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Il “grande balzo” cinese nei Balcani

17.07.2010

Ex-Jugoslavia, Bulgaria, Romania, Grecia. L'espansionismo di Pechino arriva in Europa.

L'Europa smobilita dai Balcani, la Cina piazza la bandierina. Martellati dalla crisi, i paesi comunitari più attivi a livello economico nell'ex Jugoslavia e nei Carpazi hanno congelato diversi progetti e rivisto al ribasso le loro strategie nella regione. Pechino ne ha subito approfittato, facendo affluire oltre Adriatico una montagna di quattrini. Negli ultimi mesi i cinesi si sono letteralmente scatenati, siglando una raffica di accordi con i governi locali e mostrando un particolare appetito in ambito energetico e infrastrutturale.

Il momento fondante del "grande balzo" cinese nei Balcani è stata la firma della partnership strategica con la Serbia, arrivata nell'agosto 2009. Belgrado, con quell'intesa, s'è candidata a ricoprire il ruolo di baricentro degli investimenti cinesi nella regione. In cambio, il dragone ha messo mano ai forzieri della banca di stato Exim, affidando 170 milioni di euro alla China Road and Bridge e 850 alla China Machinery and Equipment Import and Export, rispettivamente incaricate di realizzare due progetti di grande rilevanza: il ponte di Zemun a Belgrado e il potenziamento della centrale termoelettrica di Kostolac.

Con l'accordo del 2009 è stato finalizzata anche la costruzione del China Trade Centre, immenso centro commerciale situato all'intersezione tra le autostrade E70 (Belgrado-Nis) e E75 (Belgrado-Novi Sad). Costo dell'operazione: 35 milioni di euro. A investire sarà la compagnia Diplon e i lavori termineranno entro quest'anno.

Dalla Serbia, complice il riflusso degli investimenti provenienti dall'Europa occidentale, i grandi gruppi di Pechino si sono poi rapidamente e freneticamente fiondati in tutto lo spazio balcanico. In Bulgaria, il nuovo distretto economico speciale della capitale Sofia registra già la presenza di diversi businessmen cinesi. A Lovech, sul versante settentrione del paese, la Great Wall Motor, principale costruttore d'auto della potenza asiatica, inaugurerà a breve uno stabilimento. Mentre la Luoyang, colosso del vetro, rilancerà la produzione nella dismessa fabbrica di Razgrad.

Affari anche in Grecia. Lo scorso mese il vice primo ministro cinese Zhang Dejiang, ha "soccorso" il paese ellenico firmando importanti protocolli commerciali, dal valore di oltre tre miliardi di euro, specie nel settore della cantieristica navale. Pechino, secondo alcune indiscrezioni uscite sulla stampa greca, dovrebbe finanziare inoltre la costruzione di un aeroporto sull'isola di Creta.

Di porti e aeroporti si parla anche in Croazia, dove le aziende cinesi dovrebbero investire nello scalo marittimo di Ploce e in quello aereo di Zagabria. Nel resto della regione, da registrare gli investimenti nel settore del carbone in Romania e in quello termoelettrico in Bosnia, dove di recente la Dongfang ha annunciato un esborso da 500 milioni di euro per la costruzione di una centrale a Stanari.

Che valore dare all'offensiva cinese nei Balcani? C'è chi ha sostenuto che la Cina, investendo massicciamente nell'area, voglia creare una sua "porta d'accesso" sull'Europa. La tesi è un po' forzata. Dopotutto La Cina in Europa è già presente. Fondamentalmente, il diluvio di denaro riversato sui Balcani non è che la conferma dell'abilità con cui Pechino sa fiondarsi negli "spazi vuoti" (vedi alle voce Sudamerica e Africa) e della volontà di competere, in ogni arena e a ogni livello, con le potenze "classiche". Più che altro, il discorso riguarda la latitanza dell'Europa nei Balcani.

L'Ue, con il disimpegno economico nella regione, rischia seriamente di ritardare la cooptazione nella famiglia comunitaria dell'ex Jugoslavia e d'indebolire i legami con quella parte di Balcani che in Europa c'è già. È inevitabile che da Zagabria a Sofia s'inizi a guardare altrove. A oriente.


Autore: Matteo Tacconi
Fonte: Europa Quotidiano


Per approfondire: Notizie di Economia



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