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Bulgaro
     
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La variante bulgara

01.08.2009

Comincio questo testo con un sms che ho ricevuto tempo fa a proposito di una raccolta di firme per far tornare gli archivi bulgari da Mosca. Una mia conoscente spiegava così il perché della sua firma: «Non perché creda che saremo ascoltati immediatamente ma perché se taceremo, dimenticheremo con facilità». Ritengo importante sottolineare l'apparentemente ovvio legame tra memoria e lingua, tra memoria e racconto. Il testo che segue è basato appunto sull'esperienza di un progetto dedicato al racconto delle storie quotidiane e personali del periodo del socialismo in Bulgaria.

Ma per iniziare vi propongo un tentativo di spiegazione del silenzio bulgaro prima e dopo il 1989, e una piccola tesi sull'a-fattualità del socialismo, almeno nella sua variante bulgara. In Bulgaria il silenzio sul nostro passato durante i 20 anni trascorsi da allora nasce dal silenzio nel periodo del comunismo. È un silenzio prolungato, accumulatosi a lungo, che a lungo è stato imparato, e si è in certo modo trasformato in una seconda natura. È più compatto, più monolitico rispetto a quello di altri paesi dell'Europa dell'Est, un silenzio senza aperture, senza crepe. Il silenzio conformista del socialismo «maturo» degli anni '80 e l'opportunistico silenzio politico del passato prossimo degli anni '90 (una strategia del differimento) sono facce di una stessa tendenza.

Troppo a lungo si è taciuto nella società bulgara e nella famiglia bulgara. Esiste una particolare cultura del non detto. Possiamo cercarla indietro, come eredità di lunghi periodi di servitù allo straniero, la società patriarcale o la paura accumulata durante il totalitarismo. Ecco un innocente esempio comune: ricordo che quello di cui parlavamo in casa non dovevano uscire fuori; ricordo che mio padre la sera si chiudeva in cucina con il transistor marca Selena e io dovevo far finta di non sapere cosa facesse. E sono sicuro che questo segreto era un segreto comune, un ricordo comune a molte persone. A un certo punto la paura se n'è andata, ma l'abitudine al silenzio è rimasta. Il comunismo come sistema se n'è andato, ma non è certo fino a che punto se ne sia andata quella duplice capacità di simulazione schizofrenica nei confronti di noi stessi e del mondo. È molto probabile che sia passata nel sistema successivo. L'identico sentimento simulativo, il rispetto solo formale dei processi democratici e delle regole di mercato della società.

Ma c'è altro. Il socialismo si presta con difficoltà a essere raccontato, perché è per sua struttura a-narrativo. Forse perché il socialismo (in particolare nella sua accezione bulgara) è in sostanza a-fattuale, privo di avvenimenti autentici. Al primo sguardo una simile affermazione suona paradossale. Può dirsi a-fattuale un sistema che ribalta così radicalmente l'organizzazione della vita in una società? Ma il paradosso è solo al primo sguardo. L'avvenimento principale ormai si è verificato: la rivoluzione, il sovvertimento, la sollevazione popolare… Da qui in poi segue uno sviluppo finalizzato «in ascesa» sotto controllo, senza scosse. Dopo quest'unico avvenimento entriamo in una, diciamo così, monotonia ottimistica. E questa tranquillità si comunica dal sistema ai suoi lavoratori. Quello che prima, immersi nella vita di allora, probabilmente avvertivamo come noia e inutilità, più tardi, al tempo della transizione, ci è apparso come la tranquillità e la sicurezza di quel tempo. Che si è trasformato in un mastice fenomenale per la nostra nostalgia nei confronti del socialismo e nell'alibi più forte nei confronti della sensatezza del sistema di allora. (Solo tra parentesi, ogni totalitarismo appare tranquillo e ordinato, visto da fuori. Soprattutto se visto attraverso il disordine di una transizione. I ricordi del socialismo raccontati a tavola sono come i racconti della vita in caserma. Ne conosciamo benissimo la stupidità e le assurdità, ma il racconto è affettuoso ed estatico, fatto con piacere quasi fisico.)

Una triste eccezione


Ma torniamo al tema degli avvenimenti e del socialismo. In un sistema di eventi controllati, di futuro prevedibile e pianificato, ogni autentico evento è un intralcio. Un'interruzione di corrente, un taglio alla monotonia. I veri eventi imprevisti minacciano il sistema e sono sovversivi. E sono accaduti in tutti i paesi dell'Europa dell'Est: '56, '68, '80. Il caso bulgaro costituisce una triste eccezione. Non è successo nulla. Non ci sono «avvenimenti bulgari», a differenza degli avvenimenti in Ungheria o in Cecoslovacchia. Proprio così vengono chiamati, «avvenimenti». Sostengo che, come nella vita di una persona, gli avvenimenti mancati nella vita di una società sono in certo senso più importanti di quelli accaduti. Il non avvenuto continua a irradiare le conseguenze della sua mancanza. L'avvenimento che non si è verificato è importante proprio per la sua mancanza, importante su un piano negativo. Anni fa ho scritto un testo dedicato al mancato 1968 da noi e ho messo su Google «1968, Bulgaria». Persino il miglior motore di ricerca mi ha colpevolmente risposto: did not match any documents.

