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«Italiano mafioso» Occhio, il razzismo è un boomerang

25.06.2009 - Roma

Un messaggio forte. Come del resto l'argomento trattato. «Ci chiami sporco negro e lesbica schifosa. Ma ti difendi se ti chiamano italiano mafioso. Il razzismo è un boomerang, prima o poi ti ritorna». Una minaccia? Assolutamente sì. Contro chi continua a vedere il «diverso» attraverso il colore della pelle o dall'orientamento sessuale. Lo slogan, promosso dall'Arci, capeggerà nei prossimi giorni (almeno speriamo, la mano censorea di qualche ottuso burocrate è sempre in allerta) sui muri delle città italiane. Un manifesto con a lato due profili senza veli, come mamma li ha fatti. Quelli di Jean Leonard Touadì e Paola Concia, entrambi parlamentari del Pd. Uno di colore, l'altra lesbica. Due facce della stessa medaglia chiamata discriminazione. E la faccia ce l'hanno messa «ben volentieri» per una campagna nata dalla consapevolezza, come spiega il presidente dell'Arci Paolo Beni, «che in Italia esiste concretamente il rischio di una deriva razzista e xenofoba».

Le cronache di questi ultimi mesi ne sono la conferma. Non c'è giorno che un «negro» non venga aggredito, che un «frocio» non venga picchiato. Linguaggi crudi ma che ricorrono sprezzanti nella vita di tutti i giorni, tra bastonate e lame affilate all'indirizzo della vittima di turno. L'ultimo episodio di ordinaria follia appena due giorni fa, in una centralissima piazza di Napoli dove una ragazza è stata picchiata, nell'indifferenza dei passanti, da alcuni naziskin per aver difeso un giovane ragazzo gay caduto nelle loro grinfie. Perché il razzismo non è solo di chi lo mette in pratica ma anche di chi non lo vede. O fa finta di non vederlo. Una situazione che «sta diventando preoccupante», dice ancora Beni perché ha come matrice «non solo quella politico-ideologica ma sembra assumere i contorni di una risposta popolare, di pancia, alle difficoltà che attraversa il paese sul piano economico e sociale». E chi meglio del più debole e indifeso può fungere da capro espiatorio?

L'iniziativa voluta dall'Arci nasce proprio da un fatto di cronaca. «Nata quando, tornando a Roma dopo una visita al giovane indiano a cui è stato dato fuoco a Nettuno, - ricorda Touadì - con la collega Concia abbiamo pensato che così non si poteva andare avanti e che ognuno, doveva dare un segno concreto». Quello che fa più paura, continua il parlamentare del Pd, è il cosiddetto «razzismo istituzionale». Perciò «occorre intervenire prima che il Balotelli di turno si veda nuovamente scaricare davanti una cassa di banane». Intervenire ma anche partecipare. Per questo Aurelio Mancuso, presidente dell'Arcigay, rinnova l'invito a scendere in piazza, sabato prossimo, al Gay Pride nazionale di Genova. «Un Pride differente - dice - all'insegna del cambiamento», perché «oltre a occuparci di noi stessi, ci metteremo in relazione tra di noi» contro il razzismo. Mancuso ammette che «anche nella comunità gay c'è razzismo, altrimenti non si capirebbe il grande voto per la Lega Nord al Nord». C'è dunque bisogno di «fare un grande lavoro anche all'interno della nostra comunità».


Autore: Stefano Milani
Fonte: Il Manifesto




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