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Europa modello Amish

26.03.2007

Forse non ha avuto tutti i torti Gianna Nannini, rifiutandosi di cantare di fronte alla Porta di Brandeburgo per le celebrazioni dei cinquant’anni dell’Unione europea: «Troppa retorica, non suono». Ed è inevitabile che una certa insofferenza prenda anche chi non vanta alcun talento artistico, di fronte ai toni e ai contenuti della solenne «Dichiarazione di Berlino» con cui i ventisette Capi di Stato e di governo dei Paesi europei hanno inteso rilanciare la missione dell’Unione.

Toni tanto compiaciuti da risultare stucchevoli, contenuti tanto vaghi da apparire evanescenti.

«L’uomo è al cuore della nostra azione. La sua dignità è inviolabile. I suoi diritti inalienabili. Il modo in cui viviamo e lavoriamo insieme nel quadro dell’Unione europea è unico nel suo genere», recita l’incipit del documento ufficiale. Perché «noi aspiriamo alla pace e alla libertà, alla democrazia e allo stato di diritto, alla prosperità e alla sicurezza, alla giustizia e alla solidarietà».

Alzi la mano chi non potrebbe essere d’accordo con queste sante parole. Dalle quali, tuttavia, si fatica a distinguere il buon senso dalla sostanza necessaria a rimettere in moto un’impresa comune che appare da qualche tempo più che zoppicante.

È vero che qualche riga più avanti ci si spinge a dichiarare che «il modello europeo concilia la riuscita economica e la solidarietà sociale» e che «il mercato unico e l’euro ci rendono forti». E addirittura si annuncia che «noi ci mobiliteremo affinché i conflitti nel mondo si regolino in maniera pacifica e affinché gli uomini non siano vittime della guerra, del terrorismo o della violenza».

Ma l’enunciazione di questa ed altre impettite banalità, che non sfigurerebbero nel manifesto di una qualsiasi associazione di beneficenza, non può servire a molto più che a sentirci ancora una volta appagati dalla fortuna di essere venuti al mondo in questa parte benedetta del globo.

Il vuoto della retorica europea colpisce soprattutto all’indomani dell’entrata a gamba tesa del pontefice. Di fronte a quell’accusa di «apostasia», dinanzi all’immagine di un continente che «si congeda dalla propria storia» perché «privo di valori universali», con cui Benedetto XVI ha voluto condannare l’assenza di riferimenti alle «radici cristiane» dell’Europa, l’Unione ha scelto di sfoderare la sua arma più innocua. Ricorrendo ad una ritualità che non può impegnare troppo né impensierire nessuno tra i leader politici che si sono ritrovati ieri a Berlino. E che tantomeno può ambire a contrapporsi alla potenza abrasiva delle parole del Papa. Un Papa tedesco, si badi bene, perfettamente consapevole di parlare al cuore e alla storia di questo continente.

L’Europa avrebbe forse potuto rispondere diversamente, senza scatenare guerre laiciste, ma con la serenità di un soggetto forte del suo radicamento democratico e cosciente delle difficoltà dell’agenda politica e identitaria che ci attende nei prossimi anni. Avrebbe potuto farlo, ma ha scelto il conforto della retorica, verso se stessa e verso il mondo, come le accade fin troppo spesso in questa fase della sua storia. Se le difficoltà aumentano, si abbondi pure con l’unguento consolatorio. È il rischio di un’Unione europea «modello Amish», beatamente chiusa in se stessa a contemplare le proprie fortune e le proprie sicurezze mentre il motore del progetto comunitario si fa sempre più stanco. E mentre tutt’intorno a noi il mondo avrebbe bisogno proprio dall’Europa di un supplemento di leadership e di impegno. Ma forse è solo colpa dell’atmosfera di festa obbligata, di quelle ricorrenze in cui ciascuno di noi dà sempre il peggio di sé.


Autore: Andrea Romano
Fonte: La Stampa




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