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1929, 1989: You are the crisis

04.02.2009

You are the crisis: Siete voi la crisi. Questi i cartelli [fonte: BBC News (1)] inalberati da chi ha protestato in questi giorni contro il World Economic Forum a Davos. Per noi de «La Repubblica romana» (2) è una qual certa soddisfazione: è il secondo titolo del nostro foglio che fortunosamente azzecchiamo, diventando slogan, parola d’ordine, striscione, manifesto provvisori d’un movimento. L’altro era: Io non ho paura. E l’onda degli studenti italiani l’aveva fatto proprio.

Vediamo se, altrettanto fortunosamente, azzecchiamo nel frattempo pure un ragionamento, anzi più che altro una suggestione.
Dall’inizio della crisi finanziaria, lo spettro che corre per i mercati globali è quello della crisi del 1929. Tanti sono gli analisti ed economisti che la evocano con timore, quanti quelli che rassicurano non esistano le condizioni perché si ripeta; in alcuni casi, quegli stessi che la ricordano dicono che non si ripeterà, perché non ne verranno ripetuti gli errori – anzi, una serie di errori commessi dal presidente Hoover – che ne ampliarono la portata e la profondità. Come a dire: di fronte a una crisi, gli interventi a cui siamo chiamati potrebbero trasformarla in una catastrofe o dare forma a una via d’uscita, e la storia ci ha insegnato come evitare la catastrofe.

Come sempre, insomma, di fronte all’esplodere di una dinamica inattesa – un movimento sociale, una bolla speculativa, un’invenzione frastornanate – ci si divide, per richiamare la famosa formula di Eco, in apocalittici e integrati. C’è chi fa già i calcoli dei cicli e delle percentuali di ripresa per il 2011, al massimo il primo trimestre del 2012, e chi invece stringi stringi dice: l’è düra, una cosa così non s’è mai vista. Ma la faglia sismica fra i «tecnici», gli economisti, è ancora stretta e poco profonda.

Invece, benché l’espressione possa dare l’orticaria al nostro ministro Tremonti, a Davos i potenti della terra hanno parlato apertamente e convintamente di una «crisi del capitalismo», come fossero militanti di un qualche gruppetto comunista italiano, e il senso con cui viene detto esubera l’aspetto strettamente dei mercati, delle produzioni e delle banche: è un modello che è in crisi, è un sistema.
È una crisi del capitalismo, questa, che richiama il 1929, e anzi ne evidenzia e approfondisce la portata di crisi di sistema, o ci troviamo di fronte, piuttosto, a qualcosa di profondamente diverso? E a cosa?

Lo scenario – la suggestione – che qui si vuole evocare è piuttosto quello del 1989, l’anno del crollo del muro di Berlino e, a catena, di una crisi dei paesi socialisti uno dietro l’altro e della fine del socialismo. Ci sono intanto, sicuramente, alcuni elementi che la richiamano.
In Dopoguerra (3), Tony Judt si chiede: «Perché il comunismo crollò in modo così rapido? Una prima risposta è fornita dalla “teoria del domino”. Non appena iniziano a cadere i leader di un determinato paese, anche la legittimità degli altri viene fatalmente meno. Ciononostante, l’aspetto più sorprendente del collasso non sta nel contagio, la novità del 1989 sta nella pura e semplice rapidità del processo».

Ora, contagio – col senno di poi ci si dovrebbe chiedere se non avesse mille ragioni Bill Clinton a suggerire ostinatamente di impedire la bancarotta di Lehman Brothers, per fare «diga» – e rapidità del processo sono proprio le caratteristiche di questa crisi finanziaria: la teoria del domino, poi, è stata da più parti citata.

Ci sono ancora altre cose che accomunano le due «crisi», a esempio il criterio della «corruzione»: le leadership dei paesi comunisti furono definite «corrotte» rispetto ai propri popoli, tanto quanto lo stesso criterio morale è stato utilizzato – certo, per caratteristiche e specificità storiche completamente diverse – per dare una spiegazione dell’assoluto cinismo e disinteresse delle grandi compagnie finanziarie rispetto al loro «popolo», quello dei risparmiatori. Le descrizioni dei lussi sfrenati dei grandi manager falliti ricordano da vicino le cronache del tempo sui servizi sanitari di Ceasescu e del suo assurdo palazzo – «tre volte più grande della reggia di Versailles» –, o sui vizietti di Honecker e Breznev.

