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Predrag Matvejevic: "Siamo tutti ex"

14.02.2009

Un intellettuale mitteleuropeo giudica il presente: bruciati tutti i valori, prevalgono restaurazione e rimozione del passato scomodo

Fino a qualche tempo fa attirava la nostra attenzione in primo luogo l'Est europeo, e un sistema sociale che crollava in quella parte della pianeta. Da meno di un anno, abbiamo iniziato a guardare non solo in quella direzione. I nostri sguardi s'incrociano e si perdono lontano, creando una paura quasi universale. Essa sembra unirci più che una globalizzazione che cercava a modo suo di «avvicinarci» gli uni con gli altri. Oggi, quasi tutto il mondo diventa più o meno «ex». Lo unisce la nostra inquietudine.

La caduta del Muro di Berlino e la fine della guerra fredda hanno visto una parte del mondo vivere un'esistenza in qualche modo postuma: un ex impero, numerosi ex Stati ed ex patti tra Stati, tante ex società ed ex ideologie, ex cittadinanze ed ex appartenenze, e anche ex dissidenze ed ex opposizioni. Era legittimo domandarsi che cosa significasse, in realtà, essere o dirsi «ex». Essere stato cittadino di un'ex Europa più o meno affrancata, di una ex Unione Sovietica disgregata, di una ex Jugoslavia distrutta? Essere diventato un ex socialista o ex comunista, ex tedesco dell'Est, ex cecoslovacco - cioè solo ceco o solo slovacco - , membro di un ex partito o partigiano di un ex movimento?

L'Est non aveva diritto esclusivo allo statuto di «ex». In Occidente e altrove, si conoscono bene degli ex stalinisti, ex colonialisti, ex-sessantottini (tanti, dappertutto), tutta una ex sinistra diventata nuova destra, una vecchia destra convertita al «neo liberalismo», una ex Democrazia Cristiana suddivisa tra destra e sinistra, che ha talvolta impoverito il cristianesimo senza arricchire la democrazia; una ex socialdemocrazia imbastardita sulla quale si sono innestati alcuni ex progressisti pentiti; un ex socialismo occidentale che si è tagliato via dalle sue stesse radici, un ex franchismo o un ex salazarismo diventati «europeisti». Probabilmente, domani si parlerà di una ex Unione Europea che avrebbe rinnegato un Vecchio continente inerte e indeciso, colpevole per molti motivi.

C'è un odore di ancien régime attorno a noi, odore d'infezione o di avaria. La morale sembra si adatti alle mille e una maniera di voltare gabbana, pronta a considerare qualsiasi rigore come una sopravvivenza. Siamo anche testimoni di tante cose inattese e sorprendenti: quasi nessuno pensava che il «capitalismo finanziario» potesse fare tanto male al capitalismo stesso, metterlo in questione in un modo simile. Si pensava - e si prevedeva una volta - che a ciò avrebbe provveduto la lotta delle classi, radicalmente. Tanti di noi erano ingenui. La «crisi» che stiamo vivendo non permette più ipotesi scolastiche o riferimenti partitici. Dobbiamo viverla, non tutti nello stesso modo, ma sempre coinvolti, spesso malgrado noi stessi.

Dalla nostra esperienza precedente (penso a noi che abbiamo vissuto nell'ex Europa dell'Est), abbiamo appreso che lo statuto di «ex» è più grave di quanto non sembri a tutta prima: quell'«ex» è visto e vissuto come un marchio, talvolta come stimmate. È di volta in volta un legame, involontario, o una rottura, voluta. Può trattarsi di un rapporto ambiguo, quanto di una qualità ambivalente. Essere «ex» significa, da una parte, avere uno statuto mal determinato e, dall'altra, provare un sentimento di disagio. Tutto ciò concerne tanto gli individui che la collettività, tanto la loro identità quanto le modalità della loro esistenza: una specie di ex istanza, a un tempo retroattiva e attuale.

