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Bulgaro
     
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A Sofia i Brezneviani restano in sella

06.04.1986 - Sofia

Il vecchio gattopardo ha sfoderato gli artigli, e ancora una volta ce l’ha fatta. Todor Jivkov resta alla guida del Pc bulgaro e continuerà a dirigere la crescita del club dei cinquantenni da cui un giorno quando verrà madre natura a imporlo, uscirà colui che raccoglierà il suo bastone. Tra le note dell’Internazionale il tredicesimo congresso del Pcb si è concluso nel tardo pomeriggio di ieri a Sofia, all’insegna della continuità e con la promessa che saranno il patriarca dei Balcani e i suoi uomini a gestire un ambizioso programma di riforma.

Se si deve rinnovare il socialismo non vogliamo essere secondi a nessuno, suona il messaggio di implicita sfida dei capi comunisti bulgari. E a chi lo avesse dimenticato, Jivkov ha ricordato lo "spirito di aprile": di quell’aprile del lontano 1956, quando un gattopardo ancor giovane e vispo si trascinò dietro il Comitato centrale e rovesciò Cervenkov, il "piccolo Stalin" di Sofia. Il nuovo Politburo e la nuova segreteria sono una copia carbone di quelli uscenti. Restano tutti, non entra nessuno e nessuno esce. Rimangono quindi undici (su una cifra statuaria di dodici) i membri dell’Ufficio politico. Jivkov, Milko Balev, il nuovo uomo forte dell’apparato Chudomir Aleksandrov, lo zar dell’economia Ognian Doinov, il ministro della Difesa Dobri Djurov, il direttore dell’organo ufficiale "Rabotnicesko Delo", Jordan Jotov, il ministro degli Esteri Petar Mladenov, il presidente del Parlamento Stanko Todorov, il premier Georgi Atanassov, il presidente del Fronte patriottico (l’organizzazione fiancheggiatrice di massa) Pencio Kubadinski, e Filipov l’ex premier, "Grisha il russo". E come unica garanzia verso il Grande alleato, "Grisha il russo" resta anche nella Segreteria. Insieme a lui siedono in entrambi gli organi di vertice Jivkov, Balev, Jotov e l’emergente Aleksandrov. Restano nel Politburo ma senza diritto di voto Andrei Lukanov, del club dei cinquantenni, il super ministro della Cultura e dei mass media Georgi Jordanov, il ministro degli Interni Dimitar Stoianov, per non citare che i più importanti.

La conclusione del congresso bulgaro piacerà a molti ma non a tutti. Chi attendeva come scontata la grande sorpresa, il ruzzolone plateale, è bruscamente richiamato alla prudenza, chi fino a venerdì sera metteva in giro voci di dimissioni imminenti rifà i suoi conti. Per il piccolo, delizioso paese di boschi dei Balcani è una tranquilla riconferma, per i cacciatori di sensazioni è un dignitoso schiaffo. Per il grande alleato una secca battuta d' arresto. "Fino alla vigilia, questo esito non era scontato", mi dice, quasi con un sospiro di sollievo, un ambasciatore occidentale che conosce a fondo i bulgari e i loro capi. "Non so davvero chi abbia messo in giro quelle voci, che davano Jivkov per rassegnato alla caduta, ma posso immaginare chi avesse interesse a farlo. Mi spiego, o no? I sovietici hanno tentato a Sofia, per la prima volta in tutto l’impero, uno strappo a danno della "Breznev generation" che governa le province. Non so perché, ma lo hanno fatto con un eccesso di zelo che gli è costato. Gorbaciov che viene qui a confessare in pubblico conversazioni "spinose", il loro ambasciatore che lamenta il "lassismo" dei bulgari. Troppa pesantezza, troppo poca grazia: cercavano un delfino temerario, ed hanno trovato solo un soprassalto di orgoglio nazionale". Così, ne deduciamo, i russi hanno dovuto ricredersi e incassare. Fatte le debite differenze, è una mezza Sigonella dell’Impero rosso.

Solo ora, alla luce dei risultati del congresso, si capisce meglio perché a febbraio si sia avuto un Plenum del Comitato centrale così faticoso e pesante. E perché il giovane Atanassov - "Gorbacioviano ma nazionalista, attenzione", mi avvertono - abbia sostituito Filipov, "Grisha il russo", alla guida del governo, e abbia sciolto e fuso vari ministeri. Si capisce ancor meglio perché Todor Bojinov, il responsabile dell’approvvigionamento che non aveva soddisfatto né i consumatori né i capi del palazzo, sia stato cacciato dal Politburo come capro espiatorio ben due mesi or sono, con un buon anticipo sul congresso conclusosi ieri. Può sorprendere che nessun cinquantenne se la sia sentita di sfidare il patriarca, ma solo se si dimentica che questo paese è diventato più prospero ed è cresciuto, o se si sorvola sul risveglio nazionalista che da qualche anno smuove i bulgari.

