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Per neocomunitarie sanità a pagamento

20.02.2008 - Roma

Parti e aborti a pagamento nella sanità pubblica per rumene e bulgare disoccupate. L'allarme arriva dai ginecologi degli ospedali: «Una circolare del ministero della Salute impone alle donne neo-comunitarie senza un contratto di lavoro di pagare 810 euro per l'interruzione di gravidanza». Soldi anche per il parto (con una "parcella" più che triplicata: duemila e 500 euro) e per tutte le altre prestazioni del Servizio sanitario nazionale. «La materia è complessa», dice imbarazzata il ministro Livia Turco. E un suo stretto collaboratore aggiunge: «La circolare è scritta in modo burocratico ma è stata anche interpretata male. Ora stiamo cercando di porvi rimedio».
Intanto, però, la disposizione ministeriale del 3 agosto scorso, via via è stata applicata dalle Regioni, tra proteste, sofferenze, levate di scudi. E ricorsi in crescita agli aborti clandestini. Venti Regioni, venti metodi diversi. Ma tutte chiedono soldi a chi non ne ha, non avendo un lavoro. Tranne il Piemonte e le Marche.

«Siamo sgomenti», commenta dall'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione Giulia Perin: «Finché rumeni e bulgari erano extracomunitari, anche quelli irregolari godevano del diritto gratuito alle cure essenziali se non disponevano di redditi sufficienti. Oggi che sono cittadini comunitari, questo diritto viene loro negato dalla disposizione del ministero che dimentica l'affermazione della Corte costituzionale secondo la quale le cure essenziali e urgenti costituiscono un diritto fondamentale per tutti». «Così», denuncia Giovanna Scassellati, responsabile del day hospital per le interruzioni volontarie di gravidanza del policlinico San Camillo di Roma, tra i più grandi d'Italia, l'unico nella Capitale a non pretendere alcun pagamento, «approdano da noi a centinaia perché facciamo figurare l'urgenza per tutte. Ma per quanto tempo possiamo andare avanti così senza incappare in una denuncia per danni all'erario?».

Nelle Marche e in Piemonte è stato trovato il sistema per continuare a garantire l'assistenza, almeno come quando rumeni e bulgari erano extracomunitari anche se non in regola con le norme di ingresso e soggiorno. Come? Al vecchio codice "Stp", Stranieri temporaneamente presenti, un modo come un altro per non dire clandestini, è stata sostituita la sigla "Eni" che sta per Europeo non in regola, dove l'irregolarità è nel non avere un lavoro. Così, intanto, vengono contabilizzate separatamente le prestazioni sanitarie per loro. Già, perché il pomo della discordia sembra essere proprio il mancato rimborso da parte della Romania al Servizio sanitario italiano dei corrispettivi per l'assistenza prestata ai suoi cittadini. In altre parole, il nostro sistema sanitario non sembra disposto a caricarsi oneri che non verranno rimborsati.

«Il ministero della Salute ha fatto finta di ignorare la normativa», taglia corto Marco Paggi, legale della Cgil. «Le stesse disposizioni del testo unico sull'immigrazione in materia di assistenza sanitaria vanno applicate anche ai comunitari: parola dell'articolo 2». «Intanto», aggiunge Marco Bufo, coordinatore nazionale dell'associazione On the road che si occupa di vittime di tratta in Italia, «la circolare sta facendo crescere il mercato degli aborti clandestini e con questo, i rischi per la salute delle donne. La minor tutela dei cittadini dell'Unione rispetto agli extracomunitari è un assurdo contro la Costituzione».

In tarda serata, a più di sei mesi dalla circolare, il ministro Livia Turco annuncia: «Anche grazie alla segnalazione di Repubblica è già pronta una nuova circolare nella quale alle donne e agli uomini non italiani dell'Unione europea saranno garantite le stesse condizioni di tutela della salute riservate agli iscritti al Servizio sanitario nazionale».


Autore: Carlo Picozza
Fonte: La Repubblica




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