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Recensione di "Fisica della malinconia" di G.Gospodinov (C.Condò)

29.06.2013

Fisica della malinconia appare tredici anni dopo Romanzo naturale, l'ultimo romanzo di Georgi Gospodinov, e pone sin dal titolo il problema sottile della traduzione. Già Nabokov aveva specificato che le lingue occidentali rendono malamente e in maniera sgraziata le sfumature della malinconia slava, come nel caso della parola russa "toska", più simile al desiderio intenso di qualcosa che non esiste, a un languore vago, spesso senza causa. Similmente la parola "tăgà" sembra impossibile da rendere fuori dalla Bulgaria; dice Gospodinov: "prossime per significato sono parole come "tormento" e "malinconia", ma non si tratta proprio della stessa cosa. È la sensazione incombente di irrealizzabilità, di qualcosa di mancato per sempre e non verificatosi. La parola ha una pronuncia gutturale, come se dovessi inghiottire qualcosa: tă-gà… Il suo stato fisico è la liquidità". E proprio liquida si pensava fosse, anticamente, la melancolia - una bile nera e fredda che nella sua fisica Gospodinov trasforma in gassosa, con un colore e un odore variabile, a seconda della persona che suscita, o per cui si prova, la tăgà. Di questo sentimento imprecisato e nostalgico è intriso tutto il romanzo, pubblicato da Voland nella collana Sìrin, dedicata completamente agli autori slavi.

Gli inizi sono tanti, almeno quanti i personaggi in cui il protagonista, un bambino ammalato di empatia, si immedesima: "mi ricordo di essere nato come rovo di rosa canina, pernice, ginko biloba, lumaca, nuvola di giugno (il ricordo è assai breve)…". Non ha scampo dalla peculiarietà della sua patologia che lo porta a vivere continuamente le vite degli altri: così inizia una vagabondaggio all'interno di un ricordo preciso, cardine e immagine costante del libro. Scivolato nella memoria del nonno, il protagonista giunge a una lontana sera d'estate, e all'incontro con un minotauro bambino. L'impressione che ne riceve è annichilente, tanto da privarlo della parola; la paura che la vista del gracile minotauro malinconico ha suscitato si riflette nel muggito pietoso che, per mesi, esce dalla bocca del progenitore. Eppure nell'immagine non c'è nessuna bestialità: al contrario, è proprio la profonda umanità del bambino minotauro a spaventarlo, insieme alla chiara sensazione di abbandono che il nonno del protagonista riconosce come propria.

Gospodinov può così raccontare una tipica infanzia degli anni settanta, "con quella precoce e innata sensazione di abbandono" che ha caratterizzato tutti i bambini dell'epoca, lasciati spesso a trascorrere intere giornate in solitudine a causa del lavoro dei genitori. Come minotauri abbandonati negli scantinati di enormi condomini, i ragazzi di quegli anni sono il simbolo di un'infanzia socialista, fatta di oggetti che Gospodinov ha inventariato con l'ossessione del collezionista. Già nel 2006 aveva raccontato in Io ho vissuto il socialismo la memoria storica del periodo, approfondendo un tema trattato precedentemente nei suoi racconti. Proprio la condivisibilità di questi elenchi e la scarsa localizzazione geografica ha portato a un vasto apprezzamento delle sue opere, in quanto i suoi richiami a una "memoria emotiva" del paese di origine non si limitano mai a riguardare solo la Bulgaria, ma investono i ricordi propri di ogni persona che abbia vissuto negli stessi anni della sua generazione. E questa memoria condivisa fatta di piccoli oggetti da niente, caramelle, certi frutti in corrispondenza a determinati periodi dell'anno ha reso i suoi libri il simbolo di una nuova intelligencija bulgara, più leggera e spensierata perché libera dal peso della propria nostalghia.

Gospodinov, inoltre, ha dalla sua la freschezza di una scrittura originale e raffinata, resa al meglio dalla traduzione elegante di Giuseppe Dell'Agata: molti sono i momenti dolci e malinconici in cui il lettore può apprezzare la sensibilità dell'autore che, come dice il traduttore nella postfazione, è sempre alla ricerca di se stesso, di un completezza che sembra avere solo l'infanzia, all'insegna di quanto si proponeva Bruno Schulz con Le botteghe color cannella: "il mio ideale è maturare verso l'infanzia. Questa sarebbe l'autentica maturità".

Fisica della malinconia viene a essere, così, una tappa fondamentale nel percorso di Georgi Gospodinov: analisi approfondita dei suoi temi fondamentali ma anche sintesi di uno pseudo-postmodernismo che l'autore stesso definisce "dal volto umano", perché scherzoso e autoironico. Gospodinov prende in prestito dal postmodernismo la sua mescolanza, per lasciare da parte i virtuosismi artificiosi e i giochi sterili, portando avanti i suoi campi di interesse, tanto ingenui quanto genuini: "la nostalgia, le storie piene di calore e l'infanzia".

Contemporaneamente il romanzo si propone come un'originale rilettura del mito del Minotauro, all'interno di un'epoca che non è più quella degli eroi, ma che non per questo deve rinunciare alla sua dimensione epica. Dice Giorgio Celli nei suoi Prolegomeni all'uccisione del Minotauro: "ricostruire la leggibilità di un mito significa negare quella totalità mistificante che ci nasconde la lontananza insondabile del mondo; significa, al contempo, costruire una più comprensiva mistificazione del reale. Questa è, forse, la disperazione della letteratura: dover distruggere la chance magica della parola ritrovandola alla fine della propria nuova parabola".

Giudizio: 5/5
Georgi Gospodinov, "Fisica della malinconia"
, a cura di Giuseppe Dell'Agata, pp.335, €15, Voland, 2013


Autore: Chiara Condò
Fonte: Cabaret Bisanzio

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