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Il contadino dittatore di Sofia che crollò assieme al Muro

29.10.2009 - Sofia

Vent'anni fa, il 9 novembre 1989, lo stesso giorno in cui cadde il Muro di Berlino, Todor Zivkov, il veterano dei capi comunisti, perdeva il posto che occupava da trentacinque anni. Il «brusco cambiamento», secondo l'espressione degli storici di oggi, fu annunciato il giorno successivo e la gente entusiasta invase le strade e le piazze della capitale.

L'opposizione non avrebbe tardato a organizzarsi. Il filosofo Jeliu Jelev, futuro primo presidente della repubblica post comunista, si affrettò a lanciare la sua Unione delle forze democratiche. Ma le notizie dalla Bulgaria ebbero scarsa eco nei paesi vicini e nel resto del mondo. L'attualità era dominata in quei giorni dagli avvenimenti tedeschi ed appariva di scarsa importanza quel che accadeva alla periferia dell'impero in decomposizione. Inoltre, più che a un cambio di regime, la destituzione di Zivkov assomigliava a un pensionamento: aveva 78 anni e i suoi successori erano dei dirigenti comunisti. Sembrava la transizione da una generazione all'altra.

Subito dopo la seduta del Politburo, durante la quale erano state accettate le dimissioni di Zivkov ed era stato designato il suo avversario Petar Mladenov (53 anni) come successore, c'era stato un festino, con vino, cognac, whisky, e selezionati salumi bulgari. Era stato lo stesso Zivkov a riunire nel suo ufficio amici e nemici: i quali, aiutati dall'alcool, nel congedarsi si abbracciarono e promisero di incontrarsi al più presto «per prendere insieme un caffè». Il complotto contro Zivkov si concluse insomma senza violenza.

Le pistole che gli avversari del vecchio leader tenevano da giorni a portata di mano non servirono. Tardi, in quella stessa sera, i tedeschi di Berlino Est superarono in massa, indisturbati, il Muro, e si riversarono per le strade di Berlino Ovest. La barriera che divideva la Germania e l'Europa era caduta. Alcune ore prima, per caso, guidati da un addestrato fiuto politico, i comunisti bulgari avevano riacciuffato la storia che nel 1989 correva veloce.

Silurando Zivkov, a Sofia, dove ci si accodava con rara solerzia da decenni alle svolte politiche di Mosca, il partito aveva compiuto un precipitoso e opportuno aggiornamento, adeguandosi al nuovo corso di Michail Gorbaciov. A favorirlo, a sollecitarlo, aveva contribuito Viktor Sarapov, l'ambasciatore russo mandato a Sofia proprio da Gorbaciov. Sarapov era un noto generale del KGB con una lunga esperienza cinese. Zivkov lo trovava intelligente. Era spesso d'accordo con lui, ma si accorgeva puntualmente che in realtà «le sue idee erano diverse». Il capo bulgaro lo scriverà nel suo diario.

Todor Zivkov era ormai di intralcio. Anche lui, come Nicolae Ceausescu, il vicino rumeno, aveva irritato Michail Gorbaciov respingendo con disprezzo i due pilastri della nuova dottrina moscovita: la perestroika e la glasnost (la revisione in economia e la trasparenza in politica). Il russo e il bulgaro appartenevano a generazioni diverse. Il primo voleva riformare il comunismo agonizzante; il secondo era convinto che fosse irriformabile.

Gorbaciov giudicava Zivkov un personaggio pretenzioso. Zivkov riteneva Gorbaciov un leader inesperto. Inoltre l'atteggiamento di Gorbaciov verso i paesi satelliti aveva aggravato la situazione economica della Bulgaria. La quale non usufruiva più di scambi privilegiati con l'Urss come ai tempi di Breznev, quando riceveva a prezzi vantaggiosi energia e materie prime, e generose sovvenzioni.

Zivkov era corso ai ripari intensificando i rapporti con l'Occidente (in particolare con la Germania federale), e promuovendo un ambizioso programma economico ricalcato su quello di Deng Xiaoping in Cina (creazione di zone franche, società per azioni, nascita di un settore privato per aziende con meno di dieci impiegati...). Questa disordinata improvvisazione, apertamente polemica nei confronti della perestroika moscovita, aveva esasperato Gorbaciov e lo aveva spinto ad augurarsi un rapido cambio della guardia a Sofia.

