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Bulgaro
     
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Quella voglia d'Europa nei Balcani socialisti

08.04.1988 - Ruse

A Rustchuk, sul basso Danubio, vivevano persone di origine diversissima, e in un solo giorno si potevano sentire sette o otto lingue. Oltre ai bulgari, che spesso venivano dalla campagna, c' erano molti turchi, i quali abitavano in un quartiere tutto per loro, che confinava col quartiere degli ebrei spagnoli, dove stavamo noi. C'erano greci, albanesi, armeni, zingari, qualche russo. Dalla riva opposta del fiume venivano i rumeni.... Per anni avevo tenuto a mente quest'inizio trascinante della Lingua salvata, di Elias Canetti. Quest'immagine insieme nitida e favolosa d' un crocevia balcanico-danubiano, d' una lontana periferia europea.

Quando mi sarebbe capitato, in uno dei miei viaggi attraverso l'Europa Orientale, di metter piede a Rustchuk? Ed ecco ci sono arrivato: da Sofia, in una mattina fredda e ventosa, il Danubio in piena dopo due settimane di pioggia. Sicché prima di cominciare un giro della città, bisogna scaldarsi. E allora entriamo in un caffè della Ulica Slavianska, già pieno di gente e di fumo alle dieci del mattino (la perestrojka bulgara, contrariamente a quella sovietica, non ha messo limiti al consumo dell'alcool), per bere un paio di bicchierini di rakja, la grappa dei Balcani. Dalle vetrate del caffè si vede la via Slavianska che un tempo si chiamava Mitarna, in greco via dei commercianti scendere verso il porto fluviale. E proprio dinanzi a noi impastata d' elementi Secessione e Liberty dal più avventato degli architetti della vecchia Rustchuk, un armeno autodidatta di nome Bedrossian, c' è la casa dove il nonno di Canetti aveva gli uffici e la butica, la bottega all'ingrosso di granaglie e ferramenta. Tre piani (al pianterreno c' è adesso un negozio di mobili), l'intonaco color ruggine, il monogramma C in una cornice di stucco.

Rustchuk ha perso da molto tempo il suo nome turchesco, e oggi si chiama Ruse. Ha perso anche, rispetto al ruolo che ebbe dalla fine dell'Ottocento sino al ventennio tra le due guerre, la sua importanza di porto mercantile. L'emporio del basso Danubio meglio collegato a Vienna, la città multirazziale e plurilingue dove gli ebrei spanioli tenevano le redini dei traffici più fruttuosi e insieme guidavano la modernizzazione del piccolo Principato di Bulgaria (un ammodernamento, una ricucitura con l'Europa di cui questa casa Canetti della Ulica Slavianska è un simbolo preciso), è diventata un centro industriale abitato quasi esclusivamente da bulgari. L'incuria tipica dei paesi socialisti, la polverosità dei Balcani. Il sentore d' agnello arrosto che si comincia a sentire tra Bosnia e Serbia, stagna dalla Transilvania alle foci del Danubio, attraversa la Tracia, il resto della Bulgaria, quindi approda in Anatolia. Ruse è poi gravemente inquinata, e di miasmi non solo suoi ma anche altrui. Sulla sponda opposta del fiume, nella rumena Giurgiu, fumano infatti le ciminiere di un' industria misteriosa che sta appestando da qualche anno le due coste danubiane, e già ha riempito Ruse d' indecifrabili malattie della gola, di bronchiti ribelli a ogni cura, di eruzioni cutanee ed altri malanni.

I bulgari hanno protestato, il loro vecchio leader, Todor Zhivkov, è andato a parlarne personalmente con Ceausescu. Ma niente: nella loro miseria sempre più cupa, nel loro febbricitante isolamento, i rumeni non forniscono risposte. Le ciminiere misteriose continuano a fumare. Eppure, malgrado i miasmi e l'incuria, com'è affascinante Ruse. In nessuna città dei Balcani l'architettura a cavallo del secolo rievoca in modo così esplicito la Mitteleuropa. Un mondo borghese, una vita europea che da queste parti ebbero solo Bucarest, Ruse, e molto più tardi Sofia. Né furono i principi e poi i re della Bulgaria liberata dai turchi, Alessandro Battenberg, Ferdinando e Boris Sassonia Coburgo, a portare sul tratto finale del Danubio quest'aria viennese. Furono gli ebrei. Le poche famiglie askenazi, le moltissime del gruppo detto spaniolo o anche ladino, che appena la Bulgaria dopo i cinque secoli ottomani diventò Europa, a Vienna facevano capo regolarmente per ogni necessità.

