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Bulgaro
     
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L'italiano a Sofia: a colloquio con Umberto Rinaldi

01.11.2006

Vorrei partire da una presentazione del Dott. Rinaldi. Come Direttore dell’IIC di Sofia, quali sono i suoi legami con il mondo slavo e balcanico?

Mi sono laureato alla Cattolica di Milano in lettere classiche con una tesi sull’uso delle fonti bizantine nell’opera di uno storico dalmata del XVII secolo, Giovanni Lucio.

Elaborai la tesi a Belgrado, presso l’Istituto di Filologia Bizantina, nell’Accademia serba delle Scienze. L’allora direttore dell’Istituto era G. Ostrogoski. Stiamo parlando del 1968, quindi di un momento molto particolare.

Subito dopo scoprii la Bulgaria e Sofia, dove insegnai come lettore non di ruolo fino al 1971, per poi ritornarvi a distanza di 7 anni, dopo una parentesi italiana di docenza di italiano e latino nel triennio del Liceo Scientifico. Poi si è riaperta la strada dell’IIC, prima come addetto a Stoccarda, quindi come direttore a Monaco di Baviera, Vienna, Varsavia e infine nuovamente a Sofia, dal 2002.

Lei ha fatto un’ esperienza senz’altro significativa nella Jugoslavia di Tito, emblema della “diversità socialista”, di “non allineamento”, di “autogestione”, termini certo non privi di valenza ideologica. Che ricordi ha di quel paese, tragicamente scomparso dalla carta geopolitica?

A conoscerlo, era un paese divertente dal punto di vista umano e culturale. Allora non così piccolo, e fiero della sua importanza internazionale di guida nel movimento dei grandi “non allineati”; camminava a fianco dell’ Egitto di Nasser e dell’ India di Nehru. Tutti erano accomunati da una tensione modernizzatrice indipendente da Mosca. Belgrado era davvero una capitale importante. Certo, nella Jugoslavia socialista v’erano anche notevoli problemi economici interni, forti dislivelli di sviluppo regionale e tra repubbliche, pensiamo alle ricche Vojvodina e Slovenia da un lato e al sottosviluppo del Kosovo sull’altro fronte. La libertà di espressione, però, era notevole, se paragonata ad altri paesi ‘socialisti’; le tensioni nazionaliste, più o meno latenti e represse, erano già brace sotto la cenere: i serbi, la maggioranza relativa, si consideravano il Piemonte unificatore del Paese, ed erano visti con diffidenza dagli altri: i croati si ritenevano oppressi, i più ricchi sloveni facevano parte per se stessi, i macedoni erano marginali.

Quindi si può parlare di mentalità ben precise nei popoli, che operavano in modo sotterraneo a un’ideologia di unità e fratellanza jugoslavista?

Diciamo piuttosto che era molto diffusa la convinzione di una profonda diversità, che doveva distinguere un’etnia dall’altra, mentre un occhio estraneo ma non disattento scopriva subito le forti somiglianze. A mio parere il nazionalismo non era e non è solo frutto delle differenza, ma anche delle somiglianze: il problema consisteva nel ritagliarsi un’identità che si voleva completamente propria e inconfondibile in uno spazio geografico, storico e culturale che era sempre stato di secolare osmosi.

Non si dimentichi il paradosso che miccia e polvere da sparo sono stati i contrasti tra serbi e croati, popoli che di fatto parlano e scrivono la stessa lingua letteraria; è qui significativo che i dialetti croati (e il discorso vale anche per quelli serbi) sono tra loro molto più diversi di quanto non lo siano le due ‘lingue’ letterarie attuali. In quel contesto, non si dovrebbero dimenticare i numerosissimi matrimoni ‘misti’ facilitati tra l’altro dalla ‘laicità’ (se non ‘ateismo’ ufficiale) dello Stato.

Questo non significa ovviamente che un croato dalmatino sia uguale in tutto e per tutto a un serbo del Timok, significa semplicemente che la questione è molto complessa e che i due termini dell’endiadi, somiglianza/differenza, hanno entrambi uguale valore.

Molto dipende anche dai punti di vista: chi arriva in Grecia dall’Italia vi vede la patria di Omero e di Pericle; chi vi arriva dal nord, partendo da Sofia e arrivando a Salonicco, lungo la valle della Struma, come avevano fatto gli invasori slavi, vede la Grecia come paese balcanico.

