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Se ne va Zhivkov, patriarca bulgaro

11.11.1989 - Varsavia

Zhivkov dopo Honecker, tramonta a Sofia un altro grande vecchio, un' altra scossa democratica investe l’impero sovietico. Todor Zhivkov, segretario del Partito comunista bulgaro da quando trentacinque anni fa rovesciò il piccolo Stalin di Sofia, Cervenkov, il presidente della Repubblica, si è dimesso ieri al culmine di un tempestoso Comitato centrale convocato sull’onda delle manifestazioni popolari delle settimane scorse.

Al suo posto il Parlamento del partito ha scelto l’attuale ministro degli Esteri, Petar Mladenov, un sessantenne che nell’attuale vertice bulgaro è, in assenza di riformatori dichiarati, l’uomo più conosciuto da Mosca, dati i suoi doveri diplomatici. E da tempo, è anche il più apprezzato a quanto si dice tra i leader bulgari nelle stanze del Mid, il ministero degli Esteri sovietico dove Shevardnadze traduce in diplomazia il nuovo modo di pensare. Ieri Gorbaciov si è subito felicitato con Mladenov inviando un telegramma.

A Sofia finisce un' epoca, come e più che non a Budapest, quando un anno e mezzo fa Kadar fu cacciato a furor di delegati dalla conferenza straordinaria del partito. Ormai Praga e Bucarest restano i soli bastioni del comunismo ortodosso decisi a resistere fino in fondo a Gorbaciov. Il settantottenne Zhivkov un' età tarda, ma molto ben portata non si è lasciato deporre come un re inetto, non ha subito la sorte impietosa di Kadar o di Honecker. Ha parlato ancora una volta da patriarca, da vecchio padre di famiglia, ha saputo fare il suo canto del cigno con dignità. Nel discorso al Plenum ha ammesso che i problemi economici e politici e i fattori di crisi investono il paese, ha anche detto quasi come pronunciasse un testamento che la perestrojka e la linea del Pc bulgaro coincidono nell’essenza.

Una conferma dell’alleanza secolare con Mosca ma nutrita di contenuti nuovi, perché Zhivkov ha concluso il suo discorso di addio esortando al rispetto dei diritti umani e al dialogo con la popolazione. A una rottura radicale, cioè, rispetto alle scelte delle autorità bulgare e sue personali negli ultimi anni. Sono state le grandi e impreviste manifestazioni delle settimane scorse a favore della libertà e della democrazia, tenutesi a Sofia e in altre città bulgare, a dare il colpo di grazia alla stabilità del potere. Zhivkov esce di scena con il merito storico di averne preso atto a tempo. Anche nel paese-giardino dei Balcani, la sindrome berlinese si fa sentire. Ma i cortei in cui, come sull’Alexander Platz, la gente gridava Gorby, Gorby e perestrojka sono stati la punta di un iceberg profondo, la spia di una crisi appena celata da una realtà priva di fattori che colpiscano l’occhio come la fame e la repressione medioevale della Romania o la brutalità sudamericana della polizia cecoslovacca.

Comincia in realtà dall’economia il male oscuro bulgaro. Sofia, va detto, ha fatto da anni molti tentativi di mutuare le riforme economiche ungheresi, ma finora gli esperimenti si sono quasi sempre scontrati con la pigrizia e le paure dei burocrati. E' venuta poi la crisi economica dell’Unione Sovietica (di gran lunga il primo partner commerciale) a colpire gravemente le esportazioni e a scuotere antiche certezze di un modello di sviluppo che non conosceva boom ma neanche gravi declini. Al dossier economico condito dall’aumento del debito estero e quindi dei prezzi interni si sono aggiunti la tragedia della minoranza turca, fuggita come i tedeschi dell’Est per scampare alla assimilazione forzata, e poi la repressione all’interno del partito.

E' dell’anno scorso, appunto, il clamoroso siluramento di Chudomir Alexandrov, il cinquantenne tecnocrate laureato a Mosca, il più popolare tra i leader comunisti del paese, l’uomo in cui molti vedevano e vedono il Gorbaciov (o il Modrow) di Sofia. A lui guarda il più importante gruppo di opposizione perseguitato dalla polizia fino a ieri che si chiama, guarda caso, Club per la difesa della perestrojka e della glasnost. E la moglie di un suo amico, la signora Todorova, fa capo all’associazione ecologista che qualche mese fa ha promosso le prime proteste politiche di piazza dopo quelle della minoranza turca. I colpi di coda del vecchio sistema coesistono in Bulgaria con una diplomazia vivace, che ha ospitato la prima riunione interstatale europea sull’ecologia, con una cultura protesa a Occidente, con una stampa che parla senza censure di Walesa, dell’Ungheria, della Rdt.

Ma nel Politburo e nella segretaria del Pcb, è forse presto per fare spazio alle voci più coraggiose: i capi comunisti allontanati l’anno scorso dal vertice potrebbero se riabilitati e chiamati a guidare il paese rappacificare il palazzo e la società, l’apparato però teme scosse improvvise. Di qui forse la scelta di Mladenov, ministro degli Esteri da oltre quindici anni, quindi garante della continuità, ma al tempo stesso, come capo della diplomazia, interlocutore privilegiato del nuovo Cremlino. A Sofia ancora non si parla di libere elezioni come quelle attuate in Polonia, attese per primavera a Budapest e promesse a Berlino Est, ma forse Mladenov saprà essere il Krenz o l’Andropov bulgaro, il papa della transizione. Sempre che sappia adattarsi ai tempi ogni giorno più incalzanti della rivoluzione non violenta che con l’assenso di Gorbaciov sta portando dal comunismo alla libertà una parte dell’Europa.


Autore: A.T.
Fonte: La Repubblica




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