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"Voci Bulgare": ne parliamo con Evelina Pershorova

17.03.2009 - Verona

Abbiamo incontrato Evelina Pershorova, autrice ed interprete di "Voci Bulgare", lo spettacolo andato in scena al Teatro Camploy di Verona in occasione della festa della donna. Ecco la trascrizione della nostra conversazione:

Come è nata l’idea dello spettacolo “Voci Bulgare”?

Un anno fa ho provato il desiderio di raccontare una storia, una storia che potesse far conoscere meglio la Bulgaria al pubblico italiano. Negli ultimi 4-5 anni ho fatto un percorso di mediazione culturale e ho creato diversi spettacoli (per ragazzi) e progetti su temi che trattavano l’intercultura, l’integrazione, l’incontro con l’altro. Questa volta volevo rivolgermi ai grandi, attraverso i ricordi della mia infanzia per “risvegliare” il ricordo della loro. Due paesi diversi, due sistemi e condizioni di vita (quasi) opposti, ma con tantissimi punti in comune. Vorrei fare una citazione del testo dello spettacolo: Mangiavamo lo stesso gelato in quattro e le mele con la buccia, bevevamo la cedrata dalla stessa bottiglia, e la nostra non era un’australiana, cinese o spagnola, ma semplice influenza stagionale. Lo yogurt andava a male in soli due giorni...non c’erano stabilizzatori, conservanti, addensanti, organismi geneticamente modificati, e per questo non c’era un medico per ogni famiglia, ma uno per tutto il quartiere.

Perché hai scelto di raccontare la Bulgaria di qualche decennio fa e non quella di oggi?

Vivo in Italia da vent’anni e conosco poco la Bulgaria di oggi. Ma credo che sia importante anche non dimenticare il passato. Poi, sono sempre più convinta che gli italiani conoscono poco la Bulgaria. Non solo quella di oggi, ma soprattutto quella degli anni in cui vivevamo dall’altra parte del Muro. Amo raccontare, mi definirei una narr-attrice, avrei tanto altro da raccontare del mio paese.

Oltre a raccontare delle vicende chiaramente autobiografiche dai voce a diversi personaggi femminili. Sono figure reali o immaginarie?

Questo spettacolo, anche se può sembrare, non è uno spettacolo autobiografico. Il mio modo di far teatro comprende anche una presa di posizione personale. Come ho detto poco fa, non mi considero solo un’interprete dei personaggi. Le donne di cui racconto sono figure reali trasformate dalla mia immaginazione. Volevo portare in scena figure femminili molto diverse tra loro per parlare di una Bulgaria non omologata (come si può pensare fosse).

Apri lo spettacolo con la “Detska Pedagogicheska Staja” un luogo dal quale i ragazzi bulgari preferivano stare alla larga. Infatti molti ne sentivano parlare ma molti meno le hanno frequentate. Cos’erano questi luoghi e perché è la prima cosa di cui parli?

Questo luogo esisteva veramente. Al pianterreno dell’ingresso in cui vivevo c’era un Ufficio educativo infantile. Ho visto personalmente i ragazzi e i loro genitori entrarvi, ma non pensate che questa era la Stanza delle Inquisizioni. Faceva paura più per il fatto di non sapere esattamente che cosa accadeva dentro. Anche da noi esistevano ragazzi ai quali non piaceva tanto andare a scuola, ragazzi che facevano qualche piccolo furto e in questa Stanza si cercava di aiutarli: una pedagoga, funzionaria della Milizia era incaricata a incontrarli per capire i loro problemi.

Tu invece racconti di una festa che svolge li dentro…

La festa! Questa stanza veniva usata dagli abitanti del nostro ingresso per festeggiare la festa della donna. Da noi non esistono i locali della parrocchia, l’oratorio, quindi per riunirci usavamo questo locale pubblico. Era una festa molto aspettata. Le donne e i bambini si incontravano il venerdì precedente all’8 marzo di ogni anno. Il ricordo più bello che ho è dei preparativi: oltre a sistemare e portare sedie e tavoli, dovevamo recitare una poesia o cantare una canzone per la mamma. Mi commuovo ancora quando penso alle “prove” che facevamo noi bambini sulle scale condominiali i giorni prima della festa. Momenti indimenticabili!