Il fenomeno è nello stesso tempo politico (o geopolitico se si preferisce), sociale, spaziale, psicologico. Pone più di una questione morale e mette in causa una morale precedente. Non si nasce «ex», lo si diventa. Tanti rinnegamenti, rimaneggiamenti del passato o del presente sono in atto, auto-giustificazioni o aggiustamenti di percorso, fughe in avanti o all'indietro, modi di rifare o di disfare se non la propria vita almeno il nostro sguardo sulla vita. Lo choc per quanto è accaduto e sta accadendo sembra tanto violento quanto imprevisto.

Le transizioni, per quanto male assicurate all'Est, prevalgono ancora sulle trasformazioni. L'Occidente guarda innanzi tutto agli affari suoi. La democrazia proclamata in vari Paesi del mondo appare più spesso con le caratteristiche di una democratura (ho coniato questo termine all'inizio degli anni '90 per definire un ibrido tra democrazia e dittatura, non solo nei Paesi detti dell'Est). Un populismo penoso è sempre stato pronto a sostenere quasi tutti i regimi dubbiosi.

La laicità è stata poco popolare in gran parte dell'Est e dell'Occidente, senza parlare del cosiddetto «Terzo mondo». Il «giocattolo nazionale» non ha mai perso la sua attrattiva. La cultura nazionale si converte facilmente in ideologia della nazione e sfocia spesso in progetti nazionalisti. L'idea di emancipazione scompare dall'orizzonte, «invecchiata» o «utopica».

I nostri discorsi sono sfasati, il loro centro di gravità sembra spostato. Il mondo «ex» è pieno di eredi senza eredità, di svariate mitologie che si escludono reciprocamente: riedizioni del passato e del presente, immagini disparate e rimesse insieme alla leggera, schermi frapposti in fretta o griglie di lettura mal applicate, paradigmi messi in questione dalla loro stessa definizione. Le utopie e i messianesimi si vedono sistemati tra gli accessori di un passato irrecuperabile. Un aggiornamento della fede e della morale non sembra perseguito che in ambienti limitati e occasionalmente.

Fino a poco tempo fa un post modernismo cercava, senza troppa fortuna, di imporsi sull'arte e sul pensiero per rimpiazzare ciò che nell'epoca precedente era stato acclamato come «moderno»: un ex modernismo criticabile, certamente, ma non insignificante. Le avanguardie, che hanno proclamato e svolto i loro ruoli, sono ormai «classificate».

Le fonti della grande letteratura, generatrice di simboli, sembrano esaurite. Forme di decostruzione tendono a sostituirsi a sintesi poco soddisfacenti. Una nuova storia rifiuta di sottoporre la lunga durata, come la precedente, al vaglio degli avvenimenti. La vecchia università non è riuscita a riformarsi. L'invocazione dell'«immaginazione al potere» è da tempo dimenticata. Tutta una ex cultura non è riuscita, se non con gravi difficoltà, a impadronirsi in modo giusto e utile di quelle innovazioni offerte o richieste non solo dalla tecnologia.

Di alternative non ne sono venute né dalla destra né dalla sinistra. Cerchiamo almeno di vincere la paura. So che questo slogan sembra troppo modesto, ma non ne vedo un altro più affidabile.

Lo scrittore Predrag Matvejevic è nato nel 1932 in Erzegovina, a Mostar, da padre russo e madre croata. Ora cittadino italiano, è uno dei più importanti intellettuali impegnati nel dibattito sulla ex Jugoslavia, i Balcani e in generale la cultura mediterranea. Tra le sue opere più note: «Breviario mediterraneo» ed «Epistolario dell'altra Europa» (Garzanti)


Autore: Predrag Matvejevic
Fonte: Corriere della Sera


Per approfondire: Ho vissuto il 1989 - Venti anni dopo | 1989-2009 Venti anni dalla caduta del muro



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