Todor Zivkov aveva origine contadine. Era nato in una famiglia che lavorava la terra nella Bulgaria occidentale. A Pravets, la sua città, ha dedicato molta attenzione. La prima «automagistrala» (autostrada) creata nel paese collega Sofia a Pravets. E con il nome di "Pravets" è stato battezzato il primo computer uscito da una fabbrica bulgara. I suoi concittadini gli hanno eretto per riconoscenza una statua, quando era nel pieno del potere, ma lui l'ha fatta demolire per non alimentare il culto della personalità. La statua è poi stata rifatta dopo la sua morte avvenuta nel 1998, nove anni dopo la destituzione e il lento, incerto avvento della democrazia.

Todor Zivkov è stato più modesto di Nicolae Ceausescu, che si faceva dedicare poemi in cui era esaltato come "Danubio del pensiero" o "Genio dei Carpazi" o "Sole della patria". Todor Zivkov non arrivava a questi eccessi, ma si era circondato di persone solerti nel manifestargli in continuazione la loro "predanost" (lealtà, devozione).

Era stato nominato primo segretario del partito nel 1954, un anno dopo la morte di Stalin, e Nikita Kruschev lo aveva favorito affinché attenuasse l'esagerato culto della personalità dilagante nel mondo comunista e rivedesse il brutale sistema repressivo. Per alcuni anni la politica lanciata con la parola d'ordine «ritorno alle regole di Lenin» rese meno pesante il controllo sulla popolazione.

Ma il lungo esercizio del potere comporta inevitabili rischi. Anche Zivkov, come Ceausescu, ha avuto tentazioni dinastiche. Nominò ministro della Cultura la figlia Ljudmila, dopo averla mandata a studiare a Oxford. Il figlio Vladimir cominciò presto la sua carriera di dirigente comunista nelle organizzazioni giovanili. Il genero Ivan Slavkov fu rapidamente promosso nella gerarchia della tv di Stato.

Nel 1981 la figlia prediletta mori in un incidente automobilistico. Ljudmila si circondava di intellettuali non sempre di sicura fede comunista, o non troppo rispettosi del regime; e non sono in pochi a pensare, ancora oggi, che i servizi sovietici non furono del tutto estranei all'incidente mortale.

Sulle capacità intellettuali e sulla personalità di Zivkov c'erano opinioni discordanti. Alcuni gli riconosceva un raro senso dell'umorismo e ne apprezzavano la scaltrezza e l'arguzia del contadino. Altri erano più severi. Giudicavano scarsa la sua cultura politica e la capacità di valutare le situazioni.

Tra i primi, tra gli ammiratori, c'era Franz Josef Strauss. Il leader bavarese, campione dell'anticomunismo, era stato invitato a una partita di caccia nelle riserve bulgare straricche di selvaggina, e diceva di avere apprezzato in quella occasione il carattere di Zivkov. Cosa molto rara in un dirigente comunista, sapeva ridere di se stesso, al punto da collezionare le barzellette politiche non sempre lusinghiere per lui.

A Budapest, Janos Kadar non nascondeva invece la scarsa stima che aveva del compagno bulgaro. Lo racconta l'ungherese Gyorgy Dalos (in Giù la Cortina, Donzelli Editore). Kadar pensava che Zivkov fosse un politico ottuso.

In realtà era un astuto navigatore. «Non sono mai stato un dittatore», amava ripetere negli ultimi anni della vita. Ma il suo regime aveva e usava tutti gli strumenti di una dittatura. In particolare la Drzavna Sigurnost, la polizia segreta i cui uomini assassinarono tra l'altro, a Londra, nel 1978, con un ombrello avvelenato, lo scrittore Georgi Markov. E pochi anni dopo le indagini sull'attentato a Giovanni Paolo II condussero e si smarrirono sulla «pista bulgara».

All'interno del paese la rete dei delatori abbracciava i più remoti angoli della società, con una particolare attenzione per la minoranza turca. Nei primi anni Novanta il vecchio Zivkov scontava a domicilio, nella sua confortevole villa, una pena di sette anni per appropriazione indebita, inflittagli da un tribunale postcomunista. Sentenza poi annullata in appello.

Demetrio Volcic ebbe un lungo incontro con lui e gli ricordò i suoi rituali baci con Breznev: il primo sulla guancia sinistra, il secondo sulla destra, il terzo sulla bocca. Zivkov spiegò con schietta sincerità che una fotografia di quei baci, scattata dalla giusta angolazione, segnalava ai concorrenti rimasti in patria di restare calmi. Era la prova dei suoi buoni rapporti con il centro dell'impero. Gli garantiva un periodo più o meno lungo di tranquillità.

