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Bulgaro
     
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La voce di un bulgaro speciale: Angel Wagenstein

16.11.2011

Bulgaro di origine ebraica ma per diversi anni residente in Francia, Angel Wagenstein è autore ancora poco noto in Italia. Il suo primo libro uscito da noi, Shangai addio1, risale al 2008. Quelli che qui di seguito cercherò di comparare sono i due testi successivi: I cinque libri di Isacco Blumenfeld e Abramo l'ubriacone (il cui titolo originale è in realtà "далеч от Толедо", Lontano da Toledo) . Si tratta di due romanzi completamente diversi, se non fosse per alcuni temi ricorrenti e l'evidente gusto dell'autore per la narrazione discorsiva in prima persona. Se Isacco è un'opera di sicuro spessore storico, organicamente ben congegnata (suddivisa appunto in cinque libri più una "Apocalisse finale"), Abramo rispecchia di più la tecnica narrativa cinematografica che Wagenstein, regista di vecchia data, ha certamente nel sangue. Ma vediamoli in dettaglio.

I cinque libri di Isacco Blumenfeld ha per protagonista - come è ovvio - Isacco Blumenfeld, piccolo sarto ebreo, personaggio singolare, buono d'animo e ottimista. Isacco nasce nel 1900, esattamente come il Danny Boodmann di Baricco, e attraversa l'intero secolo come se stesse compiendo un viaggio. Non proprio un viaggio di piacere, viste le guerre e i campi di concentramento, i morti e le privazioni. Argomento e scenari, per quanto velati di immagini poetiche, potrebbero essere davvero drammatici e a volte lo sono, come durante il trasporto dei cadaveri nel campo di concentramento di Flossenbürg: "Dai bordi del carro spuntavano braccia e gambe come i rami spezzati di un albero". Ma l'Ebreo Isacco riesce quasi sempre a sdrammatizzare il drammatico con un'ironia che non è costruita con la sagacia de La vita è bella di Benigni, piuttosto attraverso una dose inesauribile di ingenuità, come se la vita fosse una delle tante barzellette sugli Ebrei che il protagonista ama raccontare per semplificare i concetti. Barzellette che finiscono per alleggerire la tensione narrativa anche quando affronta le situazioni più crude.

A fare da contrappunto alla semplicità della figura di Isacco Blumenfeld sono l'acume e la saggezza del cognato, il rabbi Shmuel Bendavid. Personaggio scolpito, granitico nelle sue scelte, assetato di verità e di giustizia al punto di abbracciare la causa marxista e farsi sindacalista ed esponente del Circolo degli Atei. Se Isacco Blumenfeld strappa al lettore il sorriso di simpatia, il rabbi Bendavid suscita ammirazione, sia per la sua padronanza delle situazioni sia per la sua coerenza, compreso il suo amore disperato per Esther Katz.

La storia di Isacco Blumenfeld è in realtà pretesto per un grandioso affresco del XX secolo, passando per il dramma degli Ebrei, per l'assurdità delle guerre, per la follia dell'uomo che distrugge ciò che prima con grande dovizia ha costruito. "La vita - dice Isacco Blumenfeld - non è altro che una futile illusione, una fata morgana nel deserto, una caccia al vento". Il romanzo si chiude infatti con l'addio in piena solitudine del protagonista. Che nonostante tutto, forte della sua semplicità e della sua innata ironia, non rinuncia alla vita e saluta il lettore come si saluta un vecchio amico: "Laila tov, o detto con parole vostre, buona notte!"

Ma Isacco non finisce lì. È istintivo tornare all'inizio per rileggere il prologo (che si intitola Invece di un prologo ma che in realtà lo è) e la Lettera al rabbino Shmuel Bendavid, ossia le Parole introduttive di Isacco. Il romanzo si fa così circolare, l'epilogo spinge a tornare sulle prime pagine, e magari a ripartire da capo per un nuovo viaggio attraverso il "pentateuco" di Wagenstein.

