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Rana Dasgupta
Rana Dasgupta

Tra Sofia e New Delhi il disastro del progresso

29.04.2011

Parla Rana Dasgupta, indiano "di ritorno", che in "Solo" racconta una storia bulgara, con un occhio alla sua terra

Secondo Salman Rushdie è «lo scrittore indiano più originale, più sorprendente della sua generazione», ma tra i tanti aspetti imprevedibili di Rana Dasgupta, quarantenne autore di Solo, il romanzo «strano e stupefacente» che ha vinto l'ultimo Commonwealth Writers' Prize (traduzioni fioriscono in tutto il mondo, da noi l'ha appena pubblicato Feltrinelli), c'è anche la sua perplessità davanti all'arruolamento nazionale. «Non sono uno scrittore indiano», precisa. «Anche se - medita - forse lo sto diventando». Lo sta diventando perché da dieci anni ormai vive a New Delhi e perché la capitale dell'India sarà la protagonista del suo prossimo libro, ma all'inizio no, indiano non si sentiva proprio.

Perché ha scelto di tornare in India, allora, invece di restare in Inghilterra [dov'è nato e cresciuto, padre bengalese e madre britannica]?

«In Inghilterra non ci stavo più. Per il mio lavoro, consulente di marketing, ho abitato parecchio tempo a New York e ho viaggiato il mondo, ma in India mi sono stabilito perché lì abitava la donna di cui ero innamorato. Viveva a Delhi e sono venuto a Delhi, ma se fosse vissuta a Città del Messico sarei andato a Città del Messico».

E sarebbe diventato uno scrittore messicano?

«Forse».

In ogni caso, il suo romanzo non parla né dell'Inghilterra, né dell'America, né dell'India. Solo è la storia, narrata a ritroso, di un vecchio bulgaro centenario che ha attraversato le vicende del suo Paese dall'Impero Ottomano all'indipendenza, al fascismo, al comunismo, al caos capitalista post-sovietico... Come le è saltato in testa di scrivere una storia bulgara?

«Quando studiavo pianoforte al conservatorio di Aix-en-Provence ho ascoltato Le Mystère des voix bulgares, sa, il celebre coro femminile di musica folk, e ne sono rimasto affascinato. Ho cominciato a interessarmi alla Bulgaria, sono andato a Sofia, e più ci stavo, più leggevo, più imparavo, più conoscevo gente, più l'interesse cresceva...».

Perché?

«Di quello che s'è perduto nel corso di un unico secolo in Europa, di tutto ciò che il XX secolo ha spazzato via senza scampo, la percezione, da noi, non è immediata. In Francia, per dire, o in Inghilterra, le modifiche sono state profondissime, ma coperte di cosmetici. In Bulgaria, invece, il Medioevo è ancora evidente, e la melanconia per ciò che è stato distrutto più acuta, perché ben poco, o nulla, ne è venuto di positivo. Il "progresso" s'è risolto in disastro, un disastro cui tutte le idee politiche del secolo scorso hanno contribuito».

Il protagonista del suo libro rispecchia bene questa desolazione. Se è campato a lungo, è solo perché ha vissuto una vita marginale, ambizioni frustrate, amori perduti, illusioni spente, rinunce costanti.

«Sottrazioni e silenzi: la sua capacità di comunicare si estingue progressivamente...».

Eppure, lei scrive: «Ricordare gli dà un piacere particolare, un po' come spiegare le ali. La mente si apre e afferma la propria sensualità - e a volte non importa se i ricordi sono tristi». Che cosa importa, allora? Perché ha scritto di una tragedia e poi, in un certo senso, la nega?

«Quando sono arrivato in India, nel 2000, incominciava il boom economico. E via via, negli anni successivi, c'era una specie di corsa da parte di tutti a raccontare storie di carriere fantastiche, di mete raggiunte e sorpassate, di affermazioni personali strepitose. Allora mi sono detto: devo scrivere un libro sul fallimento. Devo scriverlo per oppormi all'idea che il valore della vita sia il successo».

Riformulo la domanda precedente: che valore trova, nella propria vita, un vecchio che è stato sempre sconfitto in una società sconfitta?

«La vita umana, per me, è una sorta di combinazione tra realtà e sogno; sogni a occhi aperti, fantasticherie, storie. L'immaginazione, la narrazione è ciò che si oppone alla spietatezza della realtà, alla brutalità del quotidiano».

Il suo protagonista si chiama Ulrich, come il protagonista dell'Uomo senza qualità di Musil. Un caso?