Nello scrivere il testo che tipo di pubblico immaginavi di avere di fronte? Credo che una sfida difficile sia immaginare uno spettacolo che possa suscitare lo stesso tipo di emozioni a bulgari ed italiani che non conoscono la Bulgaria.

Chiedo scusa ai bulgari, ma ho scritto un testo immaginandomi il pubblico italiano. Del resto vivo e lavoro in Italia. Il mio pubblico è questo qui. Poi mi sembra sbagliato cercare “un prodotto” che vada bene a tutti. Sarebbe una operazione puramente commerciale.

Uno dei filoni di lettura è di tipo generazionale. Quando eri ragazza per trovare degli amici bastava uscire per strada. Oggi pare che le cose siano cambiate.

Le cose sono cambiate qua e sono cambiate anche là. Mi sembra banale parlare di globalizzazione, ma è proprio così. Ci siamo globalizzati anche nei giochi e nelle relazioni interpersonali. La cosa più strana per me quando torno in Bulgaria è dover prendere appuntamento per incontrare gli amici, una volta bastava suonare il campanello o bussare alla porta o semplicemente entrare in casa…

Quest’anno è il ventennale della caduta del muro di Berlino. Nell’immaginario collettivo di una parte della società italiana la vita ad Est era molto grigia. Tu invece parli di un’infanzia felice e di una adolescenza colma di alti ideali e di sogni fantastici.

Mi sento fortunata di essere vissuta in Bulgaria in quegli anni. La mia era davvero un’infanzia felice. Con questo spettacolo ho cercato anche di sfatare un mito negativo, di “rompere” certi luoghi comuni e dare informazioni, comunicare, raccontare la nostra infanzia, che per certi aspetti era uguale/simile all’infanzia dei bambini dell’Ovest.

Una parte importante dello spettacolo è rappresentata dalle inserzioni musicali della Fanfara Ziganka. Come nasce la vostra collaborazione e che contributo ha dato il gruppo alla creazione dello spettacolo?

Fanfara Ziganka è un gruppo veronese che nasce 5-6 anni fa. Ho conosciuto la cantante e danzatrice Emanuela Perlini in occasione di un progetto di teatro e intercultura a scuola. Successivamente ho visto un loro concerto. L’idea dello spettacolo c’era già. Il mio dilemma era: usare musica bulgara registrata o musicisti veri. Credo che l’incontro artistico tra un’attrice bulgara che recita in italiano e musicisti italiani che eseguono musiche tradizionali bulgare è un’ottima prova di intercultura. Per me è stato un incontro arricchente.

Tra i brani proposti ci sono oltre a pezzi bulgari ci sono brani di altri paesi balcanici, come mai questa scelta?

La musica bulgara è contaminata al sud da quella greca, al nord da quella romena, all’ovest da quella macedone e proprio questa mescolanza di ritmi e sonorità descrivono la Bulgaria in modo coerente e completo.

Prevedi che lo spettacolo possa essere riproposto in altre città italiane?


Questo spettacolo deve essere rappresentato anche in altre città italiane. Mi sento in missione :-D. Vorrei parlare della mia Bulgaria, condividerla con gli altri e dichiarare tutto il mio amore per la mia terra. Pubblicamente.


Autore: Paolo Modesti

Licenza Creative Commons  Il testo di questo articolo Ŕ pubblicato con licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0; in caso di ripubblicazione Ŕ richiesto un link attivo verso questa pagina, citando come fonte "Bulgaria-Italia".


Per approfondire: Ho vissuto il 1989 - Venti anni dopo | 1989-2009 Venti anni dalla caduta del muro


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