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Bulgaro
     
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È Sofia il vero “test”dei sogni di Gorbaciov

06.04.1988 - Sofia

Non so se esista anche in Italia, ma noi bulgari abbiamo un proverbio: la gatta frettolosa fa i gattini ciechi. Ebbene, la nostra riforma economica stava correndo gli stessi rischi della gatta del proverbio. Troppa fretta, troppe improvvisazioni. Buona volontà dei singoli responsabili, questo sì, ma progetti non tanto lucidi. Anzi, parecchie mosse contraddittorie. Qualche demagogia. E come al solito, vasti settori dell’apparato burocratico che s' erano illusi di procedere anche questa volta ad una pura operazione di cosmesi: cambiare la denominazione d' un ministero, cambiare un ministro, emettere qualche circolare, e tutto perché le cose restassero com’erano....Il professor Ivan Velinov, primo segretario del partito comunista all’Accademia delle Scienze, riassume così la vicenda della perestrojka bulgara.

E in effetti, la perestrojka (in bulgaro preustroistvo) ha avuto qui un andamento curioso. L’unico paragone che viene in mente, se si ripensa a quel che è accaduto tra ' 86 e ' 87, è un certo teatro comico della fine Ottocento: Labiche, Feydeau. Quei ritmi accelerati, quella continua concitazione, con i personaggi che entrano ed escono di scena sempre di corsa, sempre affannati, avendo sempre dimenticato qualcosa, in una confusione esilarante. Mikhail Gorbaciov non aveva ancora fatto in tempo, tra l’autunno e l’inverno ' 85, a definire gli schemi della riforma sovietica, e già il partito bulgaro si gettava a capofitto nella risistemazione degli apparati produttivi e di gestione. Ministeri dissolti, pacchi e pacchi di direttive inviati in ogni angolo del paese, annunci crepitanti di correzioni e ristrutturazioni.

In testa al plotone degli innovatori c' era, manco a dirlo, l’immarcescibile Todor Zhivkov, 76 anni, primo Segretario del Pc bulgaro dal lontanissimo 1954. E Zhivkov si muoveva come morso dalla tarantola: scompaginava la Commissione del Piano, inventava un Consiglio dell’Economia che avrebbe dovuto essere il cuore di tutta l’attività economico-finanziaria del paese, esortava all’allentamento dei controlli. Per un paio di mesi, sembrò che il vecchio leader volesse abbattere a colpi di piccone la doppia piramide burocratica quella dello Stato e quella del partito che a Sofia come in ogni altra capitale socialista sovrintende alla gestione dell’economia. Non è facile dire che cosa ci fosse esattamente dietro l’impeto riformatore di Zhivkov.

Certo, c' era il vecchio riflesso condizionato che spinge i bulgari a mimare quel che succede a Mosca, qualsiasi cosa vi succeda. Certo, c' era un inizio di stagnazione economica che richiedeva riaggiustamenti profondi. Ma è giusto aggiungere che lo sfondo bulgaro era due anni fa per quanto concerne l’economia già diverso da quello cecoslovacco, o tedesco-orientale, o rumeno. Lì tutto era restato immobile, e plumbeo, alla maniera sovietica. Mentre nella piccola Bulgaria erano già vari anni che la dirigenza del partito aveva tentato di mettere mano a una correzione del sistema. Cauta, naturalmente, condotta a tentoni: ma una spinta riformatrice, un minimo di sperimentalismo c' erano. E questo benché la stagnazione dell’economia fosse assai meno grave di quella brezneviana, e gli standard di vita più alti che in Urss. Così che i discorsi di Gorbaciov, l’avvio della perestrojka sovietica, servirono non tanto a smuovere una immobilità quanto ad accelerare i tentativi di ristrutturazione. Ad attenuare i rischi politici connessi alla riforma. A togliere la parola a chi avesse voluto sottoporre le modifiche della gestione economica al microscopio dell’ortodossia ideologica.