Come sono cambiate secondo lei le percezioni del mondo slavo? Comincia ad emergere la percezione della varietà delle lingue e delle culture nazionali dalla nebbia di un “io non ci capisco niente di slavo”?

Il crollo del muro di Berlino ha paradossalmente diminuito la qualità dell’interesse verso questo mondo. Prima loro erano in qualche modo i “diversi”. Lontani da noi, suscitavano timore da parte dei ‘conservatori’ e attenzione da parte dei ‘progressisti’ o magari un semplice desiderio di esperienze ‘esotiche’. Adesso in Italia sembra che tutto si riduca alla presenza clandestina di extracomunitari. I contatti interculturali sono frequenti da tempo e tutto è diventato molto familiare.

Al tempo stesso questi popoli dell’Europa orientale si sforzano di auto-assimilarsi al modello occidentale e francamente non suscitano più così forti curiosità. C’è un certo appiattimento o se si preferisce una marcata globalizzazione, che travolge soprattutto le giovani generazioni.

Oggi in molte Facoltà di Lingue si registra risveglio dell’interesse verso questa vasta area linguistica “slava”, che appartiene alla più grande famiglia indoeuropea. Ha senso secondo lei parlare di una qualche radice culturale comune ai popoli slavi al di là della famiglia linguistica, oppure è una sorta di panslavismo romantico di ritorno, senza effettivi riscontri?

Una filologia slava ha certamente fondamento, come continuano ad averlo le filologie germanica o romanza; tra l’altro, una Slavia ortodossa, nel senso di Riccardo Picchio, è una realtà simbolica e culturale ineliminabile e profonda, a mio parere. C’è poi una seconda Slavia più legata, nel bene e nel male, al mondo tedesco e questa realtà, effettiva o immaginaria che sia, è altrettanto percepibile. Quindi è un mondo che si divide a grandi linee tra Europa Centro-Orientale, Balcani e Russia. Nelle lingue slave, il passaggio da una lingua all’altra è fattibile ed è un peccato non farlo. Non per questo possiamo confondere un polacco con un macedone, come nessuno mai confonderebbe un vallone con un andaluso.

Tuttavia, la parcellizzazione delle cattedre ha sbriciolato l’antica compattezza e ora si tende a produrre esclusivamente russisti, polonisti, slovenisti, etc., perdendo così di vista la visione globale di questa ampia e ricca famiglia linguistica.

Dopo tanti anni qual è il suo rapporto con la Bulgaria?

Più che di passione parlerei di spiccata simpatia, che poi è anche il frutto del caso e della pigrizia, perché quando lavoro preferisco nuotare in acque già a me note.

Posto dunque che esista una matrice culturale che accomuna i popoli balcanici in una koinè di letteratura, tradizioni e musiche, abitudini, stili di vita e di immaginario collettivo -pensiamo alle favole o a certe canzoni che ritornano quasi identiche in più lingue, all’ossessiva memoria per la dominazione turca- quali sono, secondo lei, nel panorama slavo-meridionale le specificità salienti della lingua e della cultura bulgara rispetto a quella serba e croata (Balcani occidentali)?

Esiste sicuramente un “ambiente balcanico”. La secolare dominazione turca ha steso una larga coltre di uniformità, ma essa stessa ha fatto seguito a secoli precedenti di continue variazioni territoriali, simbiosi di etnie diverse, spostamenti in varie direzioni, plurilinguismo, ecc.

La dominazione turca è stata, culturalmente parlando, un fattore negativo. Se pensiamo alla differenza tra Mostar e Dubrovnik, 100 km di distanza in linea d’aria, si capisce molto. Tranne la sottile fascia adriatica orientale, la dominazione turca ha tagliato fuori questi popoli dal Rinascimento. Elemento decisivo qui è stata una “diversità religiosa” che l’Italia, sempre dominata da ‘cattolici’ (austriaci, francesi, spagnoli), non sa neppure immaginare; cambiare religione tra l’altro significava spesso, anche se non sempre, cambiare nazionalità.

Tra serbi e bulgari è difficile, a parte per la lingua (ma i dialetti serbi sud-orientali sono altra cosa), tracciare in modo netto un confine di demarcazione culturale, anche se esiste una coscienza nazionale storica distinta, che testimonia l’esistenza di uno stato bulgaro o serbo già nel medioevo, precedente la lunga e comune dominazione turca. Alcuni tratti culturali sono quindi panbalcanici, ma per mia esperienza i bulgari sono meno sicuri di sé di certi serbi, mentre certi serbi di antica famiglia hanno uno ‘stile’ che si direbbe aristocratico, più raro in Bulgaria.

