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Emanuele Malaluso: «Il crollo del muro non mi sorprese»

26.12.2009

Emanuele Macaluso, classe 1924, storico dirigente del Pci e della Cgil, dice che i fatti del 1989 non lo travolsero e non lo sconvolsero. Né politicamente né emotivamente. «Ma questo - spiega Macaluso al Riformista - vale per tutti i comunisti italiani, a parte la minoranza guidata da Armando Cossutta. Né nella destra né nella sinistra interne al Pci c'era la convinzione che bisognasse stare con l'Unione Sovietica. Del resto, lo stesso Berlinguer aveva maturato un giudizio definitivo sui Paesi del socialismo reale…».

Parla dello "strappo" del 1976 («Mi sento più sicuro sotto l'ombrello della Nato») o di quello all'inizio degli Ottanta («È finita la spinta propulsiva dell'Ottobre»)?

«Parlo dell'attentato cui Berlinguer era convinto di essere scampato nel 1973 durante una visita in Bulgaria. Forse non sapremo mai se veramente i sovietici cercarono di assassinarlo inscenando un finto incidente stradale. Ma il fatto stesso che Berlinguer fosse convinto che le cose stavano così - e me lo disse personalmente - spiega bene quale fosse la sua idea di quei Paesi».

Riesce difficile capire come davanti a una tale convinzione Berlinguer non sia andato oltre gli "strappi".

In realtà il Pci in quegli anni aveva maturato nel gruppo dirigente il convincimento profondo che quella realtà, così com'era, non reggeva. Ma la linea era stimolare un processo di autoriforma. Cioè di riforma del socialismo reale in un socialismo democratico.

Un'utopia.

Per Berlinguer una necessità. Quella di restare ancorato all'anticapitalismo. La rivoluzione sovietica aveva rotto il sistema mondiale capitalistico. Il Pci voleva riformare quella rottura ma non sanarla, perché sanarla avrebbe significato ridare al capitalismo una dimensione globale. Questa fu la ragione per cui Berlinguer, che pure aveva marcato con nettezza un distacco dall'Urss, tuttavia pensava che il Pci non potesse diventare un partito socialdemocratico. Perché i socialdemocratici il capitalismo vogliono riformarlo, non abbatterlo.

Poi i tedeschi dell'Est abbatterono il muro…


Dal mio punto di vista non fu certo una notizia bomba. Era evidente che in quei Paesi stava maturando una crisi profonda e che si sarebbe arrivati a qualcosa di traumatico. Era ormai nell'ordine delle cose. Prima ancora del muro vero e proprio era caduto il muro del sistema.

Lei era stato più volte ospite della Rdt.

Nel 1973 o 1974 - non ricordo bene - guidai una delegazione che spiegò ai tedeschi dell'Est che per il Pci il vecchio sistema di rapporti era finito e che eravamo contrari a continuare a partecipare alle conferenze internazionali. Ma lo scontro peggiore lo avemmo su un altro punto. Parlando della Germania divisa io dissi che era chiaro che c'erano due Stati in una nazione. I comunisti tedeschi invece tendevano a dire che c'erano due nazioni e che è il sistema sociale a determinare la coscienza nazionale. Tutte balle. Non poteva durare.

Possibile che non ci fu mai un momento in cui credette al ruolo guida dell'Urss?

Certo che ci fu. La prima volta che andai in Urss era il 1953, l'anno della morte di Stalin. Guidavo una delegazione della Cgil. Girammo per più di un mese il Paese e vedemmo che le condizioni di vita erano spesso tragiche. Ma giustificammo la cosa col fatto che il dopoguerra era ancora vicino. Del resto, c'erano stati venti milioni di morti. Krusciov prima e Breznev poi fecero venir meno tutte le illusioni.
La disillusione non si trasformò in battaglia politica aperta.
Noi "riformisti" avremmo dovuto essere più netti e coraggiosi in due occasioni. Cecoslovacchia 1968 e Polonia 1980.

E nel 1989 no? La svolta di Occhetto sorprese voi "miglioristi". Eppure avreste dovuto essere voi a guidare la trasformazione dei comunisti italiani.

L'idea mia, di Napolitano, di Chiaromonte e di un gruppo importante di giovani come Morando e Ranieri, era che dovevamo andare verso il socialismo europeo. Ma nella direzione del partito questa posizione era minoritaria.

Lei ha scritto nella sua autobiografia: «Se mi avessero detto vent'anni prima che la svolta l'avrebbe fatta Occhetto non ci avrei mai creduto».

Occhetto ha dei numeri, delle qualità di propagandista. Non ero d'accordo con Bufalini, o con Napoleone Colajanni, che avevano una idea molto negativa di quel che Occhetto aveva fatto da segretario regionale in Sicilia. Ma una cosa era fare il leader locale, un'altra guidare il partito… A Occhetto riconosco una certa dose di follia, in senso positivo, nella svolta. Ma anche molti errori.

Quali?

Si mosse con estrema riservatezza, informando pochissime persone delle sue intenzioni. La motivazione ufficiale era che si voleva evitare una discussione lacerante. Che peraltro poi ci fu comunque. Io tendo a pensare un'altra cosa. Che davanti a una sinistra che sosteneva le tesi del "comunismo democratico", e una destra, la nostra, che guardava ai socialisti, Occhetto e i suoi giovani turchi - D'Alema, Fassino, Petruccioli, Mussi - giocarono la carta della sorpresa. La svolta fatta così servì a tagliare le due ali e a consentire al gruppo di Occhetto di continuare a tenere in mano il bastone. E poi Occhetto, anche volendo, non avrebbe mai potuto aprire al socialismo.

Perché?

Perché è chiaro che se tu andavi verso quella soluzione il segretario del partito poi avrebbe dovuto essere Giorgio Napolitano.


Autore: Stefano Cappellini
Fonte: Il Riformista


Per approfondire: Ho vissuto il 1989 - Venti anni dopo | 1989-2009 Venti anni dalla caduta del muro



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