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L'Europa si divide sull'orario di lavoro

18.03.2009

Nulla di fatto per avvicinare le posizioni di stati membri e europarlamentari sull'orario di lavoro che i primi vorrebbero più lungo e i secondi più corto

È scontro tra Consiglio Ue e Parlamento europeo sulla direttiva sull'orario di lavoro e non è servita nemmeno una riunione, ieri sera, del “comitato di conciliazione”, per avvicinare le posizioni delle due istituzioni. Le rispettive posizioni restano rigide e divise sulla questione cruciale della clausola di 'opt out', a cui ogni Stato membro oggi può ricorrere per stabilire deroghe di settore alla regola generale del limite massimo di 48 ore settimanali.

Il Parlamento europeo esige che nella nuova direttiva siano stabilite delle scadenze per rimuovere progressivamente, e fino alla totale eliminazione (entro 36 mesi), tutte le clausole di 'opt out' che sono oggi applicate in 15 Stati membri (Bulgaria, Cipro, Estonia, Malta e Regno Unito applicano questa deroga in modo generalizzato a tutti i settori, mentre Repubblica ceca, Francia, Germania, Ungheria, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Spagna la consentono solo nei settori in cui vi è un esteso ricorso ai periodi di guardia). L'Assemblea di Strasburgo, che ha ceduto su altri punti, sull’abolizione dell’opt out è irremovibile.

Si scontra però con la maggioranza del Consiglio Ue, guidata dal Regno Unito, che non ha alcuna intenzione di cedere, e chiede anzi che si lasci la possibilità agli Stati membri di prolungare l'orario di lavoro fino a 60-65 ore settimanali, se lo ritengono necessario.

La discussione, ieri sera, è stata pesantemente influenzata dalla crisi economica, che i rappresentanti di molti Stati membri hanno invocato come ragione per inserire più flessibilità sul mercato del lavoro, e non per diminuire quella che c'è oggi, abolendo la clausola di 'opting out'. Solo una minoranza di paesi ha espresso posizioni più vicine a quelle del Parlamento europeo, e in particolare l'Italia, l'Austria, l'Ungheria, il Portogallo, il Belgio, la Spagna, il Lussemburgo e la Finlandia.

La nuova direttiva doveva anche risolvere il problema del tempo di disponibilità o “di guardia” (per esempio del personale sanitario), che nel testo oggi in vigore non viene considerato come tempo lavorativo attivo, come invece imporrebbe di fare una sentenza della Corte europea di Giustizia successiva all'adozione della prima direttiva. Ma, vista la situazione di stallo, è poco probabile che il nuovo testo possa essere approvato entro la scadenza delle elezioni europee di giugno.

In questo caso, resterà in vigore la direttiva attuale, ma solo temporaneamente, dato che la Commissione europea avrebbe l'obbligo di presentare comunque una nuova proposta di revisione, e che sarà in tutti i modi necessario adattare la normativa alla sentenza della Corte di Giustizia sul tempo di guardia.


Fonte: La Stampa




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