Nell’immaginario popolare il ricordo spesso ossessivo per il periodo della dominazione turca non fa eccezione in Bulgaria come nei Balcani occidentali. In Bulgaria c’è una peculiare sinergia di tre fattori: la Chiesa ortodossa, la lotta per la lingua liturgica (lo slavone antico era molto vicino al bulgaro) e la costruzione di una lingua e di una cultura nazionale. Paisij di Chilandari, il padre del risorgimento bulgaro denuncia più il predominio greco nella chiesa che il giogo ottomano. Spesso le comunità dei villaggi combattono per avere il pope in lingua bulgara anzichè greca, mentre i mercanti bulgari, emulando quelli greci, creano le prime scuole in lingua bulgara, sempre sostenendo la lotta per la liturgia in slavone e l’idea di una chiesa autocefala bulgara, simbolo di identità nazionale. La chiesa ortodossa come nucleo di identità nelle politiche nazionali non manca nemmeno di dare esempi sotto il comunismo ateo. Cos’è rimasto di questa eredità storica? Come vede l’attuale legame Stato-Chiesa nel mondo ortodosso dei Balcani?

La lingua nazionale è problema anche nostro, nell’800; la cultura da queste parti è cosa diversa, più complicata. L’ortodossia è sempre stata un po’ “cesaropapista” …se poi cesare è ateo, pazienza, però direi che mancano strumenti e ideologie storicamente definiti e consolidati per affrontare una vera e propria lotta per le investiture. La caduta del socialismo o comunismo ha comunque portato a una spontanea e immediata rifioritura, se non della fede, certo della pratica liturgica, elemento essenziale dell’ortodossia, che permea tutti i livelli sociali e tutte le forze politiche, trasversalmente, di qualunque colore esse siano. D’altra parte, nel crollo repentino dei valori generali e nella gravi crisi economiche e sociali, le chiese offrono ‘qualcosa’ che il mercato delle idee laico non ha.

Veniamo all’IIC e alle sue attività. Qual è la vostra linea di azione culturale?

Abbiamo organizzato un paio di grandi esposizioni (Barocco della Rolo Banca, Depero del MART di Rovereto) e tante mostre più ‘leggere’, itineranti nelle gallerie civiche bulgare, anche in provincia, poi congressi con università e Accademia delle scienze, e grandi concerti di musica classica o barocca, che sono forse gli elementi più qualificanti del programma. Prioritaria è la collaborazione con le istituzioni locali.

La Prof. Anastasja Gjurcinova, docente di letteratura macedone dell’Università di Skopje, in un’intervista a Roberta Barazza, collega che insegna in Macedonia, ha sollevato il tema dell’imagologia dell’Italia e degli italiani nella letteratura della ex repubblica jugoslava di Macedonia. Anche dalla letteratura più datata tende a mergere uno stereotipo molto positivo. I nostri militari, per esempio, occupatori durante la II guerra mondiale, sembrano uscire dalla sceneggiatura di Mazzacurati in Mediterraneo. Può dirci qualcosa riguardo l’immagine dell’Italia nella cultura bulgara?

In generale ci considerano simpatici e vicini a loro, un po’ come in Grecia (“una fazza, una razza”, sic), probabilmente perché ci confrontano più o meno consapevolmente con altri, a quanto pare peggiori di noi; ciò non significa che non ci siano stati episodi di feroce barbarie, da una parte e dall’altra. Numerosi artisti bulgari hanno studiato in Italia e un poeta importante come Pencio Slaveikov in Italia è vissuto ed è morto.

I classici come Dante, Petrarca, Boccaccio e Machiavelli sono tradotti da sempre e mentre all’epoca del socialismo veniva tradotta la letteratura considerata “progressista”.

I punti di fuga reali e costanti sono stati tuttavia Russia e Germania. Quanto all’Italia, l’arte e la letteratura contemporanea sono note solo agli specialisti, mentre grande e incondizionata è l’ammirazione per il cinema italiano, il neorealismo soprattutto, che viene considerato il migliore in assoluto, almeno per una volta. C’è stato un crollo generale dell’editoria: autori bulgari moderni ‘classici’ stampano ora 3.000 copie rispetto alle 200.000 di un tempo, a causa della crisi economica e dei pochi soldi per i libri, peraltro amati, perché ci sono bancarelle ovunque. Dopo la ‘svolta’ post ’89, una larga diffusione della pizza e dell’espresso, che ha soppiantato il caffè turco. E’ in forte ascesa il modello anglosassone e l’inglese, in crisi il francese, ottimo l’avanzamento dello spagnolo.