I commerci, l'arredo delle case in pietra che si stavano intanto costruendo (per secoli, coi turchi, avevano abitato case di legno); gli studi dei figli, i pianoforti e gli spartiti musicali delle figlie; i medici. Nella Lingua salvata, Canetti ricorda anche i nomi dei luminari viennesi cui ricorrevano i ricchi spanioli di Ruse: per il petto Neumann, per i nervi Meynert, per orecchio naso e gola Schnitzler, il padre di Arthur, lo scrittore di Signorina Elsa , Verso la libertà, Girotondo. Quel tempo è lontano, ma non lontanissimo. Della grande comunità ebraica di Rustchuk (tremila persone negli anni Venti, quando la città non arrivava a trentamila abitanti) sono rimasti una cinquantina d' esponenti. La sinagoga non c' è più, ma c' è un circolo ebraico di cui vado a vedere il vice-presidente, l'avvocato Lazar Benun. E Benun, che ha 76 anni, ricorda benissimo non solo i luoghi, le atmosfere, ma persino alcuni personaggi della Lingua salvata. L'idiota del quartiere spaniolo, che i bambini perseguitavano chiamandolo Kako la gallina; il dottor Menachemoff, l'ostetrico delle buenas familias ebraiche; la nonna materna di Canetti, detta la turca, un' ebrea venuta da Adrianopoli che viveva accovacciata su un divano, una sigaretta perennemente tra le dita. Sulle indicazioni di Benun, accompagnati da un giovane architetto del Comune, cominciamo la visita della città vecchia.

E si comincia naturalmente dalla strada principale del quartiere spaniolo, via Gurko, dove c' è la casa natale di Canetti. Ancora adesso polverosa e sonnolenta com'é descritta nella Lingua salvata, via Gurko ha su i due lati molte ville che dovettero sembrare per i Balcani elegantissime. Di stili diversi, dal Tudor al carpatico e al neoclassico (tra quest'ultime campeggia quella di Atanas Burov, il banchiere della famiglia reale bulgara), oggi molto rovinate. Ma a differenza di quel che accade altrove, da Vienna a Praga e a Varsavia, non ci sono pene, non c' è drammaticità (solo una malinconia) in questo giro dell'ex quartiere ebraico di Ruse: gli ebrei di Bulgaria riuscirono infatti, in grandissima parte, a salvarsi. Da via Gurko si passa poi all'arteria commerciale della Rustchuk inizio di secolo: l'ex Alexandrovna, dove c' è il maggior numero di palazzi costruiti tra la partenza di Mdhat pascia l'ultimo, illuminato amministratore ottomano e gli anni Venti. A Claudio Magris, che ha descritto Ruse in un paio di pagine del suo Danubio, l'atmosfera della vecchia città ricorda tra l'altro Fiume. Giusto. Più in generale si può parlare d' una Vienna ripensata da lontano, in questa provincia lontana. Nelle cariatidi, negli stucchi, nelle teste di Medusa dai capelli fluttuanti come le poteva concepire un artigiano locale che aveva visto si e no un paio di disegni Art Nouveau, c' è qualcosa di tardivo, di pretenzioso, di sommario: appunto le impronte della provincia. Un' architettura sin troppo eclettica, un po' ingenua (del resto i due maggiori architetti del periodo, l'armeno Bedrossian e il greco Spiros Valsamachi, erano in realtà due capo-mastri), qua e là senz' altro scadente.

Eppure è attraverso queste forme e ornamenti che l'Europa, anzi la Mitteleuropa, spinse le sue civili propaggini nello staterello balcanico di Bulgaria appena sottrattosi al dominio della Sublime Porta. Le cariatidi Secessione, i fregi Liberty facevano sparire a poco a poco i fez rossi dei commercianti, le finestre a grata delle case ottomane, l'uso della lingua turca. Nasceva un altro pezzo d' Europa, e anche in questo lontano tratto del Danubio giungeva un refolo di Belle E' poque. La cosa curiosa, m'accorgo dopo un po' che giriamo tra l'Alexandrovna e il palazzo Battenberg, è che nel gruppo sono il solo a provare un sentimento d' affettuosa riscoperta, diciamo una nostalgia, per quel che resta della vecchia Rustchuk. Nessuna nostalgia prova l'interprete bulgaro, nessuna un giornalista locale che ci accompagna gentilissimo, nessuna l'architetto del Comune. E nessun' ombra di rimpianto del tempo passato colgo, più tardi, parlando con due scrittori di Ruse: il poeta e saggista Sdrako Kisiof, e il giovane romanziere Slatoslav Micev.

