paga la gente perché reciti la vita sotto il regime, realizzando un mostruoso sogno politico vintage fatto di milizie, vecchi giornali, punizioni sadiche.

Ma il cuore del libro è dedicato al modo in cui ha vissuto il tramonto del socialismo il narratore bambino: che abitava in un seminterrato, vedeva un mondo esterno ridotto alle sole gambe, e ascoltava il rumore clandestino di "Europa libera" dalla radio del padre. Questo quadro si lega infine a una riflessione rapsodica sul mito del Minotauro, che è descritto come un bimbo abbandonato, e che in un tragicomico monologo viene dotato di quella parola sempre negatagli dalla letteratura classica.

Tutto, si diceva, è tenuto insieme dal tono. Ma anche anche da un sottile filo metanarrativo. L'io narrante si muove con tanta disinvoltura tra i soggetti, perché è cresciuto con una speciale "empatia patologica" verso tutti gli spazi e i tempi e le esistenze, comprese quelle animali, vegetali e minerali: «Ricordo ancora la grande Glaciazione e la fine della Guerra Fredda (…) Mi ricordo di esser nato come rovo di rosa canina, pernice, ginkgo biloba, lumaca, nuvola di giugno…».

Ma crescendo, questa empatia l'ha persa: le innumerevoli vite si sono ridotte alla vita di un io solo e adulto. Così, descrivendo un processo inverso a quello della Recherche, Gospodinov immagina che il suo personaggio surroghi il contatto smarrito con gli altri e col tempo attraverso la mania del collezionismo: mania emblematica di uno stato del mondo in cui l'esperienza si dissolve, e regna una malinconia benjaminiana.

Perché Fisica racconta anche l'autunno di un pianeta tristemente globalizzato, ridotto "a breve carta" e rimasto privo dell'energia mitica che dava senso alle grandi narrazioni. Se si vuole narrare, non resta ormai che accumulare pezzi eterogenei di riflessione e di racconto, e magari montarli in piccoli apologhi: bisogna costruire un album di digressioni che s'inseguono, una "capsula" di polveri letterarie variopinte, dove ciò che è avvincente è solo il continuo rimescolarsi degli atomi del vissuto e del pensato, degli incidenti biografici e delle associazioni mentali- ossia la peripezia attraverso cui si passa da un'idea all'altra.

Ma qui soccorre ancora Savinio, che dà di sé una definizione applicabile a Gospodinov: «Molti mi domandano il perché di questo mio passare da argomento ad argomento. Non si capisce? Perché io scrivo romanzi di avventure. Quali avventure oltre a quelle delle idee, ora che il mondo è tutto esplorato?».

Pubblicato su "Il Sole 24 Ore" il 21.07.2013


Autore: Matteo Marchesini
Fonte: Il Sole 24 Ore




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