Ma quella che a me sembra centrale è piuttosto la similitudine legata alla questione della «transizione» nella crisi: in Bulgaria un gruppo di comunisti, guidati dal ministro degli Esteri, Mladenov, detroneggiò il vecchio leader Zivkov; in Romania, Ilie Iliescu, che aveva l’appoggio di esercito e pezzi di Securitate, fece fuori, letteralmente, Ceasescu; in Ungheria e in RDT furono Imre Pozsgay e Egon Krenz, comunisti, a provare a metterci una pezza; in Cecoslovacchia addirittura richiamarono Dubcek come presidente, per prendere il posto di Husak; cambiavano i nomi dei partiti, si lanciavano riforme, si giurava che tutto sarebbe cambiato, che si sarebbe guardato al «mercato» – necessario, imprescindibile, fondamentale –, che lo Stato sarebbe finito a pezzi. Certo, con giudizio.

Oggi, a parti invertite, si giura che bisogna mettere le redini, il guinzaglio, il bavaglio al mercato, che l’intervento dello «Stato» è necessario, imprescindibile, fondamentale. Certo, con giudizio. Qualcuno fra i «teorici» – Amartya Sen, chi l’avrebbe mai detto? – dice che bisogna tornare a Bismarck piuttosto che a Keynes. Ma, alla fine della fiera, le facce quelle sono. Le stesse di prima: Sarkozy, Merkel, Gordon Brown. La stessa nomenklatura. E, come Gorbaciov, di fronte all’incalzare degli eventi danno l’impressione di procedere alla cieca.

Insomma, la crisi del socialismo fu tenuta per mano dai comunisti che, cambiando programmi e nomi, non mollarono d’un centimetro il potere. La crisi finanziaria è affrontata dai potenti della terra cambiando programmi e nomi ma non mollando d’un centimetro il potere. Forse c’è più d’una suggestione.

Il capitalismo è già morto da un pezzo, proprio come da un pezzo era morto il comunismo, ben prima che arrivassero Gorbaciov e la sua perestrojka a dargli il colpo di grazia – era morto come «modello», come way of life. Il capitalismo – quello del Novecento – è morto con la rivoluzione del 1968. Parafrasando lo storico Martin Malia che nella temperie degli accadimenti scriveva «il socialismo non esiste, ed è stata l’Urss a inventarlo», oggi possiamo dire che «il capitalismo non esiste, e è l’America a inventarlo».

Perché è dall’America che viene l’unica «faccia nuova»: quella di Obama. Ma Obama è il 1968 al potere: lo è nella sua biografia, nei suoi richiami alle lotte per i diritti civili, nei suoi speech – change, cambiamento, è la parola più usata nel Port Huron Statement redatto da Tom Hayden nel 1963, il «manifesto» del movimento degli studenti delle università americane –, nelle sue rievocazioni: Khe Sanh, citata nel discorso di insediamento fu la battaglia combattuta dai marines nel 1968 e forse l’unica pagina militarmente «gloriosa» di quella crudele e disastrosa guerra, lo è nella sua scenografia: Pete Seeger e Aretha Franklin, We shall overcome. Bene, siete arrivati. Ma con
quarant’anni di ritardo. Abbiamo già vinto, grazie.

Ora abbiamo la più grande – l’unica? – potenza comunista del mondo, la Cina, che è il più feroce produttore di un capitalismo selvaggio, ottocentesco, e l’unico «impero» capitalista del mondo che esercita il più spietato controllo statale, novecentesco, sull’economia. Entrambe le potenze sono strette da un patto di sangue su risparmio e investimenti, sul cambio della moneta, sui debiti e gli avanzi di bilancio, sui titoli di Stato.

Quello che sopravvive oggi – qualunque cosa sia, e qualunque cosa verrà – non è capitalismo, ma una forma vuota di potere. Ha la stessa arroganza, la stessa determinazione a non mollare, lo stesso esercizio di dominio che aveva il comunismo morente. È morto, tuttavia non scompare.

Judt, nel suo libro, sottolinea come, tutto sommato, la fine del comunismo sia stata pacifica, non sia stato uno spargimento di sangue come invece da sempre si temeva. Non credo che questo sia dipeso – in alcuni casi, come in Bulgaria, si parlò addirittura di un complotto, ordito dalla polizia pilotata da alcuni comunisti per provocare la reazione popolare e far cadere il regime di altri comunisti – dal lento passaggio guidato dall’alto: il «teorema di Jaruzelski», per capirci, che motivò come patriottico il suo colpo di stato per evitare l’intervento russo e un’ecatombe. La questione, piuttosto, forse sta nella incolmabile distanza tra la «rappresentazione» del potere, lo Stato – come si dava nei paesi socialisti e come si dà nelle democrazie occidentali. Lì non c’era alcuna mediazione, tranne la cooptazione; qui la teatralità della politica democratica prevede partecipazione.

Ma è difficile dire se la fine del capitalismo sarà indolore. A Davos, intanto, si è aperto il 2009: You are the crisis.

(1) http://news.bbc.co.uk/2/hi/business/davos/7862679.stm
(2) http://repubblicaromana.blogspot.com/
(3) Tony Judt, Dopoguerra, Mondadori, Milano 2007.


Autore: Lanfranco Caminiti
Fonte: Carta




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