Di baci ai capi sovietici Zivkov ne dette molti nei trentacinque anni al potere. Fu il solo tra i capi dei paesi comunisti satelliti a non trovarsi mai seriamente in contrasto, fino all'arrivo di Gorbaciov, con il centro dell'impero. La "predanost" (la devozione, la sudditanza) che esigeva in patria, la adottò con rigore nei confronti del Cremlino.

Fu sempre il primo ad approvare le condanne sovietiche delle varie deviazioni del comunismo verificatesi in tre decenni. Denunciò il titoismo, l'eresia cinese, la controrivoluzione ungherese, l'insubordinazione rumena, l'indisciplina dei polacchi, l'eurocomunismo, le velleità riformiste cecoslovacche...

Per questo ha meritato il titolo di "eroe dell'Unione sovietica". Grazie alla sua obbedienza a Mosca, l'aggettivo "bulgaro" è servito, a lungo, nel linguaggio politico europeo, ad indicare chi praticava una sudditanza cieca, incondizionata.

Nelle "democrazie popolari", come si chiamavano i regimi dei paesi satelliti, il declino dell'ideologia comunista ha trasformato l'internazionalismo delle origini in un nazionalismo sempre più acceso. Il nazionalismo consentiva di recuperare i consensi perduti dal comunismo. Per puntellare le loro dittature i dirigenti politici cercavano tracce di gloria nel passato dei loro rispettivi paesi. Risalivano al Medio Evo e oltre.

Ceausescu esaltava l'identità latina dei rumeni per distinguerli dagli slavi, immaginando stravaganti parentele con gli imperatori romani. Lo sciovinismo veniva sollecitato con accuse contro le minoranze etniche. Ceausescu riversava il suo odio contro gli ungheresi di Transilvania. Zivkov se la prese con i turchi.

Sarà il suo ultimo grande errore. Un errore con risvolti criminali. L'atteggiamento dei comunisti bulgari verso i novecentomila abitanti di origine turca e i duecentomila pomaki (ossia musulmani di lingua bulgara) non era mai stato generoso: e non solo per motivi religiosi, in un sistema per sua natura antireligioso, o a causa della maggioranza ortodossa.

Nel riesumare la storia nazionale, il partito ha creato o risvegliato assurdi sentimenti di vendetta nei confronti delle minoranze che potevano apparire come i residui della lunga, plurisecolare, dominazione ottomana. Prima Zivkov fece slavizzare i nomi turchi in occasione del rinnovo della carta di identità. Arrivò anche a proibire la lingua turca nei luoghi pubblici e a punire i musulmani che praticavano la circoncisione. Vi furono arresti di massa e deportazioni.

Nella primavera dell'89, incoraggiati dalle riforme di Gorbaciov, gruppi di musulmani sempre più numerosi, soprattutto nei villaggi vicini al confine turco, hanno cominciato a reagire alle umiliazioni imposte nel nome del «patriottismo socialista». Hanno ripreso a parlare in pubblico la loro lingua e hanno ostentato gli abiti tradizionali. In aprile ci sono stati scioperi della fame. In maggio si sono moltiplicate le manifestazioni pacifiche.

L'intervento sproporzionato dell'esercito, con aerei e carri armati, ha fatto una decina di morti e centinaia di feriti. Sempre in maggio il governo ha preso una decisione spettacolare. E' ricorso a un espediente per provocare l'esodo dei turchi. Ha decretato che tutti i cittadini bulgari, a partire dal 1 settembre, potevano viaggiare liberamente all'estero. E ha concesso rapidamente i passaporti a quelli di origine turca.

Per sfuggire a umiliazioni e angherie, una valanga di emigranti (350 mila) si è allora riversata sul confine turco a piedi, con autobus, carrozze a cavalli, biciclette. Un esodo tragico che ha finito col travolgere, due mesi dopo, lo stesso Zivkov. Il 9 novembre, quando fu destituito, gli fu rimproverato anche quella follia sciovinista.


Autore: Bernardo Valli
Fonte: La Repubblica


Per approfondire: Ho vissuto il 1989 - Venti anni dopo | 1989-2009 Venti anni dalla caduta del muro



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