«No. Sofia all'inizio del secolo è una specie di pallido facsimile di Vienna. Il padre di Ulrich gli dà quel nome perché vive in una patetica ammirazione per tutto ciò che è tedesco, la scienza, la cultura, il "progresso", appunto».

Eppure il feroce, vano progresso che tarpa e distrugge Ulrich e la Bulgaria nella prima parte del suo libro viene riscattato nella seconda. Qui i sogni di Ulrich si sfrenano, perché non narra più il passato, ma il futuro. Il selvaggio futuro delle nuove economie dell'Est, gangsteristico, spietato, disordinato, globalizzato...

«... ma di una vitalità travolgente. Qui sì mi sono lasciato influenzare dal posto dove vivo, dall'energia enorme dell'India che emerge, dalle possibilità innumerevoli che si prospettano. Il mondo si è capovolto. Visto dall'Occidente è in declino, ma visto da qui, dai Paesi emergenti, è in crescita».

Una crescita che genera un mucchio di ansie.

«Ma anche di speranze».


Rana Dasgupta è nato a Canterbury nel 1971 da padre bengalese e madre inglese ed è cresciuto a Cambridge. Ha studiato Letteratura francese presso il Balliol College di Oxford, pianoforte al conservatorio Darius Milhaud di Aix-en-Provence e Communication Arts all'University of Wisconsin-Madison. Ha lavorato alcuni anni per un'impresa di marketing, prima a Londra, poi a Kuala Lumpur, e infine a New York, periodo durante il quale ha abbozzato il progetto di un ciclo di storie sulle città contemporanee. Nel 2001 si è trasferito a Delhi per dedicarsi interamente alla scrittura. Il suo primo libro, Tokyo Cancelled - un ciclo di storie sul modello di Boccaccio e Chaucer, mappa immaginaria del mondo contemporaneo -, è stato pubblicato in Gran Bretagna nel 2005, poi tradotto in molte lingue e uscito per Feltrinelli nel 2006.

Con Solo si è aggiudicato il Commonwealth Prize 2010. Con audacia immaginifica e brillantezza lirica, Rana Dasgupta dipinge il ritratto di un secolo attraverso la storia di un everyman bulgaro, Ulrich, cieco e centenario, raccontando la sua esistenza ma soprattutto i suoi sogni, le vite che non ha vissuto."Solo conferma Rana Dasgupta come il più inaspettato e originale scrittore indiano della sua generazione." - Salman Rushdie.


Il Libro

Diviso in due movimenti, Solo racconta la vita e i sogni di Ulrich, un chimico bulgaro nato nella prima decade del Ventesimo secolo. Nel primo movimento del romanzo Ulrich, ormai cieco e vecchissimo, chiuso in un anonimo appartamento di Sofia, si abbandona ai ricordi e rievoca la sua vita. Figlio di un ingegnere ferroviario, poco più che bambino, Ulrich ha due grandi passioni: il violino e la chimica.

Negatagli la prima dal padre, parte per la Berlino di Einstein e Fritz Haber per approfondire la seconda. Ma i suoi studi sono interrotti quando la fortuna di famiglia si estingue e deve tornare a Sofia per aiutare i genitori. Non lascerà più la Bulgaria. Le ambizioni professionali che gli rimangono sono seppellite prima dall'avvento del comunismo e poi da quello del capitalismo selvaggio.

Quella di Ulrich è una vita fallimentare, ma, avvicinandosi alla fine, si rende conto di come le frustrazioni della sua esistenza siano state un terreno fertile per la creazione di una vita sognata. E sono questi sogni che vanno a comporre la volatile seconda parte del libro.

Nel secondo movimento, in un rapido balzo dal passato al presente, da vite vissute a vite fantasticate, Dasgupta segue i figli immaginari di Ulrich, che, pur nati nel comunismo, si fanno strada in un mondo post comunista fatto di celebrità e violenza: Boris, musicista bulgaro nato poverissimo che diventa una star mondiale; Khatuna, sensualissima giovane moglie di un boss della mafia georgiana costretta alla fuga dopo l'omicidio del marito, e suo fratello Irakli, poeta.

Personaggi e moventi s'intrecciano con il ritmo del sogno dietro alle palpebre dell'anziano narratore che vede i suoi figli sognati, variazioni sul tema della sua vita, tentare di vivere come a lui non è riuscito. Grazie al sapiente intreccio di scienza ed emozioni, vecchio e nuovo mondo, reale e immaginato, Solo si rivela un'opera di grande virtuosismo e fascino visionario.

Data uscita 23/02/2011
Feltrinelli
Pagine - 352




Autore: Maria Giulia Minetti
Fonte: La Stampa



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