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Paura dei barbari, la ricetta di Todorov: affermarsi senza sconfiggere gli altri

09.03.2009 - Roma

Filosofo, teorico della letteratura, critico, antropologo. E da qualche tempo anche analista politico. Non si finisce mai di ammirare la capacità camaleontica di Tzvetan Todorov, di cui esce ora in Italia La paura dei barbari (Garzanti, 284 pagine, 16,50 euro), un saggio in cui si contesta in maniera aperta la teoria di Samuel Huntington sullo scontro tra civiltà e si sostiene l'urgenza di riprendere in fretta il dialogo tra i paesi che negli ultimi anni sono stati dominati dal risentimento e quelli che invece hanno agito sulla spinta del terrore verso chi viene ritenuto diverso.

«La paura dei barbari è ciò che rischia di renderci barbari - scrive Todorov -. E il male che ci faremo sarà maggiore di quello che temevamo di subire. La storia insegna: il rimedio può essere peggiore del male. I totalitarismi si sono presentati come un mezzo per guarire la società borghese dai suoi vizi, eppure hanno dato vita a un mondo più pericoloso di quello che combattevano. La situazione attuale senza dubbio non è così grave, ma rimane inquietante; c'è ancora tempo per mutare orientamento».

Nato a Sofia, in Bulgaria, nel 1939, Tzvetan Todorov vive in Francia dall'inizio degli anni Sessanta ed è stato allievo di Roland Barthes prima di diventare direttore del Centro di ricerca sulle arti e sul linguaggio di Parigi. Todorov è certo che la Guerra Fredda abbia celato antiche ostilità che sono riemerse con la fine del comunismo. I conflitti, aggiunge, non potevano svanire per incanto perché le loro cause profonde erano ancora presenti e forse si erano persino intensificate. La popolazione mondiale, ad esempio, continua ad aumentare velocemente mentre le risorse vitali (soprattutto quelle energetiche e idriche) tendono a diminuire. Con il risultato di accrescere la competizione tra paesi, a cui segue l'aggressività di quelli che hanno meno e la tendenza di quelli che hanno di più a tentare di proteggere quelli che ritengono essere diritti acquisiti.

I problemi, a giudizio di Todorov, si sono ulteriormente aggravati dopo l'11 settembre. In primo luogo a causa degli interventi militari decisi per battere la minaccia costituita per l'Occidente dai terroristi. E poi per l'emergere sempre più preoccupante in Europa di una xenofobia accompagnata da una crescente islamofobia. «Le due forme di rifiuto - osserva Todorov - coincidono almeno parzialmente: l'islamofobia riguarda soltanto una parte degli immigrati, ma non si ferma alle frontiere di un singolo paese; nonostante ciò la maggior parte degli immigrati attuali in Europa è di origine musulmana. Attaccare gli immigrati è politicamente scorretto, mentre criticare l'Islam è considerato un atto di coraggio; perciò l'uno può prendere il posto dell'altro».

Lo studioso è comunque certo che le attuali difficoltà non possono venire risolte grazie a un generico (e un po' ipocrita) appello alla tolleranza. A suo giudizio, infatti, «non si può certo tollerare tutto». Senza contare che l'invito alla tolleranza deve partire dalla richiesta del rispetto delle leggi e, in particolare, dei diritti umani fondamentali. «Leggere i conflitti politici e sociali in termini di religione, di cultura o di razza - precisa - è al tempo stesso sbagliato e dannoso: inasprisce i conflitti invece di pacificarli. La legge deve prevalere sul costume quando i due ambiti non coincidono».

Poiché, a differenza di ciò che auspicano i movimenti populisti, non si possono certo blindare i confini occorre individuare soluzioni diverse e più efficaci. Tenendo conto, in particolare, che nel mondo di oggi e in quello di domani gli incontri tra gli uomini e le donne appartenenti a culture differenti sono destinati a diventare sempre più frequenti e la "paura dei barbari" potrebbe crescere ulteriormente, scatenando ulteriori conflitti su scala planetaria.

Todorov conclude la sua lunga analisi con un invito. L'unica opportunità che abbiamo, dice, consiste nel liberarci dal dominio della paura e del risentimento e tentare di vivere in pace in un mondo plurale in cui l'affermazione di sé non passa attraverso la sconfitta dell'altro. «Non vi sono dubbi sulla scelta che s'impone - scrive -. E' giunto il momento per ciascuno di assumersi le proprie responsabilità: bisogna proteggere il nostro fragile pianeta e i suoi abitanti così imperfetti, gli esseri umani».


Autore: Roberto Bertinetti
Fonte: Il Messaggero




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