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Il mito dell’austerità espansiva e i falsi modelli

23.06.2012

Tra le forme assunte dagli accesi dibattiti su come affrontare la crisi dell'eurozona, un duello a colpi di tweet al vetriolo tra un Capo del Governo e un Premio Nobel per l'economia restava un inedito. Non lo è più dal 6 giugno scorso. Protagonisti dell'esilarante querelle, il Primo Ministro estone Toomas Hendrik Ilves e l'eminente economista Paul Krugman. Raffreddando l'entusiasmo degli ultraliberisti per il presunto 'miracolo baltico', Krugman ha ironizzato sull'entità della ripresa estone postando sul suo blog del New York Times un grafico raffigurante l'andamento del Pil reale dell'Estonia nell'ultimo lustro.

Nel suo breve post, l'economista fa notare che non è opportuno parlare di 'trionfo economico' in circostanze dove il Pil reale è ancora ben lungi dal raggiungere il picco pre-crisi. Per comprendere la portata di queste affermazioni e l'interesse internazionale rivestito dal caso, occorre fare qualche passo indietro. Negli ultimi mesi, infatti, le politiche di austerità implementate da Tallinn sono assurte a modello tra i fautori del rigore fiscale. Gli esponenti della destra liberista americana ed europea sbandierano i successi straordinari conseguiti dal virtuosismo baltico e suggeriscono ai rispettivi governi di trarne ispirazione. L'orgoglioso statista estone, cresciuto nel New Jersey, educato alla Columbia University e visceralmente anti-comunista, non ha nascosto la propria irritazione per il sarcasmo neokeynesiano dell'economista di Princeton: "Ma sì, che ne sappiamo noi? Siamo solo stupidi, sciocchi est-europei. Non illuminati. Un giorno anche noi capiremo. Nostra culpa". In un altro tweet, Ilves dava a Krugman dello "sfrontato, arrogante e paternalistico", sfoggiando un aplomb tutt'altro che presidenziale. I paladini dell'austerità (da Anders Åslund ai falchi del Cato Institute) hanno difeso il Primo Ministro a spada tratta, ingenerando un avvincente dibattito sugli effetti dei tagli alla spesa pubblica sulla crescita, il cui interesse va ben al di là della fattispecie estone. David Mitchell, in particolare, ha accusato Krugman di selezionare solo i dati che gli facevano comodo, rilanciando con un grafico di più ampio respiro…

… che mostrerebbe l'innegabile successo della repubblica baltica nella transizione dal comunismo all'economia di mercato. Oltre alla crescita sostenuta del reddito nazionale, trainata dalle esportazioni in settori di nicchia come l'alta tecnologia, un motivo d'orgoglio dell'Estonia è il suo debito pubblico al 6% del Prodotto Interno Lordo. In confronto, l'81% della morigerata Germania fa inorridire. Il Paese è poi riuscito a trasformare un rapporto disavanzo/Pil del 3% (nel 2008) in un surplus dell'1%, che ha mantenuto per due anni consecutivi[1]. Nel 2011 - anno di adozione della moneta unica - il Pil è cresciuto del 7,6%, mettendo a segno la performance migliore del continente, ben 5 volte sopra la media dell'Unione. In controtendenza rispetto ai partner dell'eurozona, l'Estonia ha visto il proprio rating promosso ad A+ (confermato a giugno da Fitch, con outlook stabile). Attualmente, l'Estonia ha un rischio d'insolvenza addirittura inferiore a quello di Danimarca e Paesi Bassi: il prezzo dei CDS estoni a 5 anni viaggia attorno ai 120 punti-base, superiore nell'eurozona solo a quello degli omologhi finlandesi e tedeschi.

