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Delocalizzazioni: quel che resta dell'industria tessile in Italia

31.01.2009 - Varese

«Come la vedi tu questa situazione economica?» Il discorso è aperto con con Carlo S. industriale del settore tessile abbigliamento che è però, distrattamente, è in Bulgaria. Sta mettendo a punto uno stabilimento. Per esempio gli chiedono un milione di pezzi di «intimo» con certe caratteristiche e lui li fornisce in poco tempo e con una certa facilità. E' lui il just in time all'italiana. Risponde insomma alle domande del mercato: incostanti e frettolose. Dalle sue risposte al telefono esce una realtà industriale inattesa e anche molto provvisoria.

«In Bulgaria ci sono oggi 2.000 imprese di operatori italiani. Non sono le 12.000 imprese in Romania, ma è sempre un polo interessante. E' anche l'effetto dell'entrata nell'Unione europea. Non è una prospettiva per il lungo termine ma per due o tre anni il discorso nel settore manifatturiero è molto vivace. Certo nel mondo globalizzato vi sono ovunque tentazioni di crescere nell'edilizia o di speculare nella finanza, ma ai paesi che vi hanno provato non è andata bene; gli esempi sono l'immobiliare in Spagna o la finanza in Ungheria».

E continua: «mi chiedi se l'impresa in quanto tale esista ancora, tra marchio X, o Y, confezioni nei paesi dell'est e finanza a Vaduz. La mia risposta è affermativa. L'impresa è alla costante ricerca delle condizioni che le offrono i maggiori margini e l'est europeo ha pur sempre un costo del lavoro che è un quinto di quello italiano. Inoltre sono diventati - bulgari e romeni - più affidabili. Accettano i pagamenti a 60 giorni o a fine mese; e le dimensioni sono più ridotte, più umane: più controllabili per dirla tutta».

I compiti immediati dell'imprenditore in Bulgaria spezzettano il filo del discorso che ogni volta riprende: «il costo del lavoro in Cina è certamente più vantaggioso ancora, non c'èdubbio quanto a questo, ma i numeri della produzione sono talmente grandi... Le serie di dimensioni ridotte, nell'abbigliamento, ma anche nella meccanica minore, in Cina sono più problematiche, più difficili da ottenere. La Cina non è flessibile. Inoltre non si raggiunge in due ore di volo, non c'è contratto che si possa chiudere nelle due ore successive, non c'è serie che parta nel giro di pochi giorni. Da questo punto di vista l'est europeo va bene, come per altri versi funzionano anche Siria (una new entry) o Turchia, o l'Africa che si affaccia sul Mediterraneo. Un discorso a parte per la Libia, dove l'impresa privata non ha spazio». E Varese?, chiediamo.

«Le medie imprese si sono tutte trasferite. In Italia, nei distretti del tessile e dell'abbigliamento, come Varese, restano alcune lavorazioni di nicchia: finissaggio, stamperia, fototipia per i campionari; naturalmente la progettazione e qualche altra funzione decisiva, non esportabile a meno di perdere il buon nome. E il buon nome è denaro sonante».


Autore: Guglielmo Ragozzino
Fonte: Il Manifesto


Per approfondire: Notizie di Economia



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