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"Il mercato dell’est è fallito"

10.01.1990

L’analisi è stata subito radicale senza alcuna concessione al vecchio trionfalismo ideologico: il Comecon ha detto Andrei Lukianov, presidente di turno dell’organizzazione è in una situazione drammatica: la qualità della produzione è mediocre, di gran lunga al di sotto dei livelli mondiali, l’interscambio è stagnante, gli obiettivi di crescita non sono stati raggiunti, e la situazione si va sempre più deteriorando.

La 45esima seduta del Comecon è dunque cominciata ieri a Sofia all’insegna del drastico dilemma cambiare o morire (la frase è del premier ungherese a Nemeth), in una riunione cruciale che rimette profondamente in discussione una delle istituzioni-chiave in cui si articola ancora la fragile politica di blocco. Le tensioni della vigilia, quando la Cecoslovacchia minacciava di uscire dall’organizzazione, si sono in parte affievolite e un po' tutti parlano ora della necessità di una riforma profonda che dia un nuovo volto e nuovi obiettivi a questo vecchio strumento che ha sempre sancito la supremazia dell’ideologia su ogni obiettivo puramente economico.

Parlando brevemente con i giornalisti il premier sovietico Nikolai Ryzhkov si è detto sicuro che si potrà evitare il collasso se saranno prese le giuste decisioni e da Mosca la Pravda ammette che i meccanismi della collaborazione economica sono superati e sono quindi un freno alle riforme in corso nei vari paesi ed al loro sviluppo economico. Lo stesso ministro delle Finanze cecoslovacco Vaclav Klaus, da cui erano venute nei giorni scorsi le critiche più radicali, ha avuto oggi toni più possibilisti e tranquilli: il Comecon ha detto in sostanza deve sopravvivere in una forma o nell’altra: noi non ne chiediamo la sua dissoluzione. Si cerca dunque di arrivare ad un accordo che eviti il collasso di una struttura fondamentale su cui si regge il blocco sovietico. Ma lo sforzo riesce appena a mascherare il fatto che come scrive un giornale cecoslovacco il Comecon sta morendo di morte naturale, travolto dalla sua inefficenza economica , ma soprattutto dalla ventata delle rivoluzioni democratiche che hanno sconvolto i regimi comunisti.

Gli ortodossi superstiti Uno sguardo al tavolo di Sofia è, in questo senso, indicativo: vi siedono premier spesso appena usciti da grandi manifestazioni di piazza, capi di governi in cui i comunisti o sono in minoranza o sono stati costretti a dividere il potere con forze politiche nuove, qualche mese fa ritenute ancora eretiche, rappresentanti di paesi che si sono ora pronunciati per il liberismo economico (come Ungheria, Cecoslovacchia e Romania). I superstiti ortodossi (Cuba, Mongolia, Vietnam) sembravano, più che altro, degli ospiti indesiderati, quasi degli osservatori. Nella sua concezione originaria il Comecon si è dunque spento per consunzione.

Era stato voluto da Stalin oltre 40 anni fa in concomitanza con il piano Marshall come una specie di braccio economico della supremazia ideologica e politica dell’Unione Sovietica sui paesi satelliti: una struttura rigida per armonizzare i piani quinquennali, una difesa dell’invadenza delle pianificazioni centralizzate, uno strumento che creava dunque una specie di fossato economico che separava l’Est dall’Europa occidentale. In questa sua dimensione puramente strategica il Comecon ha probabilmente avuto successo, ma da un punto di vista economico si è via via trasformato in un disastro: riesce sempre meno a far fronte ai bisogni dei 400 milioni di consumatori, lo scambio inter-Comecon rappresenta solo il 4 per cento del commercio mondiale nonostante la sua zona di influenza produca un terzo della ricchezza mondiale, ed i suoi paesi membri hanno accumulato un debito estero che supera i 130 miliardi di dollari, una corsa verso le banche occidentali per frenare la crescente inquietudine dei consumatori, appropriarsi della tecnologia che il Comecon non riesce a produrre, evitare quella riforma economica che inevitabilmente sconfina nel terreno della politica.

Dollari dunque per mantenere il regime e le sue strutture. Ora che il mastice ideologico di questa costruzione artificiale si è sciolto emergono con forza le sue incongruenze: il Comecon si è ridotto ad una forma di primitivo baratto: materie prime dell’Urss in cambio di beni di consumo e prodotti industriali dell’Est, ad un prezzo fittizio imposto dall’Urss. Un' operazione dolorosa alla fine uno scambio sfavorevole anche per Mosca costretta ad assorbire prodotti di qualità e di livello tecnologico sempre più scadente, perseguitata dall’incubo di un crescente esborso di aiuti economici verso i paesifratelli che già assorbono, compresi gli alleati del terzo mondo, oltre il 5 per cento del suo prodotto interno lordo.

Già due anni fa l’Unione Sovietica aveva espresso la sua disaffezione e le sue perplessita' verso il Comecon, concedendo ai singoli paesi membri la possibilità di accordi bilaterali con la Cee e, ieri, si è presentata a Sofia ribadendo la proposta di ancorare l’interscambio commerciale ai prezzi mondiali e calcolati in valuta convertibile. Per queste economie che tendono a saldarsi con l’occidente il Comecon come dice l’economista cecoslovacco Milos Zeman non serve davvero più. Ma smantellarne le strutture è ora operazione difficile e dolorosa per tutti: l’Est non è in grado di orientare velocemente le sue economie verso l’occidente, i suoi prodotti non sono competitivi, i costi sociali sarebbero altissimi. E dunque ha bisogno di tempo, di un lungo periodo di adattamento e di transizione ed il Comecon, persa ormai ogni sua ambizione di alternativa ideologica, continua ad avere una sua funzione, come una specie di infermeria per economie malate e bisognose di sopravvivenza e nessuno, per ora, sembra in grado di uscirne.

La Bulgaria, per esempio, esporta tutta la sua produzione verso l’Urss, il 40 per cento del commercio estero di Rdt e Cecoslovacchia va verso l’Urss e la Polonia ha calcolato che, se abbandonasse il Comecon perderebbe, ogni anno, quasi 3 miliardi di dollari: il Comecon ha scritto un giornale dell’est ricorda un guscio vuoto da cui nessuno riesce ancora a liberarsi. E dunque non resta che la strada di una sua profonda riforma che ne faccia, almeno, uno strumento di contrattazione verso quell’occidente, a cui si indirizzano ora tutte le economie orientali. E, in questo senso, riuscirà probabilmente ancora a sopravvivere, rimandando una lacerazione che comunque, da un punto di vista politico, sarebbe traumatica.


Autore: Piero Benetazzo
Fonte: La Repubblica


Per approfondire: Notizie di Economia



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