Chi giunga a Sofia, come m’è accaduto, all’indomani d' una visita in cecoslovacchia, non fa fatica a cogliere una forte differenza d' atmosfera. Mentre a Praga è evidente, quasi palpabile, la resistenza dell’attuale vertice del partito ad intraprendere sul serio la strada della riforma, Sofia è tutta un risuonare d' intenzioni e programmi riformisti. Non s' avverte un' incrinatura, un cattivo umore, uno scetticismo: nei ministeri s' incontrano soltanto gorbacioviani di ferro, più gorbacioviani dello stesso Gorbaciov. E i progetti di cui si sente parlare (in buonissima fede, credo) sono più che sorprendenti. Si vuole rivoluzionare il sistema educativo come quello sanitario; si vogliono consentire l’ha detto Zhivkov le attività di società e gruppi indipendenti purché s' impegnino ad evitare l’anarchia e le spinte demagogiche; si vuole legare la sopravvivenza dei giornali, anche quelli che emanano più direttamente dal partito, ai risultati del mercato: se vendono è bene, se no si chiudono; e intanto viene programmato uno sfoltimento degli apparati burocratici che dovrebbe costringere 200.000 persone (tante, in un paese di neppure 9 milioni d' abitanti) a trovarsi un nuovo lavoro, quasi sicuramente più faticoso e peggio retribuito. Che questo zelo riformatore non sia soltanto di facciata, che il vertice del partito bulgaro intenda davvero tenere il passo con il tentativo gorbacioviano, lo prova la grande confusione degli ultimi due anni. L’azzardosa simultaneità, la visione radicale con cui è stata messa in marcia la preustroitsvo.

I rischi che sono stati presi. Avevo detto all’inizio dei cambiamenti operati già agli albori del gorbaciovismo, quando la perestrojka sovietica era ancora un concetto nebuloso: la creazione dei superministeri, del Consiglio dell’Economia, di otto banche commerciali, e i primi discorsi sull’autogestione. Il fatto è che nell’87, tra i Plenum di luglio e di novembre, tutte le correzioni dell’anno prima sono state sostituite con nuove correzioni. Nuovo raggruppamento della miriade dei vecchi ministeri, scioglimento del Consiglio dell’economia, nuove circolari e direttive, un altro valzer delle poltrone. Insomma uno scompiglio sia detto senza offesa da pochade. Solo che stavolta s' è cominciato ad operare in concreto. Disordinatamente, ancora, ma sul serio.

La proprietà dei mezzi di produzione è passata dallo Stato socialista ai collettivi di lavoro, che hanno poi nominato i gruppi dirigenti d' ogni azienda. S' è proceduto ad una riforma amministrativa che, riducendo da ventisette a nove le regioni del paese, ha contribuito a ridurre di 22.000 unità l’esercito dei burocrati. A febbraio s' è votato alle elezioni municipali con due o tre candidati al posto del candidato unico del partito. E' stato dato un nuovo impulso alla privatizzazione di certe attività economiche, trasporti urbani, ristoranti, botteghe artigiane. Stavolta i cartelloni che Zhivkov aveva fatto disseminare per tutto il paese, dove si legge Fatti, fatti e soltanto fatti, appaiono meno vaghi e ampollosi di qualche mese fa. Non dico che il Pc bulgaro stia davvero producendo soltanto fatti: in realtà scorrono ancora torrenti di pure parole. Ma che siano stati ormai eletti dai Consigli d' azienda migliaia di dirigenti, è un fatto; che alle elezioni municipali si siano presentate più candidature, è un fatto; che siano stati alleggeriti, snervati, ridotti i controlli amministrativi sulle attività economiche, è indubbio.

Certo, questa serie di misure è ancora ben lontana dalla riforma radicale di cui parlano Gorbaciov e Zhivkov. Ma qui non c' entrano soltanto i bulgari, la troppa superficialità, il po' d' avventatezza della loro preustroitsvo. C' entrano le incognite, le strozzature, le sabbie mobili che ogni tentativo di riforma incontra nei paesi dell’ex socialismo reale, che poi vuol dire come sappiamo socialismo burocratico-totalitario. Né più né meno come in Urss, o in Polonia, o in Ungheria (per citare i paesi in questo momento con più vocazione riformista), chi vorrà infatti aspettarsi il suicidio storico, e in tempi rapidi, della burocrazia di Stato e di partito? No, evidentemente il suicidio degli apparati sull’altare della riforma non è ancora avvenuto: e questo significa anche in Bulgaria resistenza, vischiosità, sabotaggi amministrativi, vere e proprie violazioni dei nuovi regolamenti e direttive.

