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Moni Ovadia, il paladino degli sconfitti

03.09.2007 - Fiume

Dopo il concerto abbaziano abbiamo avuto il piacere di incontrare Moni Ovadia, uomo di teatro e di immensa cultura, ricercatore e poliedrico interprete di una tradizione antica proveniente dai tempi più remoti: l'identità culturale yddish. Il celebre artista, nato a Plovdiv, in Bulgaria, nel 1946 da una famiglia ebraica, pur avendo 61 anni di età la sua figura zampilla giovinezza. Occhi azzurri, capelli lunghi e grigi, raccolti e coperti dallo zuccotto bianco e grigio-azzurro, voce rauca con un profondo accento da cosmopolita che testimonia la sua identità di “ebreo errante”.

Pur essendo ebreo di origine sefardita, lei si è occupato della tradizione e cultura degli ebrei dell'Europa orientale, ossia degli aschenasiti. Come mai?

Gli ebrei bulgari, da dove provengo io, sono quelli più anomali. Abbiamo risentito molto della cultura slava. Essere nato in un paese slavo è stato molto importante per me. Fin dalla più tenera età mi sono avvicinato alla cultura tradizionale slava, studiandola e aprendola profondamente. Ho avuto da sempre una fortissima attrazione per il linguaggio dei popoli, non per le classi alte ma per quelle che un tempo venivano chiamate con un termine tecnico “classi subalterne”, vale a dire degli sfruttati, che entrano nel mondo di una cultura ricca, originale, dai mille colori. Sia del mondo aschenasita sia di quello sefardita mi sono occupato dettagliatamente. Perché io mi occupo di sconfitti. Soprattutto di gente che è stata sconfitta, ma che sono stati sconfitti in modo glorioso. Non sono stati sconfitti per infamia, ma per troppa gloria. Ad esempio gli ebrei dell’est Europa, un popolo sublime, che aveva trovato il modo di essere un popolo senza confini e nazioni. Per questo è stato ucciso, sterminato, sconfitto. Mi occupo di tutte le culture di mezzo, quelle travagliate, quelle che hanno sofferto. Insomma tutte quelle culture che sono state sconfitte dalla cultura popolare e tradizionale. Perché sono state sconfitte? Perché hanno scelto la via del potere. Come profugo, facente parte di un popolo che ha subito una persecuzione, da subito sono stato attratto verso queste culture. Tutte culture che non hanno ricevuto la tentazione del potere. Perché il potere, la forma e la struttura del potere, sono ciò che rende questa umanità indegna del suo nome. Ogni volta che entra di mezzo il potere, noi vediamo immediatamente che l’umanità si comporta da animale. Una simile situazione è stata raccontata nel libro “La Casta”, scritta dai giornalisti Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, i quali hanno fatto un’indagine sui privilegi dei politici italiani, non solo quelli al potere. Quando un uomo va al potere si dimentica che è un uomo. Pensa di avere qualche statuto speciale e questo è il vero guaio. Allora io mi interesso di tutte quelle culture che sono state contro e lontane dal potere, che sono state colpite dal potere, proprio perché il potere non le poteva dominare o controllare. Al momento sono in fase di preparazione di uno spettacolo sul comunismo e sui comunisti sovietici visti attraverso la prospettiva dell’umorismo ebraico. Racconta di milioni e milioni di comunisti che sono stati assassinati. Molti di loro da Stalin che è stato un grande assassino di comunisti e altri dai nazisti. Però attenzione, anche se erano comunisti non erano in linea con il potere e il partito e per questo sono stati liquidati. Li ritengo tutti degli sconfitti gloriosi. In realtà possono essere chiamati anche semplicemente ‘i deboli’. Fin quando noi non partiremo a costruire l’umanità dalla fragilità e dalla debolezza, non costruiremo un’umanità di pace e di giustizia.

Il mondo balcanico e soprattutto la sua musica è particolarmente presente nella sua opera artistica. Cosa l’affascina dell’espressione artistica di queste popolazioni?


Credo che i popoli balcanici e i popoli slavi in generale, abbiano una ricchezza culturale e delle radici come raramente s’incontrano. Sono due le cose che mi affascinano dei popoli slavi, un’enorme e profonda spiritualità e una cultura delle varietà espressive immense. La prima musica che ho sentito mentre mi trovavo nella pancia di mia mamma e i successivi quattro anni è stata quella slava. Quando sento questa musica sento di averla nel cuore.

Da dove trae l’ispirazione per il suo creato?


Cerco in continuazione. Vado a cercare ovunque. Cerco nelle persone che incontro, nella musica che trovo. Oggidì siamo fortunati con tutta la musica di questo mondo che si trova sui compact disc. Io faccio le mie ricerche. Studio, imparo, rubo, prendo. Ho 61 anni e di queste cose ho iniziato ad occuparmi a sedici.

Lei è uno dei maggiori esponenti del teatro musicale.