E pensare che poco dopo la bancarotta di Lehman Brothers il debito sovrano di Tallinn era il terzo più rischioso in Europa e che il Pil estone si contraeva del 3,7% nel 2008 e di un vertiginoso 14,3% nel 2009[2]. Nel primo quadrimestre del 2010, il tasso di disoccupazione - tradizionalmente allineato al tasso frizionale del 3-4% - ha raggiunto il 19,8%[3]. Tra le cause scatenanti della crisi rivestirono particolare importanza l'improvvisa carenza di capitali esteri imputabile all'instabilità finanziaria internazionale e il crollo delle esportazioni, nonché la fragilità di un sistema creditizio compromesso da una discreta bolla immobiliare. Una situazione analoga, se non peggiore, si registrava in Lettonia e in Lituania. Krugman scommise che le vecchie tigri del Baltico sarebbero state costrette a svalutare per stimolare le esportazioni e ne paragonò le sorti a quelle dell'Argentina di dieci anni prima. Al contrario, i governi delle tre repubbliche difesero l'aggancio all'euro e promossero una politica di cosiddetta 'svalutazione interna', un eufemismo per indicare drastici tagli alla spesa statale - consistenti in una riduzione del 10% dei salari nel pubblico impiego, un inasprimento delle regole per ottenere sussidi di disoccupazione, un impressionante ridimensionamento del sistema sanitario e interventi invece piuttosto simbolici per abbattere i 'costi della politica' (ad esempio, una riduzione del 20% dello stipendio dei ministri). Il Governo Ilves ha inoltre innalzato l'età pensionabile e ha aumentato l'imposta sul valore aggiunto dal 18 al 20%, senza introdurre patrimoniali (peraltro, sia detto per inciso, il Paese ha un sistema di flat tax di cui Milton Friedman andrebbe fiero). Non solo gli estoni non hanno protestato, ma hanno persino rieletto il governo che ha adottato queste misure. Insomma, la piccola repubblica baltica è diventata un vero e proprio paradigma neoliberista e un terreno di scontro tra due scuole di pensiero economico contrapposte. Questo è il retroscena del twitter match tra Krugman e Ilves.

Quello che ci interessa è capire se l'Estonia sia realmente una success story dell'austerità espansiva e se possa davvero fungere da modello per l'Europa e per il mondo. Da un'analisi più attenta, emerge che le ragioni del successo baltico sono state largamente semplificate. Inoltre, la peculiarità dei fondamentali dell'economia estone impedisce generalizzazioni.

Innanzitutto, Krugman ha ragione a far notare che la ripresa estone è solo parziale. Il Pil si attesta infatti sul 91% del picco raggiunto nel 2007, ed esistono esempi di rimonte ben più entusiasmanti innescate da aumentidella spesa pubblica:

Il grafico di sinistra - con cui Krugman ha ribattuto ai rabbiosi tweet presidenziali - raffigura l'andamento del Pil reale nell'America del New Deal. Quello di destra - proposto dall'Harvardiano Adomanis su Forbes - rappresenta la ripresa russa negli scorsi anni. Nonostante quest'ultima sia ben più efficace di quella estone, nessuno si è sognato di invitare i governi europei a emulare la politica economica di Putin.

In secondo luogo, è fondamentale sottolineare che l'Estonia non ha adottato politiche di austerità in risposta alla recessione del 2008. Al contrario, essa ha fatto il suo ingresso nella crisi con già alle spalle una tradizione di rigore fiscale ben rodata. A differenza di Krugman, non suggeriamo che tale rigore sia una concausa del collasso del Pil. Piuttosto, occorre ricordare che in Europa meridionale l'imperativo della crescita si pone in relazione al rigore fiscale in modo totalmente diverso. In contesti di elevato indebitamento come quello italiano è particolarmente opportuno che le misure di austerità siano accompagnate da stimoli alla crescita, perché in caso di stagnazione o recessione il rifinanziamento di un debito ipertrofico diventa insostenibile, dato che diminuendo il gettito fiscale si hanno meno risorse per pagare gli interessi. Per questo le scelte di rigore assoluto dell'Estonia - che non si è mai dovuta misurare con questo dilemma - sono difficilmente applicabili al nostro contesto.

