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Europa, una lunga storia dall'Atlantico agli Urali

17.07.2012

Non c'è, nella sinistra anticapitalista, la consapevolezza della centralità della crisi ambientale, uno dei tre flagelli che il capitalismo infligge all'umanità. In Italia, creati 60 mila posti di lavoro con le energie rinnovabili

Monica Frassoni nell'articolo: «Occupy Europe» sul dibattito aperto con l'iniziativa di manifesto, Verdi e Sbilanciamoci di Bruxelles, del 28 giugno scorso, afferma che per uscire dalla crisi occorre lasciar perdere le centrali a carbone e petrolio e le spese militari, tra cui i costosissimi F35 americani, per finanziare l'efficienza energetica le rinnovabili e lo sviluppo della cultura. Rossana Rossanda aveva dato notizia che a Bruxelles erano intervenuti gli eredi delle posizioni di Spinelli e dei gaullisti dell'Europa delle patrie. Così ecco il ricordo dei vecchi tempi.

Dal 1969 al 1976 ho fatto parte, sotto la direzione di Giorgio Amendola, della pattuglia di deputati comunisti entrati al parlamento europeo dopo che finalmente era stata eliminata la discriminazione antisocialista e anticomunista delle prime due legislature.

Denunciammo i vizi d'origine della costruzione europea. Da un lato un'unione regionale, in violazione degli accordi di Yalta, nel quadro della politica Nato e del sistema di Bretton Woods,e dall'altro, sulla base dei Trattati di Roma, una concezione mercantilistica e privatizzatrice contraria ad ogni forma di intervento pubblico e di stato sociale.

L'Spd tedesco di Schumacher aveva definito la Ceca, l'Euratom e poi la Cee come infeudate alle quattro k: kapitalism, klericalism (Schumann, Adenauer e De Gasperi erano tra i promotori dell'Unione) korservatorism, kartellen.

Ancora più forte era l'opposizione di De Gaulle che fece uscire la Francia dall'organo militare della Nato, diede il via all'autonomia atomica, con la force de frappe (affossando così L'Euratom), e con il Piano Fouchet propose una "unione delle patrie" in contrapposizione a quella degli apatrides di Bruxelles e soprattutto neutrale tra i due blocchi contrapposti Usa - Urss, donde la formula: l'Europa dall'Atlantico agli Urali.

Spinelli proponeva, invece, una Europa federale ma sempre all'interno dello schema monnettiano a soggezione atlantica. Il gruppo comunista diventò il centro dell'opposizione concreta alla politica della Commissione e si sforzò di stabilire rapporti, non solo con i partiti socialisti e socialdemocratici, sulle questioni sociali ma anche, in molte occasioni, con il potente gruppo gaullista che votò persino, in alcuni casi, le proposte che partivano dal gruppo comunista mettendo in minoranza la Commissione con grande dispetto dello stesso Spinelli che era allora Commissario in quota socialista. Amendola propose, al convegno sull'Europa promosso dal gruppo comunista al parlamento europeo e dal Cespe, di riprendere la parola d'ordine: l'Europa dall'Atlantico agli Urali suscitando l'opposizione di Bufalini e dialtri miglioristi che volevano, dopo essere stati fedeli al mito dell'Urss, far cambiare la linea del Pci di 180° alla ricerca del Washington consensus.

Il tentativo di rendere autonoma l'Europa si è verificato poi in almeno due occasioni storiche. Con la östpolitik di Willy Brandt che voleva fare uscire la Rft, diventata un gigante economico, dalla condizione di nano politico intavolando rapporti diretti con la Ddr.

Seguito da Olof Palme e dalle altre socialdemocrazie nordiche che partecipavano ad un movimento pacifista contro l'installazione dei missili di teatro delle due superpotenze che in Sicilia vide protagonista Pio La Torre e la sua battaglia contro i missili a Comiso nell'isolamento più totale rispetto alla direzione del Pci che si opponeva, come risulta dalla pubblicazione dei verbali, ad estendere al resto della penisola la raccolta di firme contro i missili.

L'altro grande momento storico di autonomia si ebbe con gli accordi di Kyoto, sottoscritti l'11 dicembre 1997 da più di 160 paesi, dopo l'allarme e l'appello lanciato dalla United Nations Framework Convention on Climate Change (Unfccc) di Rio de Janeiro del 1992.

Senza la Germania socialdemocratica e verde (che con la legge sul Conto Energia, di Hermann Scheer, aveva avviato un potente sviluppo delle energie rinnovabili) della Danimarca, della Svezia e della Spagna con l'appoggio di Mitterrand prima e del gaullista Chirac poi, questi accordi non solo non sarebbero mai stati proposti ma non sarebbero mai entrati in funzione. La ratifica di Kyoto infatti, costituì una sconfitta clamorosa di George Bush jr che aveva sostituito Billy Clinton, firmatario degli accordi, ma incapace di farli approvare dal parlamento americano. Il trattato è entrato in vigore il 16 febbraio 2005 dopo l'adesione della Russia di Putin, e di altri paesi da questa influenzati, che fecero raggiungere il quorum necessario.

