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Confini mobili: intrecci di culture tra Europa e Asia

23.09.2009

Diversi titoli recenti, da «Quando l'Asia era il mondo» di Stewart Gordon a «Le Turban et la Stambouline» di Jean-François Solnon, mettono in luce da un lato il fitto quadro di relazioni che in tutto l'arco del Medio Evo univa in una sola rete buona parte del continente asiatico, dall'altro la reciproca miscela di fascinazione e di confronto che segnava il rapporto tra i paesi europei e l'impero ottomano
L'Europa e l'Asia, che una lunga tradizione ideologica ci ha abituato a considerare come universi distinti, hanno al contrario un passato con molte tracce comuni, e sono anzi difficilmente distinguibili anche solo a partire dal profilo geografico: gli Urali a nord, il Caucaso e i Dardanelli a sud non sono mai stati vere barriere alla diffusione di popoli e di idee; le cosiddette steppe eurasiatiche hanno costituito invece a lungo il terreno fertile per la crescita di culture nomadi e seminomadi che hanno influenzato in modo profondo le civiltà più stanziali, interagendo con esse tanto a occidente quanto a oriente.

Monaci e mercanti

Spesso gli assertori di una specificità antica dell'Europa rispetto ai continenti e ai popoli altri, datano una coscienza «europea» alla Grecia di Erodoto, quando tuttavia con il termine Europa si intendeva una realtà geografico-culturale radicalmente diversa dall'attuale e confinata sostanzialmente all'area del Mediterraneo orientale, Anatolia inclusa, fino al Mar Caspio: il rivale persiano sarebbe certo stato più simile all'Europa erodotea di quanto lo erano, al tempo, le remote lande dell'Europa centro-occidentale o settentrionale, comprese fra le eschatiaí, le «terre ignote». È in realtà soltanto la coscienza di un modello economico, sociale, politico, culturale europeo affermatosi nel corso dell'età moderna a proiettare anche sul passato confini e limiti in realtà inesistenti; prima del XVI secolo si può davvero parlare di un continente eurasiatico dalle frontiere assai fluide attraverso le quali si muovevano pellegrini, diplomatici, mercanti, religiosi, e i cui centri più floridi non risiedevano a occidente ma a oriente.

Siamo in genere abituati a leggere i resoconti di viaggiatori europei alla scoperta dell'Asia; è anche per questo che si legge invece con piacere e con qualche sorpresa la traduzione italiana del libro di Stewart Gordon, Quando l'Asia era il mondo. Storie di mercanti, studiosi, monaci e guerrieri tra il 500 e il 1500 (Einaudi 2009, euro 32), dedicato invece a viaggiatori originari del continente asiatico: con l'eccezione del portoghese Tomé Pires, che tuttavia scrisse le sue memorie di viaggio a Cochin, da dove nel 1516 iniziò una disastrosa missione diplomatico-commerciale verso la Cina, e del tunisino Ibn Battuta.

Le biografie scelte da Gordon si ripartiscono fra personaggi noti, come appunto Ibn Battuta, Avicenna o Babur, discendente di Gengis Khan, conquistatore di Delhi nel 1526 e dunque primo imperatore mogul, e altri che sono poco conosciuti in Occidente: il monaco buddista del VII secolo Xuanzang; Ibn Fadlan, nel X secolo ambasciatore presso i bulgari per conto dei califfi abbasidi (ma i suoi viaggi non si fermarono lì: proseguì fino a incontrare i vichinghi che si muovevano tra il Baltico e la Russia, è la sua vicenda infatti ad aver ispirato il film Il 13° guerriero); il mercante ebreo egiziano Abraham bin Yiju, che opera tra le coste dell'Africa orientale e quelle dell'India. Attraverso l'insieme dei singoli episodi emerge un quadro di relazioni che uniscono in un'unica rete buona parte dell'immenso continente asiatico, creando codici di comportamento condivisi: «Inseriti nel racconto di Babur ritroviamo modelli di comportamento onorevole e di gioia condivisa che erano noti e praticati in tutta l'Asia, dal Medio Oriente alla Cina. Fu questo senso comune dell'onore, del decoro e del divertimento che permise ai grandi condottieri come Babur di reclutare soldati dall'Asia centrale, dal Medio Oriente, dalla Persia e dall'Afghanistan, nonostante le diversità di tradizioni e idiomi. In campo militare, il mondo asiatico offriva le stesse opportunità che la legge islamica e l'arte dell'amministrazione avevano offerto a Ibn Battuta, oppure il commercio ad Abraham bin Yiju».