Anche le esigue dimensioni dell'economia estone rendono difficile ogni trasposizione. L'Estonia ha la stessa popolazione del Comune di Milano e un Pil che è meno della metà di quello meneghino (chissà che Pisapia non possa trarre spunti interessanti per ripianare i debiti della sua città…), per cui una variazione relativamente modesta a livello di bilancia commerciale può avere un'incidenza consistente sull'economia. E si dà il caso che proprio un aumento delle esportazioni sia alla base della recente ripresa estone. Lo sbocco privilegiato dell'export estone è peraltro costituito da Paesi con congiunture favorevoli quali la Germania, la Svezia e la Finlandia. La Bulgaria, che ha seguito un analogo percorso di austerity ma che ha la sfortuna di confinare con la Grecia piuttosto che con un Paese scandinavo, non è infatti in una situazione altrettanto rosea.

Un altro elemento di unicità della congiuntura estone è la sua volatilità, tipica delle economie di transizione e semplicemente inconcepibile in sistemi più maturi. Risulta difficile accettare che Roma o Madrid possano permettersi di implementare politiche radicali come quelle di Tallinn, così come immaginare gli effetti su economie come quella italiana o spagnola di oscillazioni del Pil nell'ordine del ± 15% annuo o quintuplicazioni del tasso di disoccupazione. In questo senso, una crescita di quasi l'8% nel pieno di una recessione regionale è sicuramente un dato positivo - ma se letto alla luce del crollo di tre anni fa assume quasi la forma di una ripresa 'fisiologica'.

In ogni caso, il controargomento più convincente da twettare al Primo Ministro Ilves sarebbe il seguente: che il suo Paese cresce grazie alle ingenti allocazioni di fondi europei, che ammontano al 5% del Pil estone nel 2011 e nel 2012. Come mostra il grafico sottostante, senza queste spese (si badi bene al termine), la performance dell'Estonia sarebbe stata ben diversa…

Fonte: Fondo Monetario Internazionale

… e i neoliberisti non sarebbero così fieri del loro piccolo eroe. Tra l'altro, è piuttosto irritante constatare che i trasferimenti europei ai PIIGS non superano l'1%, anche in considerazione delle reiterate lamentele della stampa estone per l'obbligo di Tallinn di contribuire con 200 milioni di euro (briciole, anche fatte le dovute proporzioni, rispetto al contributo italiano) al Fondo Europeo Salva-Stati. Trasferimenti a parte, dal grafico emerge un altro dato preoccupante, e cioè che la crescita del Pil estone subirà quest'anno un rallentamento drammatico (+1,7% a fronte del 7,6% dell'anno scorso), indotto principalmente da un calo delle esportazioni. La disoccupazione resta a doppia cifra (11,5%), al di sopra della media dell'Unione Europea, e l'inflazione supera il 5%, così che i salari reali hanno continuato a deteriorarsi nonostante un aumento di quelli nominali. Infine, un deficit superiore al 2% rifarà la propria comparsa nel 2012[4].

Putroppo l'austerità è spesso una scelta obbligata. Occorre tuttavia stare in guardia dal mito dell'austerità espansiva, e cedere alla tentazione di suggerire ricette che individuano nei tagli indiscriminati alla spesa pubblica la formula magica per tornare a crescere. Il fatto che gli ultraliberisti non abbiano da proporci un modello migliore dell'Estonia fa molto riflettere.


[1] Fonte: IMF

[2] Fonte: IMF.

[3] Fonte: Statistics Estonia (Statistikaamet).

[4] Tutti i dati di questo paragrafo sono tratti dall'IMF Country Report del Novembre 2011.


Autore: Luca Franza
Fonte: imille.org


Per approfondire: Notizie di Economia



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03.07.2012Commento [milena]
Sarebbe interessante capire quale deflusso demografico abbia provocato la politica di austerità in Estonia: essendo una piccola economia aperta, dove i cittadini tradizionalmente parlano almeno 3 lingue a testa, lo sbocco che trovano nei paesi limitrofi, mantenendo il proprio paese con le rimesse degli emigrati, era il modello che aveva salvato l'Italia nel secolo scorso. Oggi sembra difficilmente realizzabile...


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