Gli accordi di Kyoto avevano certamente dei limiti però costituivano il primo tentativo, a livello mondiale in epoca neoliberista di intervento pubblico obbligatorio degli Stati per limitare le emissioni inquinanti e sviluppare le energie rinnovabili. Questi accordi sono stati attaccati dai monopoli del petrolio, del metano, del carbone e dell'elettricità sostenuti dai governi americani che hanno trovato sponde all'interno della Ue nei governi della Merkel, di Sarkozy, di Berlusconi ed ora di Monti. Si è affievolita la spinta della prima conferenza di Rio per cui a Durban, in Sudafrica, non si è ottenuto il rinnovo di questi accordi che scadono alla fine del 2012.

In questo arretramento c'è una responsabilità di settori sinistra, anche ambientalista italiana. Partendo dai limiti del protocollo di Kyoto e da inconvenienti nella realizzazione delle energie rinnovabili, questi settori hanno unito di fatto la loro critica a quella dei padroni del vapore ma soprattutto non c'è, nella sinistra anticapitalista, la consapevolezza della centralità della questione ambientale nell'attuale fase storica.

In questo inizio di XXI secolo il capitalismo infligge all'umanità tre crisi: quella economico-finanziaria, quella militare con l'intervento della Nato in Europa, in Africa e nel Medio Oriente per continuare il keynesismo militare dopo la fine della guerra fredda e, infine, la crisi ambientale che rischia di cancellare le attuali forme di vita che noi conosciamo. La prima è ' essenzialmente la crisi di Bretton Woods e dell'egemonia americana (dalla crisi dei mutui surprime all'attacco all'euro che aveva costituito negli ultimi anni sempre più una alternativa reale al dollaro). E' diversa da quella del '29 e della altre crisi cicliche perché i paesi Brics, cioè i paesi usciti dalle grandi lotte antimperialiste del secolo scorso, continuano a sviluppare le loro economie anche se a ritmo leggermente ridotto. E soprattutto in Europa, negli anni della crisi, gli unici settori industriali che hanno portato ad un aumento degli investimenti e dell'occupazione sono stati quelli legati alle energie rinnovabili.

Nel 2011 l'Italia è stata al primo posto nel mondo per l'installazione di oltre 300 mila impianti fotovoltaici che hanno prodotto in pochi anni un'occupazione di oltre 60 mila unità (in Germania siamo sopra i 350 mila). La responsabilità di questa crisi è degli apparati burocratici della Ue e dei partiti di destra che hanno dominato la scena. Monti in particolare ha bloccato il Conto Energia per le rinnovabili per favorire i monopoli privatizzati dell'Eni, dell'Enel, etc. responsabili, tra l'altro, del fatto che i cittadini e l'economia italiana pagano un balzello feudale del 30% in più sul costo dell'energia rispetto agli altri paesi della Ue.

Ma la situazione politica è in evoluzione. A cominciare dalla vittoria dei referendum ambientalisti del 12 e 13 giugno, dall'avanzata in Puglia, a Milano, Napoli, Genova, Palermo, Cagliari della sinistra, dalla vittoria di Hollande e l'affermazione alla sua sinistra di una formazione rosso-verde, alle sconfitte della Markel nella gran parte dei lander tedeschi che ora sono governati da esponenti o socialdemocratici o Verdi il che ha portato già oggi ad una maggioranza rosso-verde nel senato federale, etc.

L'iniziativa di Bruxelles è importante ma bisogna allargare la prospettiva prima di tutto all'Europa, dall'Atlantico agli Urali. La Ue non può essere limitata agli attuali aderenti tra cui l'Albania e il Kossovo mentre ne resta escluso un grande paese come la Russia dove pure esistono opposizioni democratiche, ambientaliste, o che si rifanno alla parte positiva dell'esperienza dell'Urss, dei Piani quinquennali e della grande guerra patria. Ma soprattutto occorre rilanciare il movimento No Global anche perché, e la televisione ne da ogni giorno le immagini, in tutti gli angoli del mondo si sviluppano movimenti di contestazione che hanno bisogno di una unificazione che può avere l'obiettivo di un nuovo grande accordo per il passaggio dall'era delle energie fossili alle rinnovabili, per un nuovo grande accordo Kyoto che costituisce la premessa della riduzione dei pericoli di guerra, e lo sviluppo dell'occupazione e dei diritti sociali.


Autore: Nicola Cipolla
Fonte: Il Manifesto




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