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Un paese normale. Che fa schifo

03.02.2009

Alle nove di domenica sera la stazione di Nettuno è deserta. Del punto in cui solo poche ore prima, alle quattro della notte precedente, un indiano di 35 anni, Navtej Singh Sidhu, era stato aggredito, picchiato e "bruciato" da alcuni giovani italiani non c'è apparentemente alcuna traccia. Arrivati al binario, si scorge sulla porta dell'ufficio del Capostazione un ferroviere che però si ritrae subito. «Abbiamo disposizioni di non rilasciare alcuna dichiarazione», è la sua replica alla domanda: «Dove è successo?». Per capire dove è accaduta la tragedia - l'uomo si è salvato malgrado le molte e terribili ustioni anche se è ancora molto grave, ma alle nove di domenica sera tutti a Nettuno lo danno ancora per morto - si deve fare ricorso a uno dei giovani che, al mattino, erano entrati alla stazione. E' lui che, al telefono, ci guida: il punto è solo a pochi metri dall'ufficio dei ferrovieri. Una macchia scura per terra segnala la traccia lasciata da quel corpo che bruciava. Non c'è niente, né i segni dei rilevamenti fatti dalle forze dell'ordine, né un segno di omaggio o saluto, un fiore o altro. Fuori dalla stazione c'è un signore che porta a spazzo un cane: «Sì, abito qui vicino. Sì, lo so, è successa una cosa grave. Ma che vuole ormai ne succedono tante... anche questi immigrati».

Nettuno, Italia. Una domenica come tante di un piovoso gennaio. Un quasi morto ammazzato mentre dormiva. Lui era un immigrato, un barbone, pare dormisse lì da giorni. Loro, gli aggressori, tre giovani del luogo, i due più grandi hanno 29 e 19 anni e risiedono nella cittadina, il più piccolo ne ha 16 e vive ad Ardea, un grosso centro agricolo dell'entroterra. Siamo a una quarantina di chilometri a sud di Roma.

A metà pomeriggio di domenica le news della Tim segnalavano che gli inquirenti avevano già le idee chiare sull'accaduto: l'sms parlava di «aggressione mirata» e di «matrice razzista». Poi, con il passare delle ore è emersa una lettura diversa, quella raccontata dai giornali di ieri. Ragazzi annoiati, in cerca di emozioni forti, "storditi" dall'alcool e dalle canne. La xenofobia non c'entra, al massimo si tratta dei «razzisti del sabato sera» come titolava il quotidiano Il Tempo . Dei tre giovani si sa ancora poco, si dice "figli di lavoratori", cresciuti nelle case dello Iacp. Non sarebbero in ogni caso militanti dei gruppi neofascisti che comunque a Nettuno non mancano.

Intanto politici e opinionisti fanno la loro parte nella ri-costruzione dell'evento. Il Sindaco di Roma Alemanno lancia il suo mantra: «Se qualcuno pensa che i recenti fatti di violenza, che hanno visto come presunti colpevoli delle persone immigrate, possano essere un alibi per ritorsioni xenofobe, si sbaglia di grosso. A nessuno è consentito farsi giustizia con le proprie mani e tanto meno strumentalizzare politicamente il dolore delle donne che sono state violentate nei giorni scorsi». Già, ma chi, prima di Alemanno aveva letto i fatti di Nettuno come "una vendetta" contro gli immigrati? Nessuno, ma evidentemente l'esponente di An ci tiene a parlare a quella parte di italiani che così possono vedere le cose. «La vicenda di Nettuno è legata più al disagio sociale e ambientale che ad una questione razzista», taglia corto il ministro dell'Interno Roberto Maroni che solo poche ore dopo annuncerà: «Basta bontà saremo cattivi contro i clandestini».

Anche la questione "droghe" fa la sua comparsa: i tre giovani responsabili dell'aggressione erano fatti, fuori controllo, privi di lucidità, si dice. Per un mix di alcool e canne? Talmente fuori di sé da dar fuoco a un uomo inerme? Come per lo stupro di Capodanno alla Fiera di Roma - responsabile un italiano di "buona famiglia" - "lo sballo" è considerato alla base di una trasformazione antropologica: rende dei bravi ragazzi dei mostri violenti e sanguinari. La narrazione proibizionista trova la sua conferma: la droga è il male che inquina o avvelena un corpo sociale altrimenti sano.

Resta la fotografia sfuocata di una realtà così simile a tante altre, alla "scena" di tanti altri reati, violenze, aggressioni, omicidi compiuti ai danni di chi in quel momento si considera, con un arco di sentimenti che va dal fastidio all'odio, intollerabilmente diverso da sé. No, alla base di un tale atteggiamento non c'è necessariamente una cultura neofascista, la tessera in tasca di un gruppo para-nazi. Per chi non se fosse accorto questo è il rumore di fondo che copre nel nostro paese ogni riflessione complessa, ogni tentativo di capire, analizzare, cercare soluzioni da non far pagare a nessuno, magari al proprio vicino di casa. Chi si ricorda della morte di Abba, ammazzato per un biscotto a Milano? E di Tommaso, ucciso per una sigaretta a Verona? O di Renato, accoltellato sul litorale romano. E dei tanti a cui non sappiamo neppure dare un nome, che neppure la morte ha strappato alla "clandestinità"? Certo, i fascisti ci sono, nelle istituzioni come nelle strade, ma sarebbe assurdo pensare che questa onda di odio parta solo da lì. Nelle ultime settimane è capitato perfino che un sindacato "di estrema sinistra" chiedesse il boicottaggio dei negozi "degli israeliti". Tanto per dire che contro il razzismo non si è solo "abbassato la guardia": il problema è molto, ma molto più radicato.

Sulla violenza di Nettuno pesa perciò un clima - che la destra di governo usa fino in fondo per chiudere il cerchio della xenofobia di Stato con l'appello alla repressione a alla militarizzazione della "sicurezza" - che nasce nelle strade di questo paese. Un barbaro senso comune che è pronto ad armare in ogni momento una nuova mano, che costruisce una cultura di morte e sopraffazione che rende poi possibile la violenza e spesso perfino l'omicidio. Non basta indicare nella destra la parte politica che su questo clima specula - specie in tempo di crisi - dopo averlo alimentato, si deve guardare in faccia il mostro anche quando ha un volto accettabile, se non gradevole. Capire che dietro ogni esplosione di violenza razzista c'è un'intera comunità pronta a minimizzare o a giustificare: è questa la sfida con cui oggi ci si deve misurare.


Autore: Guido Caldiron
Fonte: Liberazione




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