La diffusione del buddismo e dell'Islam, argomenta Gordon, contribuisce a creare un minimo di background comune per genti etnicamente molto differenti le une dalle altre. A partire dal Duecento, anche i diplomatici e i mercanti europei cominciano a inserirsi in questo contesto: i primi cercano, con scarso successo, un legame con i mongoli in funzione antiaraba; gli altri provano a percorrere la Via della seta in cerca di contatti diretti per procurare le merci ricercate (spezie e tessuti, soprattutto) che abbondavano nei mercati dell'estremo oriente e dell'India. La maggiore o minore fortuna di questi mercanti coincideva con la loro capacità di comprendere i meccanismi che regolavano il mondo asiatico, e sembra di poter dire che almeno veneziani e genovesi ebbero le loro chance.

Una società cosmopolita

L'episodio sfortunato di Tomé Pires mostra invece una situazione opposta: la missione fallisce perché i portoghesi ignorano i rituali di corte, il rispetto dovuto all'imperatore, e più in generale i «modelli di comportamento onorevole» di cui Gordon parla; a questo si aggiunge un senso di superiorità etnico-religiosa nutrito dai portoghesi, novità che si andava sviluppando in una parte della società europea, e che avrebbe dato i suoi frutti avvelenati nei secoli successivi. Nel frattempo, una popolazione partita dall'Asia centrale, i turchi ottomani, aveva completato la sua marcia verso occidente assoggettando agli inizi del Quattrocento quel che rimaneva dell'Impero romano d'Oriente e conquistandone nel 1453 la capitale Costantinopoli. I turchi occupavano così un'area strategica, una vera e propria cerniera nei rapporti tra l'Europa e l'Asia, divenendo dal XV secolo in poi un ponte fra i due continenti: perché, se è vero che le navigazioni oceaniche e la circumnavigazione dell'Africa avevano ormai portato gli europei a commerciare in prima persona nell'Oceano Indiano e nel sud-est asiatico, almeno l'Europa centro-orientale e l'Asia centrale continuavano a ruotare ampiamente dal punto di vista economico intorno all'area del Mar Nero, del Mediterraneo orientale, del Bosforo: e qui, i turchi erano ormai gli attori principali.
Le storie dell'impero ottomano sono innumerevoli, ma quella scritta di recente da Jason Goodwin (I signori degli orizzonti. Una storia dell'impero ottomano, Einaudi 2009, euro 32) presenta qualche particolarità: l'autore è infatti uno scrittore più che uno storico, noto per i suoi romanzi ambientati nella Istanbul ottocentesca, che si fanno apprezzare soprattutto per la conoscenza dettagliata della società ottomana. Logico quindi aspettarsi qualcosa di simile dalla sua storia dell'impero, nella quale non manca una progressione cronologica degli eventi principali, ma il cui principale interesse risiede nella descrizione di una società cosmopolita, che ingloba e accoglie popoli e culture differenti.

L'impero ottomano di Goodwin è un mondo di odori, colori, ritmi: spesso gli eventi storici sono appena accennati (talvolta con qualche semplificazione e alcuni errori fattuali di troppo), magari accostati a un'infinità di aneddoti, proprio per cercar di rendere al meglio le qualità di fondo di questa strana e per molti versi ineguagliata creazione che ha fatto della mancanza di uniformità la sua arma migliore: «Ovunque nell'impero esistessero specialità regionali, gli ottomani erano lieti di approfittarne. Nel mondo equestre, tutti conoscevano i bulgari ... Nessuno sapeva condurre un cammello meglio dei nomadi dell'Arabia, che riuscivano a fornirne trentamila ogni anno quando l'esercito partiva per la guerra. Nessuno lavava gli abiti meglio degli abitanti del villaggio di Kastamonu ... Nessun sovrano era più malleabile e servile dei voivoda di Valacchia e Romani». Il suo carattere di frontiera lo rende d'altra parte un ponte ideale fra l'Europa e l'Asia, almeno quella vasta parte di Asia centrale (Uzbekistan, Tagikistan, Turkmenistan, Afghanistan) cui gli europei avranno poco accesso fino a un'epoca molto tarda. Questo duplice carattere di vicinanza (che vuol dire scontri, ma anche commerci e relazioni diplomatiche) e di alterità ha fatto sì che il mondo turco assumesse agli occhi dell'Europa un'importanza e un ruolo peculiari.