Ci accorgiamo, dice Ghencio Boshmakov, uno dei vice-direttori di Rabotnichesko Delo, il quotidiano del partito, di come sia terribilmente difficile passare dai discorsi sulla riforma alla pratica della riforma. In fondo, che cos' è la perestrojka? E' la fine dell’illusione che il socialismo possa essere costruito da un' élite burocratica. E' la consapevolezza per noi nuova, certo, anzi diciamo pure tardiva che in qualsiasi processo politico e progetto economico devono essere inclusi gli interessi dei singoli, le aspirazioni ideali e materiali del cittadino.... Il fatto è che un riassestamento di questo tipo, continua Boshmakov, comporta una cessione di potere da parte delle burocrazie e del partito in generale. Da qui le riluttanze, anzi le opposizioni alla riforma.

Facciamo un esempio: il giornale è stato inondato di lettere di protesta all’indomani delle elezioni municipali. E perché? Perché i comitati di partito nelle piccole città e nei villaggi hanno tentato di sabotare, in molti casi, le nuove disposizioni, e insistevano a presentare un candidato unico. Inutile dirlo, si tratta di episodi gravi. Ma che dovremmo fare: mettere in strada da un giorno all’altro centinaia e forse migliaia di funzionari, sbatterli in galera?.

Sono più o meno gli stessi problemi di cui sento parlare da Evgheni Stanchev, vicedirettore di Pogled, il settimanale che negli ultimi anni ha camminato più svelto sulla strada della glasnost. Stanchev è reduce da un' inchiesta nella regione di Burgas, dove attorno alla perestrojka, alle realizzazioni della riforma, ha trovato appunto la Babele di cui dicevo prima. Nero su bianco, così com’è stata pubblicata su Pogled, la conclusione della sua inchiesta è la seguente: Per dirla in termini chiari, la mia impressione è che la grande maggioranza della gente non sappia assolutamente che cosa fare né quando né come per mettere in pratica i principi della riforma enunciati ai Plenum del partito. Né si vede chi possa illuminarla, dato che i discorsi dei responsabili regionali, e persino dei dirigenti di vertice (nei rari casi in cui questi si degnano di parlare in modo concreto di qualcosa), sono pieni di direttive vaghe e di verbi usati sempre e soltanto al futuro. Tentando una conclusione, si può dire questo: Zhivkov e i suoi hanno messo una quantità di carne a cuocere, e anche con l’intenzione di cuocerla (a differenza di quel che accade al vertice sovietico, nel Politburo bulgaro non si vede traccia, almeno ad occhio nudo, di frenatori della riforma). Il fatto è che per ora la carne cuoce poco, lentissimamente.

Dopo quarant’anni di potere totale, senz' alcun limite, del partito, si può anche fare una legge sull’elezione dei dirigenti d' azienda da parte del collettivo di lavoro: ma questo non significa che il comitato di partito dell’azienda non riesca ad imporre, nove volte su dieci, il suo uomo. Un tale che per istinto e cultura sarà più disposto a chiedere ordini dall’alto che ad avvalersi delle nuove leggi sull’autonomia delle imprese. E questo per la semplice ragione che le sue vere competenze non riguardano le leggi dell’economia e del management, bensì le regole e le furbizie della carriera politico-burocratica. Paese piccolo ma gonfio d' energie, dove non si scorgono né il grigiore, né la rassegnazione, né la turbolenza di altri paesi socialisti, la Bulgaria può diventare il vero test della riforma gorbacioviana. Appena nove milioni d' abitanti, nessuna spaccatura tra potere e società almeno nelle proporzioni polacche, cecoslovacche, rumene, ma anche tedesco-orientali e ungheresi , uno sviluppo economico equilibrato: le condizioni per veder realizzata la perestrojka, se appena essa è sul serio realizzabile, ci sono tutte. Così, sarà interessante constatare di quanto tempo ha bisogno il processo riformatore: dieci, vent’anni?


Autore: Sandro Viola
Fonte: La Repubblica


Per approfondire: Notizie di Economia



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