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Sì al crocifisso a scuola - Per la Corte dei diritti in Italia libertà garantite

19.03.2011

La Grand Chambre, secondo e definitivo grado della Corte europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo ha assolto l'Italia ribaltando il giudizio di primo grado. Il crocifisso nelle aule scolastiche non viola la libertà di religione né la libertà dei genitori di educare i loro figli. È la conclusione di una vicenda sollevata nel 2002 da una famiglia padovana che ha avuto contro il governo italiano e il Vaticano. Destra e sinistra esultano, il governo convince Strasburgo che da noi tutte le religioni sono trattate allo stesso modo. Frattini parla come un neocon: «È il primo segno di vita dell'Europa». Ma al fianco di Roma non c'erano i paesi fondatori.

La grande vittoria europea che riempie di felicità il governo italiano è in fondo una vittoria ottenuta contro l'Europa. «La vecchia Europa» come dice il ministro degli esteri Frattini, recuperando al momento giusto la terminologia neocon. Nessuno dei paesi fondatori ha sostenuto l'Italia nel ricorso alla Grand Chamber di Strasburgo. Non la Francia, l'Inghilterra o la Germania, neanche la cattolica Spagna. Piuttosto il nostro pese ha trovato solidarietà in Armenia, Russia, Malta, San Marino e pochi altri ma ha vinto nel giudizio di appello sul crocifisso nelle scuole pubbliche. Non viola la libertà religiosa né la libertà dei genitori di educare liberamente i loro figli, hanno sentenziato ieri i giudici cui spetta il compito di far rispettare la convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo, firmata proprio a Roma nel 1950.

La sentenza, redatta probabilmente a febbraio dopo l'udienza di appello del giugno 2010, è stata letta ieri pomeriggio e ha visto il coronamento degli sforzi italiani e vaticani - la santa sede ha espresso soddisfazione per una decisione «storica» che «contribuisce a ristabilire la fiducia nella Corte europea dei diritti dell'uomo» alla quale però Città del Vaticano non ha mai voluto sottomettersi ratificando la convenzione. La sentenza, rovesciando quando stabilito nel 2009 dalla Corte in primo grado e pur riconoscendo che il crocifisso non può essere altro che un simbolo religioso («culturale» aveva provato a definirlo il governo italiano), ha stabilito che non c'è prova che i ricorrenti - la signora Soile Lautsi sposata con un medico della provincia di Padova, Massimo Albertin, e i suoi due figli - siano stati limitati nei loro diritti perché la scuola prima e la giustizia amministrativa poi hanno rifiutato di schiodare il crocifisso dall'aula della loro classe elementare. Tutto cominciò durante un tempestoso consiglio di istituto della Vittorino da Feltre di Abano Terme nel 2002 e si è concluso definitivamente ieri con il voto a favore di quindici giudici della Grand Chambre e il parere dissenziente di altri due - lo svizzero e il bulgaro (curiosamente la Bulgaria era uno dei dieci stati che favorevoli al ricorso italiano, al quale si sono invece opposte associazioni come Human rights watch). Nel 2009 il giudizio della Corte contrario all'Italia fu invece unanime e tra quei giudici c'era anche Vladimiro Zagrebelsky, come ieri ha velenosamente notato il ministro della giustizia.

L'umanesimo di palazzo Chigi

Alfano è intervenuto con il sottosegretario e gentiluomo del papa Gianni Letta in una conferenza stampa organizzata già da qualche giorno nell'attesa della pubblicazione della sentenza - e per festeggiarla - dall'associazione Umanesimo cristiano il cui presidente, il consigliere di stato Claudio Zucchelli, è anche il presidente del dipartimento affari giuridici della presidenza del Consiglio. Zucchelli con il suo vice a palazzo Chigi Umberto de Augustinis ha costruito la linea di appello italiana, correggendo le tesi più politiche (perché basate su quelle «radici cristiane» che in Europa non sfondano) risultate perdenti in primo grado. Meglio puntare sulla tradizionale prudenza della corte, che infatti ieri ha ribadito di riconoscere agli stati «un margine di discrezionalità nel conciliare l'esercizio delle funzioni in materia di educazione con il rispetto del diritto dei genitori di garantire le loro convinzioni religiose». Purché l'esposizione dei simboli non «travalichi nell'indottrinamento» e questo in Italia secondo i giudici di Strasburgo non avviene anche perché, scrivono, il governo assicura che «l'insegnamento del cristianesimo non è obbligatorio, non è proibito indossare simboli di altre religioni come il velo islamico, spesso si festeggiano la fine e l'inizio del Ramadan...». Ma se si fa notare al ministro Frattini che queste condizioni «garantite» dal governo italiano alla Grand Chambre non sono quelle reali della scuola pubblica, la risposta è che si tratta di un'obiezione «laicista» e che in Italia «in rapporto al territorio c'è il maggior numero di moschee», parallelo difficile da verificare oltre che da comprendere

Per il ministro degli esteri si è trattato comunque di un notevole successo diplomatico, il risultato di un impegno lungamente condotto in prima persona - ex magistrato, ha coordinato i tavoli tecnici al ministero - in un periodo in cui dall'Afghanistan alla Libia non sarebbero mancate le distrazioni. Ma la sua soddisfazione è quella di tutta la politica italiana che così può archiviare le scene seguite alla prima sentenza negativa, quando i sindaci di destra e di sinistra si affrettarono a comprare pacchi di crocifissi da appendere nelle classi, i deputati innalzarono crocifissi marmorei dai quattro metri in su e i ministri impavesarono con lo stesso simbolo tutte le stanze dei ministeri. Curioso però che per vedere riconosciute le sue ragioni l'Italia abbia dovuto fare riferimento a due antiche prove di autonomia statale in campo religioso, entrambe però di segno opposto. In nostro favore hanno giocato i precedenti di Lucia Dahlab, insegnate svizzera convertita all'islam cui fu proibito di indossare il velo durante le lezioni e Laeyla Sahin, studentessa turca che per la stessa ragione fu espulsa dalla facoltà di medicina. In Italia, invece, in nome dell'autonomia degli stati, hanno vinto la religione e l'obbligo di arredare con il suo simbolo le classi, così come stabilito dal Regio decreto del 1928. Assieme al ritratto del re, al pallottoliere e alla carta murale delle colonie.


Autore: Andrea Fabozzi
Fonte: Il Manifesto




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