Un risveglio che partì dall’alto, ma toccò subito corde sensibili nella gente. Cominciò Ludmila Jivkova, la sofisticata figlia del patriarca, a incitare alla ricerca delle radici nazionali un paese abituato ad adorare i russi come liberatori dal giogo ottomano prima che dai nazisti: gli ricordò di essere stato nazione prima dei russi, e di aver creato l’alfabeto con cui i russi scrivono ancora oggi. Ludmila morì in un incidente aereo che a qualcuno sembrò strano, ma la cosa non finì lì: dalle vetrine delle librerie ai serial televisivi, titoli e protagonisti russi dovevano man mano cedere il passo agli eroi di casa. E dall’omaggio un po' stanco al folklore più kitsch, si passa presto - in questa parte del mondo - a fatti più seri e a bisogni depositati nella memoria storica.

La stessa affannosa ricerca di diversità sembra ispirare il programma di riforme che il Congresso ha approvato. Jivkov ha dato fiato agli accenti più duri nel dibattito e la "critica costruttiva" ha quasi rasentato l’oltraggio alle autorità. Gli anni passati, ha detto e fatto dire, sono "costellati da infrazioni e fenomeni negativi"; ora non c' è più tempo da perdere, bisogna raccogliere la "sfida tecnologica dell’Occidente", e a un tempo soddisfare un consumatore sempre più esigente. Ecco allora la promessa di una "nuova democrazia socialista" e di una iniezione di leggi di mercato. I russi dicono che la nostra classe operaia è troppo pigra? Bene, la renderemo più responsabile: con organi di autogestione, i "collettivi operai" già mitici quanto imprecisati.

Ed ecco il nuovo codice del lavoro, a prevedere che direttori e membri dei consigli di fabbrica siano eletti dai lavoratori, e che nessun licenziamento passi più senza l’ok dei sindacati. Ecco ancora una promessa, e cioè che d' ora in poi il Piano non sarà più l’unico a dettare legge, e le imprese avranno più voce in capitolo. Ecco la dichiarazione di guerra contro abusi, carrierismo, indisciplina. Ecco infine un gran parlare dell’uomo e dei suoi bisogni, e solo poche righe sul credo marxista. Si dirà che è musica vecchia, vino gorbacioviano tagliato nella bottiglia di Breznev; si obietterà che il grande disegno è fin troppo vago per apparire già avviato, e ad esempio si parla di svolta nell’economia senza sapere se sarà restituito al mercato il sistema dei prezzi, come hanno fatto gli ungheresi e come i generali polacchi sognano di fare. Però come tutti i programmi un po' generici e fumosi, questa conclusione di congresso serve egregiamente il suo scopo primario, quello di rafforzare l’assetto del potere, di rinverdirgli un consenso troppo passivo dandogli lo smalto della pressione respinta, dell’orgoglio nazionale ferito e vendicato.

Si dirà ancora che la piccola Bulgaria non sarà mai un Davide capace di scalfire il Golia sovietico. E in effetti basta prendere un planisfero e metterlo in verticale guardando a Mosca come al centro: una superpotenza planetaria può comodamente ignorare i soprassalti di un paesino di dieci milioni di abitanti posto ai confini dell’Europa e che si affaccia solo sul mar Nero, con coste lunghe un decimo di quelle che vanno dalla Moldavia alla Bessarabia, al Caucaso passando per la Crimea.

Però intanto questo piccolo paese che non ha mai sfidato l’ortodossia né ha mai ospitato truppe sovietiche, né lasciato il minimo respiro ai dissidenti, ritrova a gomitate i suoi pur esigui spazi. Può cominciare dal congresso bulgaro un processo interessante: a fronte di un Gorbaciov che è disposto a concedere qualche margine di manovra, ma esige in cambio dagli alleati-satelliti rigore efficienza e compattezza di campo, l’Est europeo sembra ritrovare nel nazionalismo uno scudo a difesa delle sue miniautonomie.

L’integrazione del blocco comunista in cui da quarant’anni i sovietici individuano la prima garanzia di sicurezza si scontra con un nemico storico cocciuto come una fenice, il rigetto del trapianto. Per cui alla fine Gorbaciov ottiene a Sofia qualche riforma, ma al prezzo di accettare che la "Breznev generation" si rigeneri e si perpetui. Sarà esagerato, ma fa un certo effetto pensare che mentre sulla Sirte i Sam 5 volano a vuoto, mentre Cuba riscopre la religione e il Vietnam il privato, mentre la Cina semiconsumista rinuncia tranquilla al riarmo, nei Balcani basta la sopravvivenza di un anziano patriarca a tracciare i limiti della potenza sovietica.


Autore: Andrea Tarquini
Fonte: La Repubblica




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