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I capricci della compagna Kostadinova

01.09.1987 - Roma

Ha lo sguardo sfuggente e si tocca continuamente le labbra senza rossetto, come se la vittoria di domenica non avesse ancora placato un suo tormento interiore. Stefka Kostadinova fa fatica a entrare nel personaggio della prima donna, anche se le piace ricordare che è lei "la sportiva più popolare della Bulgaria".

Il ruolo di star la vede ancora impacciata, non è come la Tamara Bykova che ride e parla volentieri con tutti, perché lei sì ha capito che lo sport serve per diventare belli e girare il mondo. La Kostadinova dà una versione più di clausura a tutta l’avventura dei salti. E' uno stile che ha creato insieme al suo allenatore Nikolaj Petrow, che è diventato anche il suo compagno, da quando l’ha scelta in una scuola di Plovdiw e l’ha accompagnata fino alle soglie della barriera dei 2.10.

Nata a Plovdiw, in un centro industriale, padre contabile e madre impiegata, già a 19 anni saltava 2.00, ai tempi in cui dominava la specialità la connazionale Liudmila Andonova. Questa poi ebbe i figli, una squalifica per doping, mentre lei, più alta anche se per molti meno dotata tecnicamente, saliva le classifiche per collezionare 11 risultati oltre i 2 metri fino all’anno scorso, e altri 11 risultati solo quest’anno. La rivalità con la Andonova è di carattere e di clan, quando ci sono le tournées all’estero con Stefka c'è sempre il triplista Markov. Le gambe di Stefka hanno creato un piccolo centro di potere che ha permesso a lei e al suo allenatore di garantirsi dalla Federazione bulgara piena indipendenza di lavoro.

Stefka non fa fronda al regime, né se ne dimostra entusiasta. Tarev e Markov, per esempio, partecipano con più assiduità alle manifestazioni del Partito comunista. Lei è semplicemente membro della Gioventù comunista, preoccupata solo di confermare il ruolo di ragazza riservata e concentrata. "Non ho altro hobby che il salto in alto" dice, negandosi ogni distrazione a se stessa e ogni appiglio agli altri per avvicinarla.

E' giovane e fredda, forse la sorella canottiera (ma senza talento) ha qualche passione di più e va in discoteca, cosa che Stefka aborre, forse la sua altezza la esporrebbe troppo durante le danze, lei che si sente sempre così stressata. "L’atletica come si fa oggi è una buona cosa anche se è difficile sopportare a lungo questa tensione. Credo che la durata media di una carriera si accorcerà". Le sue opinioni sono solide e prudenti, come sono sempre quelle delle indossatrici che vestono troppi vestiti per preferirne uno. E' una ragazza che può salire ancora e che ancora deve maturare per risolvere le sue antipatie verso i giornalisti, le sue insofferenze verso i sibili dei microfoni.

"Non ho mai avuto paura in gara" racconta "neanche quando avevo un solo tentativo a 2.04. Semplicemente perché non credevo che Tamara fosse in grado di salire così in alto" confessa con malizia disarmante. "Cercherò di scavalcare i 2.10 sin dalla gara di Bruxelles, la finale del Gran Prix" dichiara. Per quel giorno probabilmente non avrà ancora imparato a guidare e la sua Mercedes 190 resterà ancora in garage. La famiglia adesso sta bene, ricca come si può essere ricchi in Bulgaria e lei accetta disciplinatamente la quota di premi che la Federazione divide a fine stagione.

Sono i momenti in cui si abbandona a un sorriso da cartone animato disneyano, gli occhi grandi e un soffio in alto a scompigliarsi il ciuffo. "Si può anche perdere" diceva a proposito delle tre sconfitte di quest’anno "perché non siamo macchine, né eroi, senza macchia. Ma alla lunga è il lavoro che stabilisce le graduatorie, non la fortuna". Si agitano troppe acque per adesso nel cuore di un' atleta che così linearmente vince le sue vittorie. E' un mistero che lei afferma esistere perché "nessuno ha un' idea esatta di com’è il mio paese". Un po' l’abbiamo imparato, quando a una conferenza stampa disse con perfetto accento. "Sorry, I don't speak english", scusatemi ma non parlo inglese. "Un'atleta è grande soprattutto nei momenti in cui riesce a esprimersi al meglio, a dare la massima espressione di sè, nel momento più difficile", anche quando c' è da essere duri e diplomatici, in mezzo alle burocrazie e alle ideologie.

A Roma non ha tremato, a Sofia non trema, ma è così che crescono questi ragazzi da stadio, a farsi d' acciaio, silenziosi sin da quando mettono su di loro gli occhi i talent scout di Stato. "D'altronde non si salta solo per la Patria" ricorda, "è quasi una sovietica". Eppure sono proprio gli atleti sovietici ad aver capito ultimamente l’inutilità della battaglia sui principi e la bellezza delle conversazioni sul Martini ghiacciato. "Ma lei ha un altro carattere" dice Tamara Bykova, mentre Stefka si porta via il proprio mugugno e le proprie medaglie. Eppure è bello avere soldi, e girare il mondo, "mi piacciono Parigi e Honolulu" ammette Stefka, che pure da qualche parte dovrà mettere il suo conto in banca all’estero. "Non amo le mie avversarie, ma le rispetto" ripete spesso; e aggiunge, di sè: "Mi sia lecito sbagliare". Lo dice guardando lontano, con sufficienza: per ora la sua vita non ha altro amore, e i consigli che accetta sono solo quelli dei giudici.


Autore: Corrado Sannucci
Fonte: La Repubblica




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