Il crocevia danubiano, la piccola Bucarest, la Bulgaria d' allora? Niente. Qualsiasi approccio di questo tipo cade in una sordità generale, non provoca il minimo riflesso storico, evocativo, sentimentale nei miei interlocutori. Affiora così, tra le tazze di caffè e i bicchierini di rakja d' un pomeriggio a Ruse, uno dei tratti caratteristici del caso bulgaro. L'assenza, appunto, di nostalgie. Chi abbia amici cecoslovacchi o ungheresi, rumeni o polacchi, sa bene quanto sia forte e patetica nell'Europa socialista la memoria del passato. Il rimpianto di quel che furono Praga e Budapest, Bucarest e Varsavia prima del comunismo. Quanti caffè e ristoranti sopravvivono in quelle città quasi soltanto per tener viva la nostalgia: la pasticceria Vorosmarty e il ristorante Pest-Buda a Budapest, l'Opera Grill a Praga, il Basilisco a Varsavia, l'Athenée Palace almeno sino a qualche anno fa, prima che la Romania ripiombasse in un Medio Evo di privazioni a Bucarest. Luoghi, a volte, di buona pasticceria, buon cibo, buon vino. Ma dove la gente si reca attratta da altro: il vecchio mobilio, il garbo del servizio, le specchiere floreali, gli abat-jours di tulle, i pianisti che suonano le canzoni degli anni tra le due guerre. Escono a Budapest i dischi di Katalin Karady, tenebrosa cantante dei Trenta, a Varsavia quelli di Hanka Orodwna, la vedette più spumeggiante della Polonia di Pilsudski, e a Berlino Est quelli di Hans Moser, Hans Albert e Rosita Serrano, i cantanti che recitavano nei film musicali della Ufa. Una parte non piccola della letteratura di questi paesi è piena di echi della vita diversa che si conduceva prima della costituzione delle Democrazie popolari. E non è detto che la nostalgia coincida con un' opposizione ai regimi comunisti. Che si tratti d' una convenzione sentimentale dietro la quale s' intravede il dissenso. A volte essa è soltanto bisogno della memoria, attaccamento al passato, senz' altre implicazioni. Ma in Bulgaria no.

I miei interlocutori di Ruse, così come i letterati che avevo visto a Sofia, non conoscono il minimo rimpianto all'idea del mondo bulgaro anteguerra. Sembrano letteralmente refrattari ai ricordi. E, certo, nelle pieghe d' un simile atteggiamento dev' esserci un conformismo politico-ideologico, una prudenza nel maneggiare il prima rivoluzione. Ma a pensarci bene ci sono, poi, un paio di spiegazioni per così dire oggettive. La presenza borghese, la vita diversa durarono in Bulgaria non più d' una cinquantina d' anni; l'intellighentsia era uno strato sottile, e quasi totalmente marxista; l'avvento del comunismo costituì un trauma per qualche decina di migliaia di persone in gran parte, poi, emigrate , ma non per il resto dei bulgari. Sentimento antisovietico non ce n' é, le condizioni di vita se misurate col metro del sottosviluppo comunista sono discrete. Insomma questo è il solo paese, in tutta l'Europa dell'Est, a vivere il presente senza struggimenti. Ciò non toglie che qua e là s' avverta come un sussulto. Un' inquietudine. E cioè la sensazione dei bulgari più avvertiti d' essersi venuti a trovare di nuovo, come fu sino agli anni Settanta dell'altro secolo, lontani dall'Europa. Né si può trattare soltanto del tradizionale allineamento bulgaro alle posizioni sovietiche, in questo caso ai discorsi di Gorbaciov sulla famiglia europea. C' è di più. La consapevolezza che questi quarant'anni di separazione, dall'inizio della guerra fredda in poi, hanno riavvolto la Bulgaria in un grigiore periferico. L'hanno risospinta in una sua dimensione puramente balcanica.

Nel XV secolo, dice Ilcio Dimitrov, vice-ministro dell'Educazione e uno dei maggiori storici del paese, l'occupazione turca non rappresentò solo la tirannia, la sottomissione. Fu soprattutto, forse, l'allontanamento dall'Europa, e proprio quando l'Europa diventava il centro del mondo... Tanti secoli dopo, anche la guerra fredda rappresentò un muro che ci separava dalla cultura europea. I paesi socialisti si chiusero in sé stessi, convinti di poter creare una loro civiltà, autosufficiente, più giusta, staccata dall'Europa Occidentale. Questo fu senza dubbio un errore. Perché quella separazione è costata molto a tutta l'Europa, ma certo di più, un bel po' di più, ai nostri paesi. Sono discorsi che sento fare da vari mesi nelle capitali dell'Europa socialista. Si capisce, tutto è stato innescato dal gorbaciovismo; dalle continue sortite europeiste di Gorbaciov. Ma resta d' un grande interesse, per esempio, accorgersi che in queste capitali nessuno parla più della Polonia, o della Cecoslovacchia o della Bulgaria come d' un paese socialista. La dizione è praticamente scomparsa, sostituita da quella di paese europeo. E solo in parte si tratta d' una riscoperta interessata dell'Europa, d' una resipiscenza che nasce dal bisogno dei finanziamenti, delle tecnologie, della collaborazione imprenditoriale dell'Occidente. Il fatto è che cadono le costrizioni ideologiche, e si va creando una possibilità di movimento sino all'altro giorno impensabile. L'Europa Orientale promette una stagione di grandi novità e sorprese.


Autore: Sandro Viola
Fonte: La Repubblica




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