Allo stesso tempo, anche per la Turchia il confronto con l'Europa è stato sempre vissuto alla luce di una duplicità: fierezza della propria differenza e attrazione, quest'ultima soprattutto quando, dalla fine del Seicento, l'impero prende a perdere terreno rispetto ai suoi rivali. Ce lo ricorda un libro da poco pubblicato in Francia: Jean-François Solnon, Le Turban et la Stambouline. L'Empire ottoman et l'Europe, XIVe-XXe siècle, affrontement et fascination réciproque (Perrin 2009, euro 26,50). Anche in questo caso le vicende storico-politiche non sono di grande interesse, poiché piuttosto risapute. Il valore del testo risiede invece nell'ampio apparato di notizie e analisi sul tema dell'influenza reciproca che Europa e Impero Ottomano sviluppano nel corso dell'età moderna. Se è soprattutto l'immaginario occidentale a subire il fascino (talvolta anche pauroso, ma pur sempre fascino) dei turchi, questi ultimi non possono non ammirare la crescente potenza industrial-militare degli europei; la stessa che, tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento, porterà alla lacerazione dell'impero, e spingerà la nuova Turchia ad adottare un modello statuale e di costume occidentale. La nuova condizione è stata data per scontata dalla seconda metà dello scorso secolo: ma gli avvenimenti degli ultimi due decenni hanno lasciato completamente intatto questo rapporto? Il crollo dell'Urss ha consentito alla Turchia di volgersi nuovamente verso i nuovi Stati turcofoni dell'Asia centrale; mentre gli equilibri politici interni allo Stato turco sono cambiati in un senso meno omologante rispetto all'Europa, il che potrebbe aprire ancora una volta scenari differenti da quelli che si pensavano ormai certi alla fine del secolo scorso.

Alberi d'arancio

Proprio dell'Asia centrale, un territorio in realtà importante per le questioni tanto strategiche quanto energetiche, l'opinione pubblica europea ignora quasi tutto. Fa eccezione l'Afghanistan, sebbene in modo molto superficiale. È per questo che si auspica una rapida traduzione in italiano del racconto di viaggio di un giovane diplomatico scozzese, Rory Stewart (En Afghanistan, tr. fr. Albin Michel 2009, 22 euro), che ha percorso a piedi il paese (e, oltre quello, il Pakistan e l'Iran) nel 2002. Stewart attraversa un Afghanistan flagellato da venticinque anni di guerra; e niente fa supporre, per quanto ne sappiamo, che gli ultimi sette abbiano portato se non ulteriori massacri e distruzioni. Volendo ripercorrere il cammino dell'imperatore Babur (ricordato in uno dei capitoli di Quando l'Asia era il mondo da Gordon), il conquistatore che aveva tanto amato l'Afghanistan e i suoi giardini, impegnandosi per abbellirli al punto da farvi piantare gli alberi d'arancio importati dall'India, Stewart ne reca con sé le memorie, che cita sovente.

È una scelta particolarmente struggente, come è struggente rileggere oggi, a distanza di tanti anni, le pagine di Chatwin sull'Afghanistan pre-sovietico; un lembo di terra unico e importante annichilito dagli interessi politico-economici dell'Occidente. Se poi sia distrutto per sempre è un altro discorso: pur nella desolazione attraversata, gli incontri di Stewart nel suo difficile cammino lasciano intravedere tracce di sopravvivenza di quei «modelli di comportamento onorevole» dei quali l'Asia è stata culla. È una speranza labile, ma è tutto quello che abbiamo.


Autore: Marina Montesano
Fonte: Il Manifesto




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