Se le chiedessimo di scattare una “polaroid” sulla situazione della lingua italiana in Bulgaria, che cosa metterebbe a fuoco?

Dunque, io direi che ci sono due lettorati universitari, a Sofia e a Tarnovo, e che una cattedra a Blagoevgrad è appena stata inaugurata, che l’italiano è insegnato come prima lingua in vari licei del paese mentre il Centro Nazionale di Gorna Banja, a Sofia, rilascia una maturità riconosciuta dall’Italia. La situazione è in crescita, ma siamo in ogni caso, e di gran lunga, l’ultima lingua. Secondo le statistiche bulgare in mio possesso, ad esempio, gli insegnanti di ruolo per ogni lingua sono rispettivamente: inglese 5.380, tedesco 1.835, russo 1.721, francese 1.097, spagnolo 209, italiano 68; lo stesso vale per la prima lingua straniera insegnata nelle scuole, il cui numero è: inglese 2.281, russo 1.458, tedesco 941, francese 939, spagnolo 44, italiano 16. Un primo problema evidente, che va a gravare su questa nostra sesta posizione è di ordine logistico.I manuali sono scarsissimi e i supporti tecnologici particolarmente poveri.


C’è spesso l’idea, non del tutto infondata, che nei paesi dell’ex patto di Varsavia prevalgano i metodi grammatico-traduttivi. In realtà la Bulgaria ha dato i natali a uno studioso come Lozanov, padre della suggestopedia e il paese ha una sua tradizione forte di studi linguistici. Quali sono le tendenze glottodidattiche in atto?

A parte Lozanov, l’insegnamento è fondamentalmente tradizionale, ma almeno nelle intenzioni rigoroso (vecchia scuola russo-sovietica, applicata a tappeto con le infinite etnie alloglotte dell’URSS); se applicato con coerenza, dà ancora risultati notevoli, cioè una buona padronanza lessicale, sintattica e morfologica e grammaticale, capacità di scrivere ecc. Richiede tuttavia un impegno costante, ma va ancora bene se non ci sono possibilità di permanenza all’estero. Ceteris paribus, un buon liceale bulgaro supera di molto il collega italiano. All’università le lezioni si tengono solitamente in lingua straniera, diversamente da quanto accade da noi.

Si sente dire che nel panorama del mondo slavo, che pensiamo costituito da popoli portati alle lingue straniere, i bulgari brillano per un particolare talento. E’ solo un fatto socioculturale, in senso lato o, secondo lei, si possono riscontrare determinati elementi nella lingua bulgara, come per esempio l’esistenza dell’articolo e l’assenza dei casi, che rendono più facile apprendere le lingue latine?

Non credo che l’apprendimento di una lingua straniera sia condizionato da fattori biologici o caratteristiche innate di un popolo. Non ci sono popoli naturalmente portati alle lingue. Vi sono piuttosto fattori socio-culturali che sui tempi lunghi hanno portato a mentalità consolidate: poiché il bulgaro non ha alcuna valenza comunicativa al di fuori dei propri confini statali, da sempre è stato necessario cavarsela con paio di altre lingue più diffuse e la cosa faceva dunque parte dell’abc dell’educazione, come in Germania l’educazione musicale è talmente scontata, che tutti sanno almeno strimpellare uno strumento.

Si parla molto della crescita della lingua italiana nel mondo, ma qual è la sua opinione sulla politica culturale?

L’italiano avrebbe in generale una certa ‘quota’ di sua spettanza nel ‘mercato internazionale’ delle lingue straniere e poco importa, almeno all’inizio, sapere perché: se la gente vuole pizza, spendi i soldi per dargliela, e non per chiederti perché la vuole con inchieste su inchieste che disperdono energie. Il fatto è che investiamo poco e male, in modo disattento e non coerente. In generale direi:

  • è prassi deleteria ritenere che certi ‘eventi’, come le tradizionali ‘Settimane della lingua italiana nel mondo’ possano sostituire la mancanza di un’offerta permanente di servizi, che invece costituisce la spina dorsale di una sensata ‘politica della lingua’. Non sono i fuochi d’artificio che compensano la mancanza sistematica di energia elettrica per il consumo domestico;
  • non servono né alla diagnosi né alla terapia luoghi comuni che passano dal trionfalismi al disfattismo del tipo “tutti vogliono studiare l’italiano” o “nessuno lo vuole”. Aiutano poco convinzioni diffuse, saldamente difese, spesso ripetute ma inconsistenti, come l’affermazione che si studia una lingua perché si vuole apprendere la cultura, la cucina ecc.; in generale la lingua secondo me è in generale un piacere fine a se stesso, come il biliardo, gli sci o il bridge: facciamo queste cose semplicemente perché ci piace farle, trahit sua quemque voluptas, come diceva Virgilio. Non sempre utili, ma spesso costosi, sono i seminari di aggiornamento, non perché non valgano, ma perché la realtà quotidiana della scuola è estremamente vischiosa e quanto appreso rimane quasi sempre lettera morta.
  • Sono molto perplesso anche sul fiorire di Master, anche qui non perché non valgano, ma perché si offrono ‘pezzi di carta’ (‘tapija’ sarebbe il termine locale, di origine turca) più o meno costosi invece di preoccuparsi, in parallelo, e con opportune, mirate, dure (direi) azioni ‘politiche’, perché si creino posti di lavoro reali, che diano un senso palpabile al ‘pezzo di carta’. Anche qui dunque il solito difetto nostro, cioè di credere che l’evento sostituisca il servizio, e la carta burocratica crei la realtà.


Va bene, tutto condivisibile, ma se non vogliamo cadere nel disfattismo dobbiamo tentare l’abbozzo di una diagnosi e di una terapia. Tocchiamo per esempio tre questioni tipiche dell’italiano LS: libri, docenti locali e docenti madrelingua. Che soluzioni proporrebbe lei?

Non mi piace proporre soluzioni, e meno che mai di presentarle come taumaturgiche; assolutamente scettico sono poi sulle amatissime soluzioni ‘facili’ di problemi ‘difficili’. Posso però indicare alcuni temi sui quali varrebbe la pena di spendere tempo per riflettere in modo lucido, sobrio e analitico, e sempre che ci sia a monte una volontà reale di ‘cambiare’. Dunque:

  • manuali: quelli prodotti in Italia sono troppo costosi per i paesi ‘poveri’ in transizione dove lo stipendio medio netto si aggira forse sui 200 euro al mese; tra l’altro, al prezzo di copertina si sommano i costi aggiuntivi di trasporto. Si potrebbe delocalizzare il processo di stampa, prendendo accordi con l’industria locale? Si potrebbe dare un aiuto perché si provveda alla stesura di manuali locali o alla traduzione e adattamento di opere italiane?
  • docenti locali: rimangono comunque la spina dorsale dell’insegnamento linguistico all’estero. Si può pensare a una politica coerente e prolungata di formazione e aggiornamento di questi quadri? Si parla qui di borse di studio, fornitura gratuita di materiale informativo, sistematici soggiorni in Italia, accordi con i Ministeri della P.I. locali che riconoscano a questi insegnanti un plus di punteggio o di stipendio per la qualificazione raggiunta e utilizzino i migliori come punto di riferimento e di consultazione per i loro colleghi;
  • docenti di madrelingua: tasto dolente. Ora utilizziamo prevalentemente personale di ruolo inviato in missione all’estero, troppo costoso (restrizioni di bilancio, risparmio sulla spesa pubblica…) per un insegnamento frontale in classe. Si può pensare a neolaureati, giovani e motivati, magari in lingue straniere o che almeno mastichino un po’ le lingue locali, ma con esami di italiano come L2 o titolo di Master? Si può riflettere su un’eventuale integrazione dello stipendio locale per i paesi poveri e disagiati? Sulla concessione di congruo punteggio per i futuri concorsi italiani? Si può pensare a dottorati di ricerca svolti parzialmente all’estero, con studio per la propria tesi e attività di insegnamento parallela rimunerata? Magari prendendo in considerazione anche altre facoltà, oltre a quelle tradizionali di filologia?


Poiché non sono ricco né di fantasia né di creatività, e mi piace riconoscere i miei debiti intellettuali, preciso subito che quanto detto sopra è semplice frutto di osservazione di quanto fa la concorrenza, decisamente più agguerrita, e più concreta, di noi


Autore: Lorenzo Guglielmi
Fonte: Bollettino Itals Novembre 2006




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