Il sistema e gli studenti


A volte il tempo e la geografia drammaticamente non si incontrano. Uno stesso anno può accadere a Praga, Parigi, Belgrado, Varsavia ed evitare Sofia, per esempio. Tra parentesi, ho chiesto ai miei genitori cosa ricordano del '68, e loro hanno avuto grandi difficoltà a mettere insieme storie concrete, a legare i loro ricordi a un anno così importante. La prima cosa che è venuta in mente a mia madre, dopo un lungo e imbarazzato silenzio: «Ah, mi sono comprata per la prima volta dei sandaletti aperti, li avevano appena messi in commercio, certamente a causa del Festival della Gioventù». Siamo scoppiati a ridere. Anche questo fa parte del '68 bulgaro. Quell'anno in Bulgaria l'evento ufficiale è il Festival Mondiale della Gioventù a Sofia, dal 28 luglio al 6 agosto. Vi prendono parte più di 15.000 studenti e giovani di 142 paesi. Secondo lo stile del tempo l'evento ha una regia, con manifestazioni e slogan a lungo ripetuti e la partecipazione di molta polizia, in borghese e in uniforme. Nello stesso periodo in cui gli studenti dell'Europa Occidentale e Centrale scendono in piazza contro il sistema, a Sofia è il sistema a organizzare le azioni degli studenti. In realtà l'unico avvenimento non ufficiale e segretissimo in questo paese a luglio è il rapido spostamento di due reggimenti bulgari in Urss, perché siano poi trasferiti a Praga.
È fuor di dubbio che chi viveva a Praga nel 1968 ricordi nei minimi dettagli, giorno per giorno, quello che gli è successo. E questi avvenimenti fanno parte delle loro storie personali. In questo senso l'a-fattualità del socialismo bulgaro è parte della difficoltà di narrarlo. Come si racconta la mancanza? Su cosa si centra il racconto, quando manca il punto d'appoggio dell'avvenimento?… Naturalmente c'è un altro tipo di simil-avvenimento, quello prodotto dal sistema. Ne fanno parte tutti i congressi, i plenum, le feste ufficiali, gli anniversari. In realtà, da un punto di vista formale, il comunismo è un sistema che festeggia senza sosta. Ma sono eventi solo formali, attorno ai quali non si addensa una vera memoria. Anche se sono pubblicizzati con grande chiasso, e tutti i media sono pieni delle decisioni del plenum in questione che vengono mandate a memoria nelle organizzazioni di partito, alle riunioni del komsomol, nelle scuole, pubblicate sul giornale… Ma tutto questo non si trasforma in memoria personale, non le dà punti d'appoggio.

Qualche tempo fa io e tre miei colleghi abbiamo deciso di fare un esperimento: raccogliere le storie personali del periodo del socialismo. L'idea era quella di non raccontarlo attraverso i simil-avvenimenti ufficiali, ma tentare qualcosa di più semplice. Proporre alle persone di narrare qualche piccola storia personale, legata a quel periodo. Così è nato il progetto, più tardi raccolto in un libro, Io ho vissuto il socialismo. 171 storie personali. Volevamo ascoltare le voci di coloro che sono la faccia nascosta della vita pubblica bulgara, la faccia nascosta della luna bulgara. Negli anni dopo l'89 lo spazio pubblico bulgaro e il mercato del libro hanno cominciato a riempirsi di memorie, ricordi, biografie, storie del regime precedente. Nella stragrande maggioranza però gli autori erano persone appartenute alla vecchia nomenclatura, ai piani alti del potere, generali dei servizi segreti… Questo fiorire di memorie, che continua ancora oggi, fa parte della specificità della nostra transizione. La promessa che si sprigiona da questi libri - svelare da fonte di prima mano la verità sui meccanismi del potere, quello che si nascondeva dietro le quinte, che si celava dietro la maschera dei dirigenti statali, comprese le storie piccanti e misteriose - certamente suscita la curiosità di gran parte dell'opinione pubblica. In fin dei conti assistiamo a un prolungato intasamento della memoria collettiva con versioni pirata del passato, dato che nelle strategie private degli autori di simili memorie entra la loro riscrittura tendenziosa, quello che Ivajlo Znepolski chiama «il lavaggio delle biografie».

Così da una parte c'erano queste nostalgico-autoritarie versioni del passato che si dilatavano nello spazio pubblico, per lo più tollerate dai media. Dall'altra parte ci sono le memorie delle vittime del comunismo - in numero molto minore e meno acclamate dall'opinione pubblica. In questo sandwich di racconti di persecutori e perseguitati si colloca il silenzio dell'uomo qualunque e la sua storia. Questa non solo non ha avuto voce e pensiero, peggio, non ha trovato la forma della condivisione. Non c'è. Per questo abbiamo deciso di proporre a questo uomo qualunque, che non rientra nelle due succitate categorie, di raccontare la sua storia personale, di produrre da solo il suo racconto. Le storie di coloro che non erano né nel lager di Belene né al Comitato Centrale. Le storie dei nostri coetanei, dei nostri genitori, di quell'eterno 99.9 per cento che votava alle elezioni in quegli anni. Le voci che fino a quel momento non avevamo sentito. Perché credo che proprio nel raccontare ci sia l'inizio di ogni riflessione. Abbiamo avuto e ancora abbiamo il raro caso in cui l'uomo sopravvive a un sistema. Il sistema non c'è più, ma lui è vivo e conserva la sua viva, calda memoria. Tenevamo molto a quell'«Io» nel titolo, perché il socialismo insegnava a raccontare le sue storie soprattutto utilizzando un «Noi» collettivo e comune. Per sfuggire il pericolo di un parlare astratto, proposi un testo di apertura concreto e pieno di dettagli:

