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Effetto domino da Atene ai Balcani

15.06.2011

Standard & Poor's declassa Ia Grecia, a risentirne saranno la Serbia e la regione circostante.

La Grecia non ce la fa a risalire la china. Piuttosto, va sempre più giù. Ieri Standard & Poor's ha declassato nuovamente il paese ellenico, il cui rating, ora il peggiore al mondo, è stato portato in un colpo solo da B a CCC, senza passare dai livelli intermedi B- e CCC+.

L'ulteriore e perentoria retrocessione indica chiaramente che sulla capacità di recupero di Atene non è riposta una sola briciola di fiducia. Nei prossimi tempi tanto il governo Papandreou quanto l'Ue dovranno fare i salti mortali. Il primo allo scopo di evitare la paralisi, continuando a tagliare (oggi intanto si tiene un altro sciopero generale). La seconda per rielaborare di concerto con l'Fmi la strategia di aiuti, dato che la prima versione non ha prodotto i risultati auspicati.

Ma le ricadute della crisi greca non sono solo domestiche e comunitarie, se è vero che anche i Balcani guardano preoccupati a quanto succede sotto l'Acropoli. Più la situazione peggiora, più l'oltre Adriatico rischia infatti di subire brutti rovesci. Ciò deriva dall'ampio volume di investimenti che Atene ha effettuato nell'ultimo decennio nello spazio post-jugoslavo, allargato all'Albania, alla Romania e alla Bulgaria. I primi cinque istituti di credito della Grecia, NBG, Alpha Bank, Eurobank, Emporiki e Piraeus Bank, si sono accaparrati una discreta fetta del mercato locale attraverso l'acquisizione di alcune banche quali la serba Jubanka e la bulgara Post Bank, rilevate rispettivamente da Alpha Bank e Eurobank.

Ma gli investimenti non si limitano solo al settore bancario. I greci sono attivi in tutti i comparti chiave delle economie balcaniche (energia, telecomunicazioni, infrastrutture, immobiliare e manifatturiero), con Serbia e Bulgaria che risultano i due paesi che più hanno attirato capitali. Nella prima operano 250 aziende greche, nella seconda addirittura 600.

La Grecia è fortemente presente anche in Macedonia, malgrado il contenzioso diplomatico, relativo al nome da attribuire all'ex repubblica jugoslava, che oppone i due paesi da vent'anni. Si calcola che almeno ventimila persone, il 5% della forza lavoro, siano a libro paga di aziende greche.

Alcune delle quali hanno già battuto in ritirata. Ma la contrazione degli investimenti è una dolorosa realtà in tutta l'Europa sudorientale. A questa s'aggiunge la stretta sul credito praticata dalle banche elleniche, che rende difficile la ripresa dei Balcani, anch'essi colpiti duramente dalla crisi, come d'altronde attestano i prestiti concessi dall'Fmi a Romania, Serbia e Bosnia. Infine, c'è da annotare come l'infelice congiuntura si faccia sentire anche sul fronte delle rimesse, specialmente in Albania e Bulgaria, le due nazioni che, a livello regionale, vantano la più alta presenza di lavoratori immigrati in Grecia.

Cosa attendersi, in futuro? Gli addetti ai lavori ritengono che i Balcani, dovesse la degenza greca risultare ancora lunga, riusciranno tutto sommato a restare a galla, anche se potranno scontare una fase di stagnazione e difficoltà crescenti nell'impostare la ripresa. Si preannuncia qualche complicazione pure a livello di integrazione europea. Due le ragioni.

Da una parte Atene, accanita tifosa dei Balcani, non potrà giocare le sue carte a questo tavolo, distolta com'è dai problemi interni. Dall'altra c'è una Bruxelles che, spaventata dagli spettri greci, sembra riluttante a dare la tanto invocata accelerata all'allargamento a sudest. Ma almeno - questa la nota positiva - non sta congelando il processo. La Croazia, è stato deciso pochi giorni fa, entrerà infatti nell'Ue il primo luglio 2013. La Serbia potrebbe invece guadagnare a dicembre il rango di paese candidato all'adesione. Lo stesso ottenuto sei mesi fa dal Montenegro.


Autore: Matteo Tacconi
Fonte: Europa Quotidiano


Per approfondire: Notizie di Economia



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