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Giovane Italia xenofoba: ritratto di chiusure e fobie

19.02.2010

Sono stati resi noti ieri i principali indicatori demografici elaborati dall'Istat e relativi ad una fotografia del Paese alla fine del 2009. Il numero di residenti ha toccato la soglia dei 60milioni e 387 mila, il tasso di incremento risulta essere del 5,7per mille. Cresce anche il numero delle persone attive, 65,8% del totale con una crescita di 176mila unità mentre è calcolato attorno alle 570 mila il numero delle nascite nell'anno passato con un tasso di natalità del 9,5 per mille residenti. Ma l'Italia si avvia a divenire sempre più un paese abitato da persone anziane, oggi sono il 20,2% quando sono solo il 14% i giovani che hanno meno di 14 anni.

La salvezza e l'equilibrio demografico - con buona pace delle camice verdi - sono garantiti dalla presenza migrante che ormai ha raggiunto il 7,1% del totale. Una popolazione giovane, il 22% ha meno di 17 anni e il 70% meno di 40, gli immigrati in Italia hanno una età media di 31,5 anni a fronte degli autoctoni che superano i 44. C'è però una flessione negli ingressi rispetto all'anno precedente, un dato che dovrebbe far riflettere.

Non sono le politiche securitarie a demotivare la volontà di venire in Italia. Anzi, i dati del 2009 risentono anche dell'ultimo "decreto flussi". L'emersione dal lavoro nero ha visto finora iscriversi all'anagrafe 35 mila persone, poco rispetto alle aspettative. Se ne desumono due concetti. Intanto c'è minore volontà di venire in un Paese che, alla crisi economica, accompagna l'assenza di politiche di inclusione sociale. Questo a testimoniare che i processi migratori hanno una propria soggettività, sono il frutto di decisioni meditate e ragionate, non solo della disperazione. Chi emigra opera una selezione tenendo conto non solo degli ostacoli legislativi da affrontare ma di un rapporto costi benefici.

L'Italia può oggi essere un paese di transito, dove arrangiarsi per poi spostarsi in migliori lidi europei o nord americani, ma non il luogo in cui far nascere e crescere figli che pagheranno la crisi e sembrano condannati a restare stranieri per sempre. In seconda istanza, l'Istat fotografa giustamente quelli che sono i processi visibili. La legislazione passata e presente, le difficoltà ad emergere dalla condizione di clandestinità e di irregolarità, fanno si che almeno 900 mila persone, tutte in età lavorativa, sfuggano a questi dati facendoli divenire sempre più distanti dalla realtà materiale.

In sintesi non si registra soltanto un calo degli ingressi ma e soprattutto, un calo delle persone in condizione di poter chiedere e ottenere la residenza, ovvero contratto di soggiorno, lavoro stabile e contratto di affitto. Se si guarda a quanto emerge da altri dati Istat, il concetto è ancora più evidente. Ad una lieve flessione dell'aumento delle presenze fa da contrasto un aumento netto (dal 16 al 16,5%) delle nascite in cui la madre è cittadina migrante. A partorire, anche se c'è chi al governo non gradisce, sono ancora anche le madri "irregolarmente presenti".

Con questo paese che non solo produce ma che fa parte a pieno titolo dei processi formativi, che vuole costruirsi futuro stabile e che sperimenta, anche con successo, momenti di riscatto sociale, tanto il governo, quanto le opposizioni, quanto un sentire comune troppo spesso obnubilato da messaggi negativi, si sarebbe dovuto da tempo cominciare a fare i conti. Ed è urgente farlo, prima che prendano piede processi di separazione ancora più radicali.

Le condizioni purtroppo ci sono tutte: la crisi sta divorando posti di lavoro soprattutto fra gli immigrati, sono quelli che più frequentemente si ritrovano estromessi dal ciclo produttivo, a questo, è sempre l'Istat a rilevarlo, si somma la sperequazione salariale, lo stipendio medio di un lavoratore migrante è in media inferiore del 21% a quello di un cittadino italiano. E questo solo riferendosi all'economia visibile. Una condizione che è percepita da molti italiani come "concorrenza al ribasso" e una, ma non l'unica causa dello straripare del razzismo tricolore.

Uno studio realizzato da Swg, presentato ieri alla Camera dei deputati, fatto fra i ragazzi fra i 18 e i 29 anni è raggelante. Il 45,8 % si dichiara fobica e xenofoba con diverse sfumature, il 10,7% rifiuta e manifesta fastidio per tutti tranne che europei e italiani, il 20% non esprime violenza ma chiede che gli "altri" stiano fuori dall'Italia. Se come prevedibile rom e sinti sono considerati i "meno graditi", quelli con cui non andare a cena e da non avere come vicini di casa. Forti anche le forme di antisemitismo dichiarato, di islamofobia, di omofobia, di chi è convinto dell'inferiorità delle donne. Si tratta di posizioni che si espandono velocemente anche on line, sono oltre 1000 i gruppi i gruppi xenofobi censiti finora su facebook.


Autore: Stefano Galieni
Fonte: Liberazione




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