Diciamo che faccio un teatro in musica, perché la mia compagnia è formata principalmente da musicisti che recitano. Poi ho un piccolo gruppo di attori molto particolari, uno viene dalla compagnia Tadeusz Kantor ed è bravissimo. Ho anche un ballerino ucraino straordinario che pesa 130 chili. È una sfida alla legge della gravità. Il mio intento è di fare un teatro in musica dove cerco di mettere in scena la musica. Attraverso la messa in scena il musicista diventa corpo drammaturgico. Per mia fortuna la cosa ha avuto notevole successo in Italia.

Quanto conosce la scena teatrale croata e slovena?


Conosco la scena slovena perché sono il direttore del Festival Mite e qualcosina anche della scena croata. Al festival abbiamo avuto quest’anno il Dramma Italiano di Fiume. Ha proposto un interessante spettacolo scritto dal drammaturgo Edoardo Erba. Mi sembra che i paesi dell’ex Jugoslavia nel campo drammaturgico siano molto interessanti e fantasiosi. È bello vedere che i teatranti dei vari paesi dell’ex Jugoslavia appena si crea teatro si mettono assieme senza problemi. Il teatro si trova molto a disagio con i confini. Quello che viene tendenzialmente dai paesi dell’ex Jugoslavia mi piace.

Conosce la storia della Comunità ebraica di Fiume e dell’Istria?


Non specificamente. So che hanno avuto un grande travaglio soprattutto durante il Secondo conflitto mondiale. A essere sincero non so che sia di loro, di quello che è successo dopo la guerra; se si sono fermati o se ne sono andati. Il danno fatto dai nazisti è incalcolabile. Gli ebrei sono un elemento di vitalità. Il grande filosofo Cioran - non ebreo, anzi cristianissimo – ha detto che ‘una città morta è una città senza ebrei’. Significa che l’ebreo è il cosmopolita, quello che fa e promuove gli affari, intrattiene le relazioni. Il nazionalismo è la vera peste dell’umanità, perché non guarda gli uomini, le culture, guarda i confini. Io mi batto contro tutto questo. Non sono pessimista, nel senso che oggi, dai paesi dell’est sono emigrati più ebrei in Germania che in Israele. Gli ebrei sono strani. Noi vedremo cosa accadrà con gli ebrei solo quando ci sarà la pace in Israele. È solo un ipotesi, se si fa la pace in giro di due decenni, metà degli ebrei che ci sono oggi in Israele non ci saranno più.

Perchè dice questo?


Gli ebrei non sono un popolo di sedentari, è un popolo di nomadi. L’identità ebraica si forma nel deserto e non nelle nazioni. Considerando dove hanno vissuto gli ebrei nella loro storia che è di 3500 anni, risulta che nella famosa Terra promessa non hanno vissuto più di 500 anni. Gli israeliani sono diventati nazionalisti. Come tutti quelli che vogliono stare dietro ad un confine perdono la testa. Tuttavia gli ebrei avevano delle buone ragioni per perdere la testa, soprattutto dopo aver subito quello che hanno subito. Però tutto questo non va assolutamente da nessuna parte.

In questa triste storia tra palestinesi e israeliani chi è lo “sconfitto glorioso”?


Lo sconfitto glorioso in questo momento sono i palestinesi. Gli israeliani credono di avere trovato la pietra filosofale. Di essere forti. Io sono del tutto favorevole alla sicurezza di Israele. Penso che sia meglio uno stato piccolo, democratico. Però che sicurezza puoi avere occupando un altro popolo, riducendolo alla fame e alla disperazione. Hanno perso la testa… Passerà. Quello che accade ai palestinesi è profondamente ingiusto e non ci sono giustificazioni. Il muro degli israeliani divide i palestinesi dai palestinesi e non gli israeliani dai palastinesi. Per fare la pace con i palestinesi bisogna ritirarsi da tutta la Cisgiordania e da Gerusalemme est, fare un corridoio per i palestinesi Cisgiordania-Gaza, sia terreste sia aereo. Così si fa la pace. Se ci sono tanti ebrei che sono andati a Gerusalemme est pazienza, diventeranno cittadini dello stato palestinese. Non vedo niente di scandaloso. C’è un milione di palestinesi cittadini dello stato di Israele e mi dico ci possono essere 250 mila ebrei cittadini dello stato palestinese? Dov’è il problema.

Lei è un pacifista convinto?


Non mi piace la parola pacifista. Io mi sono convinto sempre di più che oggi chiunque faccia una guerra che voglia o non voglia è un criminale di guerra. E poi chiunque dica “Dio è con noi” per giustificare tale atto, scende al livello più infimo del degrado. È come regredire all’epoca dell’idolatria. Non a caso è stato uno slogan dei nazisti “Gott mit uns”. Io vivo con profonda angoscia che le stesse parole siano usate dal presidente del paese che ci raccontano essere la più grande democrazia al mondo. È un’immensa angoscia. Non può essere con nessuno quel Dio, perché è con tutti.

Che opinione ha del questore Giovanni Palatucci?

Giovanni Palatucci fu uno di quei funzionari del governo fascista che era un essere umano come anche Giorgio Perlasca. Questi sono prima di tutto uomini e poi funzionari. È tutto qui, la differenza è solo quella. Un essere umano quando vede soffrire un altro essere non può fare a meno che aiutarlo.


Autore: Gianfranco Miksa
Fonte: La Voce del Popolo




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