Ricordate le gomme da masticare Ideal e il dentifricio Pomorin? E le brigate di lavoro, le Moskvich, le code per le arance, le barzellette politiche, il terribile e il ridicolo di quel tempo…Vi offro uno spazio per raccontare i ricordi e le storie, quello che avete visto, sentito, vissuto durante il tempo del socialismo. Le storie possono essere di ogni tipo: tristi e allegre, storie di sogni e disfatte, banali, alte, quotidiane… L'importante è che siano storie vere, concrete, comuni… In breve: i nostri ricordi del tempo in cui abbiamo vissuto il socialismo. Crediamo che ogni storia personale di quel tempo sia importante. Per essere sicuri che lo abbiamo vissuto e che continuiamo a vivere dopo di lui.

Ricostruzioni del vissuto


Con queste frasi nella primavera del 2004 dal sito www.spomeniteni.org abbiamo invitato tutti a raccontare la propria storia del periodo del socialismo. Internet si è rivelato il mezzo più economico e accessibile, fattore importante per l'indipendenza del nostro progetto. Volevamo che fondazioni e istituzioni non partecipassero. E ci riuscimmo. Fummo sorpresi di ricevere oltre 500 storie di persone di ogni età e regione. Ci interessavano i punti di contatto ma anche di divergenza fra il grande racconto ideologico e le versioni personali del vissuto. Queste storie private aiutano a vedere come e fino a che punto l'ufficialità penetra nella quotidianità di ognuno. Cosa succede in famiglia, nella vita, nella scuola, nei rapporti tra genitori e figli.

La cosa più importante per noi era l'azione stessa di prendere la parola da parte dell'uomo privato che aveva vissuto il socialismo. Il coraggio di buttar fuori silenzi e traumi personali, familiari, generazionali. Come nel racconto di Simeonov Il padre di mio padre sul segreto di una repressione cancellata dalla storia della famiglia fino al 1989. Sono curiosi i racconti ricevuti sul sito che cercano di afferrare l'inafferrabile come emozioni, presentimenti, persino suoni, odori, gusti. Questa ricostruzione del vissuto attraverso tracce, segni, zone di insicurezza, di cui parlano storici come Revel e Ginzburg.

Questa ricostruzione del vissuto attraverso tracce, segni, zone di insicurezza, di cui parlano storici come Revel e Ginzburg. Nella storia Di cosa profumava il socialismo (provocata da un'indagine sul sito) Vera, 33 anni, di Gorno Orjachovica, scrive: «Di garofani, di cognac con Coca-Cola, di dolore, dell'acqua di colonia Trojnoj» e continua la sua lista personale con «il gusto della limonata in polvere», «il disco dei Beatles rigato per il troppo ascolto sul giradischi Latvia di mamma». Altre storie collegano il socialismo con l'incancellabile odore delle mense, l'odore della bachelite bruciata, del cemento e dei cantieri, delle lampade al quarzo per illuminare le strade. Ad alcuni può sembrare che le storie suonino troppo lievi e persino allegre. Ma se si leggono con attenzione si vede che si tratta di una «lievità estenuante» da cui traspaiono cicatrici e dolori, non sempre visibili allo stesso narratore, tra l'altro. In alcune storie legate alla mancanza di prodotti nei negozi si racconta come tutti in famiglia si mettessero in fila (il racconto è spesso fatto dal punto di vista del bambino) e ci si dovesse comportare come se non ci si conoscesse, per ricevere più bottiglie di olio, per esempio. Ogni famiglia aveva diritto a comprarne solo una. Il partecipare a una cospirazione, alle prime menzogne, la necessità di far finta di «non conoscere» tua madre e tuo padre per il tempo che stai in fila. La storia non dice cosa succede nella testa del bambino, ma chiunque abbia vissuto una situazione simile può dirlo. Leggendo questa storia mi sono tornate in mente situazioni simili alle quali ho partecipato io. Mi sono ricordato le sensazioni: paura di essere scoperto, vergogna di mentire, confusione perché erano i genitori a chiederti di mentire; ma anche la cupa soddisfazione di partecipare a un complotto, di ingannare il sistema. Per questo mi sembra che abbia un senso raccontare.


Autore: Georgi Gospodinov
Fonte: Il Manifesto
Traduzione: Daniela Di Sora


Per approfondire: Ho vissuto il 1989 - Venti anni dopo | 1989-2009 Venti anni dalla caduta del muro



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