Abramo l'ubriacone è invece un libro di atmosfera. L'atmosfera è quella suggestiva della Plovdiv nella prima metà del Novecento, la città natale che Wagenstein rivive con nostalgia. Non solo. La Plovdiv di Wagenstein si estende molto più in là nel tempo, è come la Macondo di Garcia Marquez: un po' mitica e un po' fantastica, un luogo dove la Storia si dilata all'inverosimile sino a sfociare in una dimensione tra il leggendario e il grottesco. È così che Plovdiv scivola nel mar Egeo dopo il diluvio universale e torna al suo posto nientemeno che rimorchiata da un cacciatorpediniere della flotta bulgara. Plovdiv è anche luogo dove gli Ebrei residenti sentono ancora il sapore amaro dell'esodo forzato dalla Spagna avvenuto quasi mezzo millennio prima e continuano, a distanza di secoli, a parlare l'idioma di quelle terre natali. Ma è anche la città contemporanea in preda alla speculazione edilizia, alla corsa sfrenata verso il liberismo incontrollato dopo gli anni di repressione dello statalismo comunista.

Wagenstein ricostruisce davanti al lettore il mondo apparentemente festoso di una convivenza pacifica tra etnie diverse (non per nulla i migliori compagni di sbronze dell'Ebreo Abramo, nonno del protagonista, sono il mullah Ibrahim, il rabbi Menashe Levi, il pope Isai). Nel corso della narrazione Wagenstein smantella questa "homonoia". La prima a lasciare Plovdiv è la comunità di zingari, internati su disposizioni del regime. Poi la minoranza turca, offesa dallo smantellamento irriguardoso del suo cimitero. Quindi la famiglia armena dei Vartanian, che tentano di raggiungere Parigi ma vengono arrestati. Infine gli Ebrei, che fuggono verso la terra promessa, il nuovo Stato di Israele (Wagenstein fa notare che la Bulgaria, nonostante l'occupazione tedesca, fu l'unico stato Stato europeo da cui non partì per le camere a gas nemmeno un Ebreo).

Il filo conduttore di tutto il romanzo è Abramo, mitologica figura di nonno bevitore incallito di "mastika" e al tempo stesso scrigno di antica saggezza. Il libro finisce infatti con la morte del vecchio, un episodio drammatico nella sua assurda banalità (viene travolto da un carretto con due cavalli imbizzarriti). Ma il motore che sorregge il romanzo è l'amore giovanile del protagonista Berto per l'armena Araxi. Un amore rimasto sospeso, che sembra si completi - almeno formalmente - con l'incontro che avrà luogo tanti anni dopo. Un amore che è, ancora una volta, pretesto: il pretesto per parlare di Plovdiv con la stessa nostalgia di un sogno irrealizzato e irrealizzabile.

Splendido personaggio, apparentemente secondario ma in realtà costruito a tutto tondo, è il fotografo greco Costas Papadopoulos, per gli amici Costaki, con il suo "Studio fotografico Eternità" che trabocca di fantasmi, di migliaia di fotografie e di negativi che sono Storia: la Storia di Plovdiv. E proprio perché tutto è "una caccia al vento" (ecco che torna l'espressione già presente in Isacco), anche la Storia lo è. Per questo l'archivio di Costaki finirà in cenere.

Entrambi i testi, Isacco e Abramo, sono dunque scanditi dal tema ricorrente dell'effimero, della vita come illusione, della "caccia al vento". Wagenstein utilizza parole che si rincorrono quasi identiche. Sempre in Isacco: "È tutto un'enorme illusione. Una corsa dietro al vento. Il nulla e l'ombra del nulla". Così in Abramo: "Perché tutto è effimero, una caccia al vento". Ma si rincorrono anche le evocazioni del Cantico dei Cantici, in Isacco soltanto citato, in Abramo con la trascrizione di una ventina di versi completi. E che cos'è, il Cantico dei Cantici, se non il simbolo più alto dell'amore? Questi dunque i punti fermi di Wagenstein: la vita e l'amore. E nonostante tutto, l'amore per la vita.

Due romanzi profondi e godibilissimi, entrambi nell'impeccabile traduzione di Sibylle Kirchbach dal bulgaro originale.

Angel Wagenstein, "I cinque libri di Isacco Blumenfeld" (Dalai Editore, 2009).
Angel Wagenstein, "Abramo l'ubriacone" (Dalai Editore, 2011).


1 - Angel Wagenstein, "Shangai addio" (Dalai Editore, 2008), traduzione di Roberto Adinolfi.


Autore: Romano Augusto Fiocchi
Fonte: Tuononews.it – Terzapagina... di Romano Augusto Fiocchi

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