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DDR in mostra a 20 anni dal muro: propaganda di partito e pubblicità

18.02.2009 - Genova

I busti di Marx e Lenin, Rosa Luxembourg e Karl Liebknecht; le cartoline in bianco e nero di Dresda, Magdeburgo e Berlin-Alexanderplatz; un pacchetto di sigarette Club dell'Azienda statale tabacchi, la macchina da cucire Veritas e la radio Rema; un grande stemma di bronzo della Repubblica Democratica Tedesca e poi modellini di tutti i colori dell'indimenticabile Trabant, la buffa vetturetta autentica icona di un mondo scomparso per sempre… Vuoi vedere che si stava meglio quando si stava peggio? Sarebbe facile liquidare Dittatura di partito e vita quotidiana nella Ddr come un'operazione nostalgia, tanto più in tempi di crisi globale del capitalismo.

Proveniente dalla collezioni del Deutsches Historisches Museum di Berlino, la mostra è la prima iniziativa di celebrazione di un ventennale che, con la caduta del Muro di Berlino nel 1989, avrebbe portato alla riunificazione delle due Germanie e alla fine di una Guerra fredda combattuta anche con armi inusitate come l'appeal dei prodotti di consumo. Ospitata dalla Wolfsoniana di Genova, il primo museo italiano delle arti decorative e di propaganda del Novecento (www.wolfsoniana.it), è in realtà una finestra aperta fino al 29 marzo sul bizzarro universo parallelo di un socialismo realizzato che in certi casi era finito col diventare una versione surrealista del capitalismo. Come con la pubblicità, che non serviva a niente perché tutte le merci le produceva lo Stato e non c'era concorrenza, ma si faceva lo stesso. Anche se non c'era alcun bisogno di stimolare una domanda che spesso non trovava un'offerta produttiva adeguata. O la propaganda: ecco allora il poster con mani virili che stringono la canna di un kalashnikov e una chiave inglese a significare l'unità di lavoratori e combattenti. O quello che invitava ad aderire all'organizzazione dei Giovani pionieri, sguardo fisso sui magnifici orizzonti del socialismo, ariani in maniera un po' inquietante.

Prodotti e marchi percepiti all'epoca come deprimenti caricature di quelli che scintillavano nelle vetrine di Berlino Ovest fanno oggi bella mostra, nelle sale della palazzina a due passi dalla passeggiata a mare di Nervi, come scheletri di dinosauri in un museo di scienze naturali. Come specie biologiche sopravvissute fin quando resse un ecosistema protetto dalle barriere dell'autoritarismo ideologico, furono spazzati via in una sola stagione dall'introduzione di esemplari più accattivanti e desiderabili, più aggressivi perché temprati da tempo dai rigori della competizione nel mercato. Testimoniano di una deriva perdente dell'evoluzione tecnologica che si sviluppò e perì nella seconda parte del secolo scorso, scontando il suo peccato originale di essere finalizzata alla massimizzazione dei livelli d'occupazione piuttosto che quelli del profitto.

Costituiscono l'estetica quotidiana di un regime che stringeva gli individui in un patto scellerato che richiedeva fedeltà assoluta, assicurata da un apparato poliziesco di controllo e delazione al limite della paranoia collettiva, in cambio della soddisfazione dei bisogni fondamentali: casa, lavoro, assistenza medica e pensionistica. Proprio quelli che il mercato si è dimostrato drammaticamente incapace di assicurare. Quando chiunque, un estraneo o un collega, un familiare o un amante, poteva essere un informatore della Stasi, la polizia politica. E bastava una sola parola, detta magari per scherzo, per perdere tutto: lavoro, carriera, famiglia. A volte la stessa libertà personale.

Eppure, ricorda uno scrittore come Ingo Schulze, che al trauma della transizione della Germania orientale ha dedicato tutta la sua narrativa, la Ddr non era solo controllo poliziesco, ma anche una società dove la preoccupazione costante per il denaro non era un'ossessione collettiva come avviene ora ovunque. Nessuno poteva immaginarlo nell'euforia di quei giorni di novembre di vent'anni fa, ma sotto le macerie del Muro abbattuto a picconate sarebbe rimasta anche l'idea di un Occidente dal volto umano, capace di conciliare benessere e democrazia. Proprio quanto appare oggi ogni giorno più evidente, nella luce cupa del crepuscolo di un capitalismo liberista che rischia di non sopravvivere alle proprie vittorie.


Autore: Claudio Marradi
Fonte: Liberazione


Per approfondire: Ho vissuto il 1989 - Venti anni dopo | 1989-2009 Venti anni dalla caduta del muro



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