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Tzvetan Todorov: una vita da passatore

09.12.2010

Leggendo la prosa della bellissima e difficile traduzione realizzata da Gabriella D'Agostino (anche autrice di una dotta postfazione che mette in contesto il pensiero di Todorov e suggerisce possibili ulteriori percorsi di lettura), il lettore si trova trasportato, forse un po' indietro nel tempo, in un fumoso caffè del quartiere latino. Un vecchio intellettuale, conscio dell'infantilismo della vanità, si concede in modo appena un po' reticente a un'allieva e ammiratrice: una giovane donna, oggi nella realtà la nota pubblicista Catherine Portevin, che aveva incontrato il nome di Todorov alla Sorbona per la prima volta all'età di diciotto anni, e ne aveva via via scoperto l'opera, tanto sconfinata nei temi e nell'erudizione da farle pensare, fino al 1999, che di Todorov ce ne fosse una intera famiglia!

La conversazione è dottissima. L'intervistatrice è qualificata, conosce bene i venticinque libri pubblicati da Todorov in una lunga carriera parigina che lo ha portato a misurarsi alla pari con la crème de la crème dell'intellettualismo della rive gauche. Così la grande stagione dello «strutturalismo» inteso (e poi contestato da Todorov) nel senso più ampio del termine, da Lévi-Strauss a Genette a Lacan a Barthes ad Althusser (che Todorov non ama) a Sartre (che Todorov detesta in modo palese), viene attraversata nella conversazione. Sono pagine che offrono al lettore materiale per riflettere su una stagione feconda attraverso la narrazione di uno dei suoi protagonisti. Più avanti si narra del distacco di Todorov da questi maestri, del suo «passaggio» a un pensiero diverso, e lì la conversazione erudita riprende, questa volta accompagnata dallo scenario di un «umanesimo ben temperato», che cambia secolo e protagonisti (siamo ora a Rousseau, Montesquieu, Tocqueville, Constant), per giungere poi a una riflessione dei suoi epigoni nel liberalismo contemporaneo «dal volto umano» - Raymond Aron, Louis Dumont, Isaiah Berlin - che culminerà nello sforzo di autodefinizione di Todorov come mediatore culturale, delicato oltrepassatore di confini (ma certo, aggiungo io, non loro distruttore).

Il volume non racconta soltanto alcune tappe della storia del pensiero occidentale attraverso i molti temi affrontati dai libri di Todorov, giustamente divenuti classici come La scoperta dell'America o Noi e gli altri. Nella conversazione si affrontano temi davvero impegnativi come la verità, il perdono, il personale, il politico, la casualità, il totalitarismo, il mimetismo, l'ibridazione e molti altri ancora, temi su cui Todorov mostra di aver riflettuto dalle sue molteplici prospettive disciplinari (o forse meglio sarebbe dire contro-disciplinari).
Todorov ama presentarsi come uomo saggio, capace di rifuggire ogni estremo, ricercatore di virtù e conoscenza, interprete fedele del dubbio metodico coltivato da quella tradizione laica e moderata che egli tanto ammira. E dichiara espressamente di rifuggire ogni manicheismo, non di rado venendo incalzato dalla sua intervistatrice che gli rimprovera di fare «l'elogio della moderazione». Todorov così risponde: «Insipidezza della moderazione: è incontestabile. Si può scoprire dunque l'attrattività dell'insipidezza, come in certe civiltà orientali, o fare in modo di rendere estrema la moderazione (unico estremismo possibile), darle intensità, spingerla sino all'estasi. A lei la scelta!»

Ai miei occhi manichei, però, di persona che ritiene che questo sia il tempo storico in cui si deve «prender partito», la saggezza di Todorov, cresciuto in Bulgaria e allontanatosi in punta di piedi alla prima occasione possibile, quel senso di gratitudine per il sistema «liberale» che lo ha accolto e reso uomo di successo, il suo anticomunismo viscerale che suona come condanna senza appello, i parallelismi fra nazismo e comunismo, sono apparsi - devo dire - manifestazioni di eccessiva cautela. Egli non fa (giustamente) sconti al comunismo realizzato, per come lo ha vissuto direttamente, attraverso l'esperienza dei suoi familiari e dei suoi amici e per ciò che ne ha saputo e studiato dopo. Tuttavia, non riesce a leggere il capitalismo nella sua realizzazione contemporanea, forse perfino più disumana del comunismo.

Eppure, il libro offre materia per riflettere, per continuare a interrogarsi sul ruolo che l'intellettuale deve assumere, sul suo dovere di schierarsi con i vinti, di smascherare le narrative dominanti, fatte con gli occhi del vincitore. Todorov lo fa facendo emergere punti di vista inediti. Non è certamente un rivoluzionario, ma un uomo che, come lui stesso dichiara, ha sempre cercato di rispondere «a un'unica domanda: come vivere?». A questa ricerca ha dato forma nei suoi libri, da quelli riguardanti specialistiche analisi testuali agli altri, di storia, di antropologia, di scienze umane, cercando sempre di assumere il punto di vista dell'altro e di riguardarsi allo specchio con quei nuovi occhi. Si tratta di un difficile e affascinante cammino verso la conoscenza. E la conoscenza, per Todorov, non è fine a se stessa ma «la via d'accesso a un po' più di saggezza». Forse è poca cosa. O forse no.

TZEVETAN TODOROV, UNA VITA DA PASSATORE. CONVERSAZIONE CON CATHERINE PORTEVIN,
A CURA DI GABRIELLA D'AGOSTINO, SELLERIO, PP. 482, EURO 20


Autore: Ugo Mattei
Fonte: Il Manifesto

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